“Diatomee” è il nuovo album di Rossana De Pace (la nostra recensione): ne abbiamo approfittato per farci raccontare dalla cantautrice pugliese il viaggio che ha portato alla realizzazione dell’album, tra eremi immersi nella natura incontaminata, tartarughe che decidono di abbandonare il guscio e una curiosa ma proficua collaborazione con un’orchestra di piante.
Qual è stato il percorso, musicale e umano, che ha portato alla realizzazione di “Diatomee”?
È un disco che parla del mio presente; la maggior parte delle canzoni è stata scritta infatti la scorsa estate, durante il mese di luglio, quando ne ho approfittato per immergermi nella natura in quattro luoghi differenti, quattro residenze, a Torino, tra i colli parmensi, nella Val Pellice e in Lunigiana: una full immersion nei miei pensieri, prima ancora che nella parte musicale. A livello personale, sono partita con l’idea di prendermi una pausa dalle mie stesse convinzioni, mi sono detta ok, basta, spogliamoci delle cose che ho sempre pensato di sapere: volevo abbandonare l’arroganza dei vent’anni – dato che quest’anno ne compio trenta – e iniziare a mettere in dubbio un po’ di certezze. La track list segue proprio questo concetto: inizia infatti con un pezzo, “Vorrei che fosse voglio”, che parla di una tartaruga che si vuole liberare del suo guscio per poter volare e iniziare così il suo personale viaggio di conoscenza di sé. Parlo quindi di zavorre, così come di convinzioni personali, della presunzione di conoscere sé stessi profondamente, invece di scegliere di sperimentare e capirsi meglio.
L’idea iniziale era quindi questa, poi, brano dopo brano, il disco si è trasformato in un’analisi di tutto ciò che ho ereditato dal mondo, dalla società e dall’educazione. Ho cercato di capire cosa volessi tenere e cosa invece lasciare andare. La scaletta racconta di questo mio viaggio, dove gradualmente mi libero dai condizionamenti familiari, da quelli sociali e dal mio “io giudicante”, fino ad arrivare a canzoni come “Magna Grecia”, dove dico: ok, accetto le contraddizioni che ho dentro, ma decido comunque di prendere una posizione. Il disco si chiude con “Alternativa”, che rappresenta il momento in cui, conoscendomi meglio e sentendomi più libera, capisco che può esistere appunto un’alternativa alle strade già percorse, quelle che i condizionamenti esterni mi facevano credere fossero le uniche possibili. Ho creato un’alternativa solo per me, un modo assolutamente personale di vivere e di sviluppare le mie idee; questo è stato il mio percorso interiore durante il mese di residenza, e il modo in cui ha influenzato le canzoni del disco.
Per quanto riguarda invece il percorso musicale, il titolo “Diatomee” fa riferimento a un fenomeno naturale: sono alghe unicellulari, che vengono trasportate ovunque dal vento e prosperano poi in tutti gli ambienti acquatici, producendo una clamorosa quantità di ossigeno. Trovo questo concetto super affascinante, tanto da avermi portata a chiamare con lo stesso nome l’album: mi piaceva l’idea che se ne potesse parlare, che qualcuno incuriosito possa spingersi a fare delle ricerche in merito, credo sia una bellissima metafora. Proprio perché c’è un elemento naturale nel titolo, ho voluto inserire la natura anche negli arrangiamenti: infatti, durante le quattro residenze, ho raccolto le frequenze delle piante e le ho inserite nel disco, grazie a un dispositivo che permette di trasformarne l’impulso elettrico in note musicali, e questo mi ha permesso di far “suonare” le piante incontrate lungo il cammino. Molti synth, suoni particolari e persino i violini che puoi sentire nei brani sono generati da loro. Anche l’aspetto visivo è collegato: le opere in copertina sono realizzate in terra cruda dall’artista Isabel Rodríguez Ramos, perché l’argilla compie lo stesso viaggio delle diatomee, facendosi trasportare dalle correnti. C’è un filo conduttore estremamente preciso che unisce tutto.
È una tecnologia italiana di nome PlantsPlay: come funziona tecnicamente?
È abbastanza semplice: il principio di base è che tutto ciò che è vivo vibra. Già questo è poesia. Se tutto ciò che è vivo ha una vibrazione, possiede di conseguenza una frequenza, e quindi può suonare. La musica e l’elettricità condividono la stessa unità di misura, gli Hertz: ciò vuol dire che se ho un dato elettrico in Hertz, posso tradurlo in una nota, ed è esattamente ciò che fa il trasformatore, prende il dato elettrico dalla vibrazione della pianta e lo trasforma in nota musicale. Io ed Edoardo (Taori, il fondatore di PlantsPlay, ndr) applichiamo degli elettrodi alla pianta, e lei inizia a suonare secondo la sua frequenza di base: decide quindi le note, il ritmo e il volume. Alcune fanno una nota fissa, altre “improvvisano” in base agli stimoli esterni come la luce, l’umidità o la composizione del terreno. La cosa magica è che anche il tocco umano influisce, perché anche noi abbiamo una frequenza, quindi, toccando la pianta, le frequenze si uniranno facendo cambiare la nota, è un feedback immediato a cui la pianta reagisce. Ciò che lei non decide è il timbro: quello lo decidiamo noi assegnandole uno strumento, come un synth o un violino. Noi le diamo lo strumento, lei ci mette la composizione. Sembra magia, ma scientificamente è molto lineare.
Come applichi questo sistema all’arrangiamento? I brani nascono già dalla frequenza della pianta o le piante intervengono su una struttura che hai già composto, magari chitarra e voce?
Ho lavorato in entrambi i modi. Ci sono pezzi in cui l’arrangiamento è nato da una progressione fatta dalla pianta che mi piaceva particolarmente; allora l’ho tagliata e mi sono detta, ok partiamo da qui. Tuttavia, la maggior parte del lavoro è stata simile a quella che si fa nella composizione cinematografica, dove la pianta è il compositore che propone la musica, mentre io sono l’editor che sceglie i frammenti più adatti alla canzone. È stato un lavoro impegnativo, perché dovevo far combaciare tonalità e armonie, ma è stato anche magico. Unire due mondi lontani porta a idee geniali che non avrei mai avuto da sola: le piante mi hanno suggerito soluzioni armoniche e melodiche davvero insolite. È stato un lavoro di “taglia e cuci” e di incontro tra la mia ispirazione e la loro.
Hai citato quattro residenze: Torino, Val Pellice, Lunigiana e i colli parmensi. Perché questa scelta? E come si è svolto il tuo lavoro?
La prerogativa nella scelta dei posti era che fossero immersi nella natura – per raccogliere le frequenze – ma anche che fossero gestiti da comunità di persone, perché uno dei miei obiettivi era esplorare il senso di collettività. Un’altra metafora legata alle diatomee che mi ha ispirata è che, viste dallo spazio, nei punti in cui sono più agglomerate, esse brillano; mi affascinava l’idea romantica che, se stiamo insieme, possiamo brillare così tanto da essere visti dallo spazio.
Sono stata in luoghi molto diversi: in Val Pellice da una comunità di amici che ha aperto un polo culturale per i giovani; in Lunigiana dai Moretti, una famiglia molto famosa nei dintorni per la sua attitudine rivoluzionaria; sui colli parmensi da un ragazzo che gestisce da solo uno spazio aperto alla collettività. A Torino, invece, avevo a disposizione un vero studio. Negli altri posti ero immersa nella natura selvaggia, a contatto con fiumi, cicale e… ghiri (che ho scoperto essere animali per me piuttosto traumatici!). In questi luoghi ho raccolto campioni di suoni ambientali e frequenze di piante che hanno fatto da base alle canzoni; ho curato le pre-produzioni sul posto con un piccolo set portatile, poi sono andata in studio con il produttore Taketo Gohara per portare tutto a un livello superiore, dove le parti strumentali sono state registrate dal vivo insieme ai musicisti che mi accompagnano in tour, che sono anche miei amici. È un disco molto “real”, completamente suonato.
“Magna Grecia” ci porta nel mondo dell’epica classica, con vari riferimenti a personaggi legati alla mitologia greca che, da sempre, hanno la funzione di rappresentare vizi e virtù dell’essere umano: qual è la metafora in questo caso?
“Magna Grecia” rappresenta il raggiungimento della consapevolezza, l’accettazione del fatto che dentro di noi convivono una parte buona e una “mostruosa”, quella che spesso ci fa paura. Volevo dire che, pur non essendo sempre coerenti al cento per cento, è fondamentale prendere una posizione. Oggi si sente spesso dire: se non puoi essere coerente al massimo, allora non lottare proprio, e questo secondo me è un pensiero deleterio, sarebbe come dire che non ha senso essere vegetariani quando si può essere vegani. È stupido. Dobbiamo accettare le nostre contraddizioni senza che queste ci impediscano di agire. Nel brano cito Medusa: la storia ce la presenta come un mostro e siamo quasi contenti quando Perseo la uccide, ma se studi la sua storia, scopri che è diventata un mostro per colpe non sue e che è stata una donna vittima di violenza. Accettare la propria “mostruosità” significa accettarsi nella totalità, senza rinunciare a schierarsi. Io non credo ciecamente nella coerenza assoluta, che a volte ci costringe a fare cose contro noi stessi, quanto piuttosto nel farsi quotidianamente domande, così da poter crescere e avere la possibilità di cambiare idea ogni giorno.
Risulta evidente il tuo amore per le sonorità tipiche del Folk mediterraneo, e negli ultimi anni ci sono tanti artisti italiani che, come te, stanno emergendo dal Sud Italia portando innovazione, dando rilevanza alla musica o al dialetto tradizionale della propria regione. Ti ritrovi in in questo filone?
Mi ci ritrovo assolutamente. Vengo da un paesino della Puglia dove per i primi dieci anni della mia vita ho ascoltato solo musica popolare nelle feste di paese, quindi è qualcosa che scorre nel mio sangue. Quando ero agli inizi inserivo involontariamente queste influenze nelle mie canzoni, ora lo faccio con consapevolezza, come si può notare da certe parti ritmiche e nella coralità degli arrangiamenti vocali; in più, nei live soprattutto la mia voce è molto diretta, “di petto”, proprio come nella tradizione popolare.
Tuttavia, ho preferito non estremizzare questo aspetto come fa, ad esempio, La Niña. Volevo trovare un punto d’incontro mantenendo la “forma canzone”, restando in qualche modo nell’ambito della musica Pop, e questo perché il mondo delle tradizioni è un territorio prezioso e pericoloso: bisogna studiarlo e viverlo con rispetto. Io me ne sono andata di casa presto e non mi sento ancora all’altezza di abbracciarlo totalmente, anche se percepisco le mie radici come potentissime, quindi mi sto avvicinando a questo mondo piano piano; il mio desiderio per il futuro è quello di tornare a vivere in Puglia, e sono sicura che, vivendo quotidianamente quelle suggestioni, sarà naturale per me “sporcare” sempre di più la mia musica con quegli elementi.
Ho visto una tua storia Instagram in cui parlavi del fatto che la tua te stessa adolescente, alle prime armi per quel che riguarda la scrittura, avrebbe vissuto la pubblicazione di un album così personale come “Diatomee” non come una festa ma come una gogna: cosa vorresti dire, oggi, a quella ragazzina?
Le direi di non aver paura di essere se stessa. In realtà, alla fine, io non ho avuto paura perché ci ho provato, quindi in realtà mi darei una pacca sulla spalla! Devi pensare che, ai tempi, ero estremamente timida, quasi con manie di persecuzione, quindi non pensavo assolutamente che i miei pensieri potessero interessare a qualcuno, o addirittura di avere il diritto di esprimerli, mi sono dovuta sforzare moltissimo per uscire dal guscio. Il consiglio che darei a chi si sente così è di provarci, ma in ambienti sicuri: la prima volta che ho cantato un mio pezzo davanti ad altri ero a uno stage di canto, e volevo morire! Prima di allora il mio unico confronto era stato il foglio, che mi ha salvata dal non impazzire, quindi se quel giorno qualcuno mi avesse detto “fai ridere”, mi avrebbe distrutta. Invece ero in un posto protetto e mi hanno incoraggiata. Quindi, il consiglio sarebbe di buttarsi, ma di farlo dove c’è un paracadute: se la prima volta va bene, si avrà la forza di andare avanti anche quando le cose andranno male.
Stai preparando il tour di supporto all’album: quali sorprese aspettano chi verrà a vederti dal vivo?
Il live è la mia parte preferita, io sono fatta per suonare dal vivo. Quello che succede sul palco è amplificato dieci volte rispetto al disco: sarà un concerto molto emotivo e intimo – posso già dirti che si piangerà anche un po’, come sa benissimo chi mi segue abitualmente – ma allo stesso tempo ci sarà occasione di ballare e cantare, sono canzoni scritte per sfogarsi tutti insieme.
Ho pensato anche a come integrare le piante nei live: non volevo portarle sul palco solo per farle suonare “a comando”, su arrangiamenti già pronti, andando a modificare manualmente le loro frequenze naturali per adattarle ai brani, quindi mi è venuta un’idea diversa: vorrei invitare le persone a portare le proprie piante ai concerti. Ognuno ha un legame speciale con la propria pianta, e mi piacerebbe creare un momento di improvvisazione dal vivo tra me e loro. Sarebbe un dialogo in tempo reale: la pianta inizia a suonare e io le vado dietro, creando un arrangiamento sul momento. In questo caso, è la pianta a fare da “direttore d’orchestra” e io mi unisco a lei.
Articolo di Alberto Pani
