Roberto Angelini intervista

Intervista esclusiva in cui scaviamo nel profondo del suo nuovo album

Roberto Angelini foto_Giulia Breschi

“Il cancello nel bosco” è il nuovo progetto di Roberto Angelini (qui la nostra recensione) dove l’artista coinvolge il suo pubblico in un viaggio di melodie e canzoni che racchiudono nove anni di idee, collaborazioni e sperimentazioni. Il musicista condivide una parte di vita di cui noi ne conosciamo la superficie, apre le sue profondità dove troviamo domande, riflessioni che si accompagnano alla voglia di fare musica in compagnia della sua famiglia musicale allargata e del figlio Gabriele.  Già in tour per la promozione dell’album (qui il live report del concerto pisano), lo incontriamo per un approfondimento.

Dopo nove anni dal tuo ultimo successo esce “Il cancello nel bosco”, un progetto che già dal titolo unisce gli opposti: un cancello, solitamente, delimita l’ingresso a un giardino, cioè a una natura manipolata dall’uomo, mentre il bosco è qualcosa di più selvaggio dove non domina la mano umana. Raccontaci qualcosa del titolo e di come nasce il tuo progetto.

Il titolo è nato in pochi secondi, sono quelle cose estemporanee che ti vengono ascoltando ciò che fai, come il brano che dà il titolo all’album ed è declinato in tre parti all’intero. La musica mi ha ispirato questo titolo che è un po’ come l’immagine di un portale all’interno di un bosco. Il cancello non è “del” bosco ma “nel” bosco, come se nel tuo viaggio tu lo trovassi improvvisamente di fronte a te. Il viaggio è all’interno di questo bosco, nell’album ci sono vari momenti che si sviluppano in questo luogo e il brano che, per quanto mi riguarda, è il più importante è “La chiave del cancello” perché è lo strumento che ci permette di aprire il portale. Tutto questo mi permette di mettere insieme una serie di pezzi strumentali nati in questi nove anni mentre ero impegnato a fare molte altre cose. Capitava di fare collaborazioni, esperimenti strumentali e ad un certo punto, dopo vari anni, mi sono reso conto che aveva senso riunirli in questo disco, inventandomi questo escamotage, come se fosse la colonna sonora di un film che non esiste. Volevo anche raccontarmi attraverso dei pezzi strumentali che negli ultimi anni mi caratterizzano un po’ di più rispetto alla parte cantautoriale.

Il tuo progetto alterna brani cantautoriali dove si nota la cura e la ricerca linguistica, ma soprattutto risalta il valore del suono della parola con pezzi strumentali dove la dinamicità degli strumenti creavano la sensazione di trovarsi di fronte ad una vera a propria lingua. La sensazione che se ne ricava è che la musica diventi parola e la parola diventi musica, come se si scambiassero i ruoli.

Quando ero bambino mi sono innamorato della musica prima ancora della parte testuale. Ho sempre pensato che in un giro di chitarra suonato ossessivamente per ore, ci fosse già dentro una storia da raccontare, ci fossero delle parole perfette per quel giro. Questo è stato sempre il mio approccio musicale di scrittura delle canzoni, raramente sono partito da un testo per musicarlo, il testo è, a volte, un piccolo miracolo di quando suoni ripetutamente un giro e all’improvviso si apre una parola, ti dà un’ispirazione a tirare fuori cose che hai dentro, come una sorta di maieutica, l’analisi di un cuore aperto. Dove le parole non ci sono, mi piace tantissimo cercare di dare delle immagini esclusivamente con la musica, come nel brano “Il complotto delle foglie parlanti”. Sono contento di aver sperimentato in questo disco delle sonorità che, in realtà, per me viaggiano insieme, perché fare musica vuol dire sempre provare, rischiare cose nuove, scommettere con me stesso. La prova del tempo, poi, aiuta a capire se la composizione di un brano ha veramente un valore, perché appena registri qualcosa tu la adori, dopo pochi giorni la odi, poi la lasci da una parte e la riascolti. In tutto questo, qualche brano vince la prova del tempo e diventa qualcosa che, secondo l’artista, vale la pena di essere ascoltata da altre persone per far conoscere il tuo modo di vedere le cose, sia sotto forma di canzone sia come semplici pezzi strumentali.

Nel tuo album fai uso dell’elettronica legandola anche al cantautorato, scrollandogli così di dosso questa immagine bloccata ai grandi artisti del passato. Tu hai avvicinato questo stile a delle sonorità più moderne, arricchendolo. Unire due aspetti che molti ritengono inconciliabili è una sfida oppure una proposta verso il panorama musicale italiano?

Ci sono tanti grandi cantautori, del passato e del presente, che hanno segnato un percorso e ognuno di noi si rivede in uno invece che in un altro. Amo tutti i grandi cantautori, ma quando ascolto un disco di Battisti penso che la sperimentazione nella musica, nelle parole e anche a tutto ciò che c’era nel contesto artistico in cui viveva, assomiglia, come intento, a quello che cerco di fare io. Mi piacciono tante suggestioni, anche quelle provenienti da altre realtà e culture, e cerco di riportarle con un linguaggio legato all’italiano che a sua volta ha una sua storia, un suo slow. La nostra lingua ti permette di raccontare, anche se ha dei limiti che, però, spesso si trasformano in zone di ricerca e sperimentazione; non si può cantare come si canta in inglese, ad esempio, quindi devi trovare il modo giusto di esprimere i concetti però con un mondo sono che viaggia in altre direzioni. Importante è, in questo caso, la collaborazione con Gigi Canu e Marco Baroni, dei Planet Funk, perché sono loro che mi hanno dato lo stimolo di scrivere queste canzoni insieme; le idee musicali partivano da loro, io magari aggiungevo delle melodie e delle parole, per creare pezzi proprio scritti a sei mani.

Nel tuo album sono presenti varie collaborazioni e sembra di trovarsi proiettati in una vera e propria comunità musicale. In un ambiente dove spesso viene messa in risalto la competizione tra gli artisti, quanto è importante riuscire a creare questo legame?

Lo trovo molto importante, anche se da ragazzo non ci pensavo. La maggior parte delle persone con cui suono oggi, caratterizzano una fetta di musica italiana perché ognuno di loro collabora o suona stabilmente con una serie di musicisti di altri gruppi. Siamo una piccola famiglia nata sui banchi di scuola che poi si è ampliata in un piccolo studio, un’etichetta che abbiamo aperto. Sei felice quando vedi Rodrigo D’Erasmo, Fabio Rondanini e Gabriele Lanzarotti all’interno di progetti. Creare comunque una comunità è fondamentale e mi ritengo molto fortunato ad essere cresciuto con dei musicisti con i quali vivo quotidianamente, che è anche un bel rimedio al tempo che passa, come se stessi ancora in vacanza con gli amici del liceo.

“Le chiavi del cancello” è stata composta da tuo figlio, Gabriele Angelini

Sì, l’ha composta lui, e si chiama metaforicamente “La chiave del cancello” perché do a lui la chiave per aprire questo portale che lo condurrà dove spero trovi la felicità. Quando aveva dodici anni, mentre stava suonando al pianoforte questo pezzo suo, l’ho bloccato e gli ho chiesto di registrarlo, in modo da mandarlo a Rodrigo D’Erasmo per arrangiarlo. In questo modo ha capito quanto fosse importante nella musica la condivisione e come il pezzo potesse prendere una forma diversa nel momento in cui sarebbe entrato in contatto con altre personalità. Quello che c’è nel disco è proprio quella registrazione: mio figlio a dodici anni, un brano composto da lui con Rodrigo D’Erasmo.

L’incontro tra generazioni, l’annullamento della distanza a livello personale e culturale, come lo vedi nel panorama musicale attuale?

Dipende molto dai giovani. Mi ricordo che, quando ero più piccolo, io e i miei amici seguivamo i musicisti più grandi, quelli che ci facevano sognare per tanti motivi. Presumo che sia così ancora adesso, ma può darsi che non valga per tutti. Oppure qualche giovane ha un fuoco particolare dentro per cui non ha bisogno di inseguire nessun modello. Il discorso è molto difficile da fare in generale, anche se è importante trasmettere a stimoli a livello culturale alle nuove generazioni, e per farlo si deve partire da noi stessi; dobbiamo essere sereni e solo allora si può dare una linea guida, senza forzare, fornendo dei mezzi mentre aspettiamo che ci sia un avvicinamento, che deve essere fatto in piena libertà, diamo fiducia ai ragazzi facendogli scegliere ciò che sentono come proprio, che non sempre corrisponde al nostro.

Articolo di Alma Marlia

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