Colle Val D’Elsa (SI), 25 aprile. Giorno della liberazione, sabato festivo. Ti aspetti che ai concerti ci sia poca gente, tra stanchezza post-corteo o gita al mare. E invece al SNR di gente ce n’è. Perché continua l’ottima programmazione di questa stagione, e stasera c’è un mini festival dal titolo “Fuzz Resistance”, che si svelerà una festa di Stoner, Psichedelia, Space Rock, Doom, e contaminazioni affini. In concerto quattro band italiane, a riprova che i generi sono vivi e proattivi anche nel nostro paese: Meifu, Bantoriak, Vesta e Giöbia, con proposte musicali diverse tra loro. Il tutto per un viaggio lisergico sano, dove la nostra droga è solo e soltanto fatta di note. Il bello è che trovate la loro musica su Bandcamp, non c’è nessuna necessità di andare sull’odioso player dal logo verde ramarro per ascoltarli.

Sul palco troviamo una gran quantità di amplificatori valvolari, di vario tipo e brand, a conferma che la qualità dell’output sonoro è fondamentale per ogni chitarrista di ognuna di queste band, per i quali “fuzz” non significa rumore ma perfezione e sigillo del proprio suono. Solo la batteria resta la stessa per tutti, per il resto a ogni cambio di palco insieme agli addetti alle corde saliranno anche super pedaliere con ogni tipo di effetto e comando, inclusi vecchi modelli analogici usati anche nel Grunge, e delay e loop station ovviamente.
Psichedelia al SNR
SNR sta per Sonar Noise Resistance, ma qui in Toscana lo chiamiamo semplicemente “il Sonar”, locale che è stato chiuso per qualche tempo, e risorto grazie all’Associazione Mosaico, che lavora su più fronti per promuovere cultura su un territorio molto periferico rispetto alle città – si trova infatti a metà strada tra Firenze e Siena -, con lo scopo di aggregare chi ha voglia di esprimersi artisticamente. Aule per corsi di formazione, sale prova cablate, un piccolo studio di registrazione, e il fiore all’occhiello: la sala da concerto, ampia, logisticamente ben organizzata, ben curata (e sicura), con un ottimo impianto gestito con sapienza e attenzione dai tecnici.

Oltre al bar interno, con prezzi introvabili altrove, nella tensostruttura a fianco, accessibile dall’interno del locale, c’è un punto ristoro con cibo sano dove trovare anche opzioni vegetariane e vegane (tema caro a Rock Nation, supporter di Meat Free Monday), tavoli e sedie in abbondanza, e stasera c’è anche un mercatino di vinili e abiti vintage. Insomma, uno dei due più bei locali della Toscana (insieme al The Cage di Livorno), vale ben il viaggio sulla maledetta Autopalio, strada perennemente dissestata, non illuminata e senza corsie d’emergenza. La percorro insieme a un produttore musicale, e mentre nel viaggio di andata parliamo del bel recente concerto, visto insieme, di Lili Refrain, e di altro Doom italiano al femminile che si sta facendo pian piano un nome, al rientro non finiamo più di parlare della stupenda serata, che in alcuni aspetti ci ha lasciati davvero estasiati. Vediamo perché. Si attacca, nessuna presentazione di band o musicisti, neanche una parola, niente orpelli, tutta sostanza musicale
Meifu: Doom da Firenze

Aprono la lunga serata i Meifu, band fiorentina dalle forti tinte doom con all’attivo un album, “Haunted Dreams” pubblicato da Argonauta, che ha raccolto ottime recensioni. Dal vivo però le tinte black mescolate a prove vocali sciamaniche non convincono, e il ricercato disorientamento voluto in studio si risolve dal vivo in un caos mal gestito, frammentato, senza alcuna compatezza sonora. Sembra che ogni componente della band vada per conto proprio. C’è del potenziale, ma le idee vanno chiarite, focalizzate, e poi provate a lungo prima di salire sul palco.
Bantoriak: Lysergic Stoner da Livorno


Veloce cambio di palco, durante il quale ci interroghiamo sul proseguimento della serata visto il passo falso in apertura, e per fortuna la situazione si ribalta. Sul palco il ritorno dei Bantoriak, e il viaggio psichedelico, quello ben strutturato e di senso, inizia. Davvero. In procinto di rilasciare, dopo lunghi anni, il secondo album (cercate di trovarvi l’8 maggio a Livorno) – il primo, “Weedooism”, è del 2020.


Quintetto compatto – doppia chitarra, basso e voce, synth, batteria – dalle idee chiare: la Psichedelia di matrice tradizionale è viva e può essere attuale e attualizzata, basta avere radici profonde e idee nuove. Il Rock psichedelico – che non ha qui paura di lasciar trapelare le influenze del Blues anni ’70 – riprende la tessitura classica dove brani non seguono lo schema strofa-ritornello e diventano suite lunghissime.


Sono infatti solo quattro i brani in scaletta, di cui due dall’album di debutto – e due dal nuovo album in uscita? – , un muro di suono che ci avvolge rendendo l’esperienza immersiva. La loro musica è densa, quasi paludosa. Si muovono su tempi molto lenti ma mantengono un groove costante, colorato dalle chitarre che intrecciano riff fuzzosi coordinati, con svolazzi che non sfociano mai in assoli veri e propri.


La musica dei Bantoriak è una sorta di mantra sonoro, dove la Psichedelia incontra il Doom soltanto per farne buon uso. E mentre i riferimenti musicali classici di questi generi portano alla mente altri nomi, davanti a uno dei chitarristi, steso poco sopra la pedaliera, un amuleto inaspettato: il logo dei Motörhead sul retro del chiodo.


Niente chiacchiere, poche strofe cantate dalla bassista. Tutta musica. Questo è una caratteristica che troveremo in tutte le performance, come il genere richiede (e il pubblico ringrazia).

Vesta: Post-Metal cinematico da Viareggio


I Vesta sono un trio di base a Viareggio ma con due componenti proveniente da altri luoghi della costa toscana, per i quali la perfezione del suono va oltre ogni immaginazione. Definirli musicalmente è difficile, poiché combinano in modo personale Post-Rock, Metal, Stoner, Psichedelia e Rock cinematico.


Per loro al momento due album all’attivo – “Vesta” del 2017 e “Odyssey” del 2020 -, ma un nuovo è in preparazione, anche se per i Vesta il processo di scrittura è lungo e tiene conto non solo della complessità delle partiture, ma anche dell’entrata in formazione del nuovo bassista, che vedremo essere perfetto per la combo viareggina. La precisione nell’esecuzione è davvero notevole, il chitarrista riesce a tenere il controllo della complessità dei suoni mantenendo una visibile concentrazione.


Il set è totalmente strumentale, e ci cala ancora più profondamente in una sorta di trance, con qualcuno che riesce a sfuggire alle maglie ipnotiche della serata facendo un sano headbanging.

Giöbia: Psych/Space Rock da Milano


Per terminare, ci viene servito il dolce, scusate, lo zuccherino musicale: sound lisergico con Psichedelia pura che si “sporca” con l’Hard Rock dei primi anni ’70, per trasformarsi in un viaggio cosmico, un approdo su un stazione spaziale abbandonata dove perdersi senza pensare a possibile un viaggio di ritorno; l’esperienza è totalmente immersiva, e in questo i Giöbia sono il punto di riferimento assoluto.


Non a caso sono una delle band italiane più famose all’estero in questo ambito, con partecipazioni a festival importanti per la Psichedelia. Per farci fare questo antinomico viaggio spaziale indietro nel tempo usano abbondantemente synth, sitar e un’infinità di effetti per creare un suono acido. Sebbene ci sia un lato pesante e scuro nella loro musica, è al tempo stesso vivace e anche abbastanza veloce, merito anche della sezione ritmica, sostenuta da un bassista che davvero sembra venire da un altro universo.


La chitarra grida, nei suoni, Tony Iommi, ma d’altronde l’accordatura tipica del Doom porta lì (complice anche la Diavoletto usata), ma lo stile è onirico e tribale. Il chitarrista imbraccia anche il sitar elettrico, tra l’altro un bellissimo strumento, senza abusarne nell’insieme del set, facendone un uso competente e sapiente.


Ad accompagnare la performance la proiezione sul led wall di immagini ipnotiche; purtroppo un piccolo distacco di corrente, subito ripristinato, non ha permesso di continuare a vederle, ma poco importa. La sostanza del loro live sta nell’intreccio di note, che se fossero fili colorati porterebbero a tessere un tappeto delle Mille e un notte.


Poche strofe cantate, una gran tenuta di palco, sintonia perfetta tra i componenti, ne fanno una band da non perdere. Hanno pubblicato cinque album, uno più bello dell’altro, che non possono mancare nello scaffale (fisico o virtuale) degli appassionati del genere, e li trovate tutti al merch dei loro concerti.


La serata finisce, gli ampli si spengono, le valvole, stressate dal gran lavoro, si raffreddano; le pedaliere e le corde tornano nelle custodie, così come synth e tastiere. E noi usciamo pian piano dallo stato di trance, ritrovandoci felici di essere stati qui stasera, grati che questa musica sia viva in Italia anche grazie a etichette discografiche indipendenti che la sostengono (come Argonauta e Heavy Psych Sound), a locali come il SNR che la ospitano dandogli spazi belli e impianti sonori che la valorizzano, e che permettono a tutte le tasche (l’entrata era a offerta libera) di goderne.


Articolo e foto di Francesca Cecconi
