The Pineapple Thief intervista

Il nuovo album è un prodotto maturo, complesso, raffinato, che sarà portato sui palchi europei

The Pineapple Thief photo_Diana_Siefert

The Pineapple Thief è una band progressive rock inglese, fondata dal cantante e chitarrista Bruce Soord nel 1999; hanno pubblicato 13 album e 5 EP in studio, oltre a numerose incisioni live. Il 4 settembre è uscito il loro nuovo e ambizioso lavoro, “Versions Of The Truth” (la nostra recensione).

Bruce Soord inizia il progetto The Pineapple Thief per realizzare la propria musica; l’album di debutto auto-prodotto gli crea subito un grosso seguito e attrae l’attenzione di grandi etichette discografiche. Il successo arriva già con il terzo album, e nel 2002 l’eclettico musicista decide di formare, circondandosi da amici, una vera e propria band per suonare dal vivo quanto inciso. La line up varierà nel tempo, eccetto Jon Sykes al basso che suona continuativamente nel progetto.

Oltre all’incisione dei dischi, The Pineapple Thief suonano intensivamente e costantemente dal vivo nel Regno Unito e in tutta Europa. L’attuale formazione vede l’entrata stabile di Gavin Harrison alla batteria (Porcupine Tree e noto in Italia per le numerose collaborazioni), che aveva contribuito alle registrazioni in studio già dal 2016. Il nuovo album è un prodotto maturo, complesso, raffinato, che sarà portato sui palchi europei. Bruce Soord ci ha raccontato i retroscena della creazione di questo stupendo ultimo lavoro in una chiacchierata dalla sua casa di Yeovil.

Video-intervista a Bruce Soord 

Parliamo di titolo “Versions of The Truth”, mi sembra piuttosto forte, sembri già comunicare molto sulla sfaccettatura della realtà.  Non esiste una verità monolitica.

Quando abbiamo iniziato a scrivere il disco nell’ottobre del 2018 stavamo attraversando tutto il periodo traumatico della Brexit che ha polarizzato terribilmente la popolazione qua in UK. Era un periodo pieno di bugie e distorsioni della realtà, quindi il titolo è venuto fuori praticamente subito come punto di partenza.

Il processo creativo inizia semplicemente con la mia chitarra e un po’ di ispirazione. Da poco è entrato nel gruppo Gavin Harrison alla batteria, ed è diventato subito un mio grande partner a livello di composizione. Per questo motivo non mi spingo troppo lontano con bozze che preparo. Potrei fare praticamente tutto da solo e consegnare i pezzi ai ragazzi ma questo negherebbe sin dall’inizio la necessità di avere una band. Ora con Gavin abbiamo la possibilità di portare i pezzi in diverse direzioni. Di solito faccio al massimo una strofa e un mezzo ritornello, poi la mando a lui via internet. Quando gli piace si mette subito a lavorarci, rimandandomi la sua versione e così via. Ad esempio nella title track del disco ha aggiunto una marimba! Diciamo che era l’ultima cosa che mi aspettavo di sentire, anzi quando vedevo quelle percussioni nel suo studio mi domandavo se effettivamente le avesse mai suonate. Il risultato invece è stato perfetto anche per una canzone dei Pineapple Thief. Ecco questo riassume un po’ la nostra attitudine nei confronti del processo creativo. Andiamo sempre nella stessa direzione quando scriviamo. Anche John e Steve partecipano attivamente. Sono felice di ammettere che non si tratta più di una cosa che viene principalmente da me, ma anzi che sono diventato una piccola parte di un processo coeso che mi piace moltissimo.

Ti occupi tu dei testi?

Sì. I testi sono una delle cose più difficili. Mi ricordo qualche tempo fa quando ero seduto qua a scervellarmi su una riga di testo, chiedendomi se fossi in grado di salire su un palco e cantarla al pubblico. Non puoi semplicemente scrivere roba démodé, devi essere assolutamente perfetto. Qualche volta impazzisco letteralmente, ho bisogno di farmi un giro, oppure aspetto il giorno dopo e al risveglio ho un’illuminazione. Qualche volta ci può voler tantissimo tempo per trovare le parole giuste. Mi ricordo che nei primi tempi non prestavo particolare attenzione al contenuto dei testi, mentre ora ritengo che siano sullo stesso piano della musica.

Ho visto che citi Tomasi di Lampedusa, quando me ne sono accorta ho fatto un salto sulla sedia!

Ti ringrazio. Beh si è un gran romanzo ed è stato fondamentale per il concept del disco.

Ma cosa viene prima, il testo o la musica?

Di solito il punto di partenza è un’idea. La title track “Versions of The Truth” sapevo che avrebbe parlato di un argomento preciso. Per quanto riguarda la stesura, musica e testo arrivano più o meno nello stesso momento, perché le parole devono essere sulla stessa lunghezza d’onda della melodia e della struttura. Spesso intercetto qualche parola che mi sembra adeguata, poi riempio i vuoti e così nasce una strofa. Ci sono persone che scrivono dei testi molto lunghi per poi musicarli, per me non funziona così, è tutto in parallelo.

La produzione del disco è favolosa. È stato un processo naturale o una scelta razionale?

Sai, ho imparato come mixare nel corso degli anni. Gavin fa delle batterie sul computer che sembrano veramente realistiche, è davvero bravo a mixare le sue parti. Quindi sono molto felice che lui mi mandi queste tracce perfette così io posso lavorarci tutt’attorno. Quando sviluppiamo un pezzo è sempre pronto per uscire. Non funzioniamo come le band che si fanno il demo e poi vanno a registrare, noi possiamo fare tutto da soli mentre scriviamo. Alcune volte abbiamo pensato di prendere un produttore, ma per ora non ci interessa granché, dovrebbe trattarsi comunque di una persona di cui ci fidiamo molto per poter diventare un’opzione interessante.

Mi sembra di capire che avete una certa di libertà di movimento nel prendere decisioni all’interno della band.

Si sente spesso dire in giro di musicisti che si lamentano di come il disco sia venuto fuori diversamente da come se lo immaginavano, a volte per via dello studio, a volte per via dell’etichetta. Noi non abbiamo mai problemi del genere. Credo la nostra etichetta al momento rifiuterebbe da noi soltanto una registrazione del mio aspirapolvere in funzione per un’ora. Abbiamo il completo controllo artistico dei nostri lavori e assolutamente un ottimo rapporto con l’etichetta.

Parliamo ora più strettamente della musica. Qual è il vostro background musicale?

Il padre di Gavin era un musicista jazz. Lui ha sempre sentito di voler fare il batterista. Ha lasciato scuola a 17 anni ed è diventato un batterista professionista senza aver alcun rimorso. Io invece provengo dalla situazione opposta. Una famiglia senza musica e l’incontro con certi amici a 14 anni che mi chiedono di suonare con loro. Non sapevo suonare nulla, così comprai una chitarra con le corde di nylon per poche sterline e iniziai a imparare. John e Steve sanno leggere la musica e conoscono tecnicamente scale e teoria musicale, io non ho la più pallida idea di cosa parlino in quei momenti. Io non so leggere pentagrammi, faccio tutto a orecchio. Eppure mi trovo molto bene soprattutto con Gavin. Questo significa che è possibile fare qualcosa di buono anche tra musicisti con una formazione classica e autodidatti. Credo che l’immediatezza del non conoscere ogni aspetto tecnico della composizione musicale mi dia una certa libertà e autenticità rispetto al seguire dei parametri precostituiti.

Nel vostro background dev’esserci anche molta letteratura …

Sì leggo molto, soprattutto non-fiction, storie del mondo e di persone, cerco di capire cosa succede al mondo. Questo mi aiuta a trovare qualcosa da scrivere che sia il più universale possibile. In tanti dopo i concerti mi dicono che la musica e i testi gli sono stati d’aiuto per attraversare un periodo difficile.

Quando avete iniziato a suonare quali musicisti vi hanno ispirato più di tutti?

Alla fine degli anni 80, quando ero ancora a scuola, la musica pop stava passando un brutto momento. Rimasi affascinato dalle cose dei ’70 come i Pink Floyd e da un certo progressive melodico come i Camel e i Supertramp. È un Pop Rock melodico che ancora adoro. Gli Alan Parsons Project per esempio sono ancora tra i miei ascolti: adoro come fanno suonare la chitarra nei soli, ti viene da cantare ogni singola parte. Con i Pineapple parliamo sempre molto del ruolo della chitarra perché non vogliamo rischiare di sfociare nel Progressive Metal, vogliamo rimanere comunque una rock band. In tanti ci domandano perché non ci dedichiamo ad assoli velocissimi e articolati, noi rispondiamo sempre che ci sono già altre band che fanno egregiamente questo lavoro. Quindi il mio approccio alla chitarra deve sempre mantenere uno sguardo obliquo, ma comunque melodico, deve essere qualcosa che il pubblico può sentire veramente piuttosto che una marea di note che vanno da tutte le parti.

Cosa stai ascoltando in questi giorni?

Devo confessarti che quando sono in fase compositiva non ascolto nulla perché non voglio assolutamente essere influenzato da alcunché. Voglio veramente che quello che scrivo sia il più possibile il risultato di un mio lavoro. In periodi come questo in cui non sto scrivendo invece mi metto a cercare roba nuova. In questo momento non credo di poterti comunque citare con particolare entusiasmo qualcosa.

Il prossimo anno verrete per un paio di concerti in Italia. Quanto è importante per voi la dimensione live e come lo state organizzando per ricreare le atmosfere dell’album?

Abbiamo tenuto molto in considerazione la dimensione live mentre scrivevamo l’album. Come hai detto tu il disco è piuttosto a trama fitta, accadono molte cose, in più abbiamo rifinito molto la scaletta e aggiunto George Marios, che è un ottimo turnista, alla chitarra. Credo che l’ultimo tour in Europa è stata la prima volta che siamo andati in Italia. Non avevamo idea se qualcuno sarebbe venuto a vederci, a Roma era tutto piuttosto incerto, poi una settimana prima avevamo fatto improvvisamente sold out. Era un posto da 800-900 persone e c’erano altri che cercavano di entrare lo stesso. Eravamo super felici. Non vediamo davvero l’ora di tornare, il pubblico italiano è veramente energico e vitale!

Articolo di Francesca Cecconi, traduzione di Lorenzo Lo Vasco, video-editing di Marco Polidori

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