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The Aristocrats live Torino

Creano dipendenza e una volta entrati nella loro dimensione, ne vorrete sempre di più

Avete voglia, stasera, di fare un viaggio nella Musica con la M maiuscola, quella che esalta e sorprende, eseguita ad arte da Musicisti che ne hanno fatto uno stile e una ragione di vita? Non posso che raccontarvi di quello che è stato il concerto a Torino degli The Aristocrats, precisamente al Cap 10100, che il 23 novembre ha visto riempirsi la sala in un sold out strepitoso. Un concerto di questo calibro vale tutti i chilometri in autostrada, le code, il parcheggio da inventarsi in qualche modo e anche l’attesa al freddo prima che si aprissero le porte, oltre al tempo abbondante in sala prima dell’inizio.

Molti sono i musicisti con cui ho avuto modo di parlare e scambiare idee nel frattempo: chi non vede l’ora di assistere e ispirarsi ai virtuosismi di Govan, chi brama di assomigliare anche solo un pochino, con pratica ed esercizio, a un Minneman alla batteria oppure a un Bryan Beller al basso. Così cerchiamo tutti di ingannare il tempo dell’attesa che sembra sempre più lunga del solito, quando si è impazienti di incontrare da vicino dei mostri di bravura come The Aristocrats: sul palco, illuminato da luci fisse che non cambieranno mai durante tutta la performance, attende nella sua imponenza la batteria di Marco Minneman, insieme all’ armamentario costituito da due chitarre Charvel signature per Govan e tre bassi a cinque corde per Beller.

Ma chi sono questi signori della musica che ci apprestiamo ad ascoltare? The Aristocrats sono un gruppo strumentale rock progressivo / fusion nato a Los Angeles nel 2011, con sette album all’ attivo di cui quattro in studio, ai quali si aggiungerà il quinto nel 2024, e tre live. Tre i musicisti, che hanno bisogno di ben poche presentazioni: alla chitarra abbiamo il britannico Guthrie Govan, che mette mano sulle corde per la prima volta a tre anni incoraggiato dal padre, conosciuto per il suo lavoro in band come Asia e The Fellowship, nonché al fianco del Maestro Hans Zimmer; vincitore del premio “Guitarist Of The Year” della rivista “Guitarist Magazine” nel 1993 con il suo pezzo “Wonderful Slippery Thing”, presente nel suo album solista del 2006, “Erotic Cakes”. Ispirato a sua volta da altri dei della sei corde come Steve Vai e Yngwie Malmsteen, fonde perfettamente Jazz, Blues e Rock Progressive in una tecnica raffinata e sofisticata, presa spesso come punto di riferimento da scuole e accademie musicali.

Dell’ americano Bryan Beller e dei suoi bassi, invece, è il compito di far tremare muri, pavimento e viscere: i suoi primi passi nel mondo della musica sono al contrabbasso nell’orchestra della scuola a Westfield, New Jersey, passando dopo breve tempo al basso elettrico, all’ età di tredici anni, e seguendo anche contemporaneamente lezioni di pianoforte classico. Svilupperà una tale sensibilità e orecchio musicale da poter eseguire canzoni rock e metal al pianoforte. Quattro sono i suoi album da solista, oltre a un doppio concept album progressive, e le sue collaborazioni con altri artisti non si contano: registra tre album per James LaBrie dei Dream Theater, lavora con Steve Vai e la Metropol Orchestra in due produzioni di Vai, che lo recluta nel 2007 per il tour “String Theories”. Non dimentichiamo che è il bassista dei tour di Joe Satriani dal 2013, io stessa ho avuto il piacere di vederli entrambi al G3 del 2018 a Milano, un’esperienza rimasta viva nei ricordi come se l’avessi vissuta dieci minuti fa.

Cosa possiamo dire, invece, di un batterista, polistrumentista e compositore come il tedesco Marco Minnemann, a cui la rivista “Modern Drummer” dedica la copertina nel 2007 per la sua avanzata tecnica di interdipendenza connessa, che gli permette di suonare tempi diversi con ciascuno degli arti: una tecnica che ci mostrerà lasciando attonito il pubblico, tranne i batteristi sparsi qua e là in sala, che si sciolgono in esclamazioni colorite di ammirazione. La sua carriera vede collaborazioni con i Kreator, i Necrophagist, Satriani e Paul Gilbert, per citarne alcune, oltre a essere componente di vari super-gruppi e progetti. Possiamo anche dire che nel 2011 partecipa, insieme ad altri sei dei maggiori batteristi al mondo, all’ audizione indetta dai Dream Theater per sostituire Portnoy che lasciò la band.

La sala non ha transenna, la prima fila appoggia tutta direttamente sul bordo del palco, e nonostante sia gremita in ogni angolo di fan non sarò in alcun modo disturbata durante il mio lavoro, cosa che mi succede raramente ormai e di cui sono profondamente grata. Pochi istanti prima del live, ci viene chiesto, su richiesta della band, di non fare foto né video, anzi di spegnere proprio i cellulari e goderci lo spettacolo; seppur a malincuore, perché a tutti sarebbe piaciuto avere un video o qualche scatto, la richiesta viene rispettata diligentemente.

Ecco quindi che The Aristocrats prendono i loro posti, in quella che è la prima delle date italiane del loro “The Defrost Tour”, accolti da fan in festa che manifestano tutto il loro calore con applausi e grida di benvenuto.Alla luce di quanto richiesto, Govan non sembra essere troppo entusiasta delle macchine fotografiche che vede nelle vicinanze, e in generale nessuno dei tre interagirà particolarmente  con le lenti, come altri artisti amano invece fare: dal canto mio cerco di essere il più discreta possibile, senza brandire eccessivamente l’attrezzatura, nel limitato tempo concesso per scattare. Dopo un intro un po’ funky, il trio attacca con “Stupid 7”, con una batteria maltrattata a più riprese, e flanger di Govan stratosferici: in mano a lui la chitarra letteralmente parla e crea qualunque suono desideri il suo proprietario, che la usa anche per creare buffi effetti sonori per rispondere e fare simpaticamente il verso ad alcuni fan. Uno di loro, dopo aver fischiato durante uno scambio di battute, riceve in risposta un fischio pari pari dalla chitarra.

Sarebbe riduttivo circoscrivere questo trio in un solo stile, dato che abbracciano i generi più disparati pur mantenedo una salda direttrice nel Fusion / Prog Rock. Durante uno dei suoi vivaci discorsi, Beller ci anticipa l’ uscita del loro prossimo album in studio, il 16 febbraio 2024, ma non il titolo: We’ve worked harder and longer on this production, it should be a blast!

Ci deliziano con tre brani in anteprima di questo nuovo lavoro: “Hey … Where’s My Drink Package?”, “Sgt. Rockhopper” e una divertentissima “Aristoclub” che vede persino qualche tinta dance, come dice un divertito Beller : Do you remember that band ? Technotronic? , seguita da un solo di batteria, durato infiniti minuti, in cui il batterista sfodera tutta la sua abilità tecnica, mandando in uno stato estatico i batteristi attorno a me, mentre lui strapazza piatti e tamburi con la gioia di un bimbo e coadiuvandosi persino di animaletti di plastica, quelli che se premuti emettono un verso, facendone parte della sua infuocata performance. Abbiamo pochi dubbi che sarà uno dei tanti grandi successi di questi artisti, che sul palco mostrano un’alchimia e un affiatamento non comuni.

Minnemann, in particolar modo, mostra capacità assolutamente oltre il limite del normale di assecondare e seguire i suoi compagni, impeccabilmente, nelle loro evoluzioni spesso folli o improvvisate, quasi leggendo nel loro pensiero. Govan mostra il suo essere “British” che a volte lo rende il meno empatico dei tre; immerso in un dialogo tra lui e la sua chitarra, sembra quasi essere altrove mentre le sue dita eseguono note e virtuosismi che fanno impallidire i chitarristi presenti, in uno scambio di sensazioni e sentimenti tra lui e il suo strumento. Io non sono una musicista, quindi non so commentare in maniera tecnica, ma posso assicurarvi, da un punto di vista un po’ sentimentale se volete, che c’ erano momenti in cui Guthrie Govan, con le sue chitarre, letteralmente faceva botta e risposta. Chissà cosa si sono detti quei due, anzi quei tre dato che ha usato anche la seconda chitarra, per tutta la serata.

Bryan Beller, tanto affascinante e divertente quanto assurdamente bravo a suonare i suoi bassi, fa buona parte dei discorsi interagendo costantemente coi fan anche nelle file più in fondo, chiedendo interventi e interpellando chiunque volesse dire qualcosa.

Oltre ai brani del nuovo album, in scaletta abbiamo canzoni di tutta la loro produzione e ognuna viene presentata con un’introduzione divertente da parte dei tre, a rotazione; non mancano aneddoti sui loro tour precedenti, come quando Beller ci racconta del furto di parte dell’attrezzatura e anche se i ladri sono stati catturati, i suoi bassi non furono mai più trovati. Questo racconto ci introduce a “The Ballad Of Bonnie And Clyde”, scritta proprio da lui, altro brillante esempio di quanto sorprendentemente bene questa band strutturi le proprie canzoni. In una forma elegante, inizia lentamente, introduce temi molto tecnici, di complessa esecuzione, ma si mescola con altri più semplici che risultano altrettanto efficaci.

Tutti e tre i membri della band scrivono brani e mi è piaciuto il modo in cui ognuno di loro ha la capacità di scrivere l’uno per l’altro, non solo come mezzo per mostrare la propria abilità. Il calore tra i musicisti stessi, che si riversa poi sul pubblico, era tangibile. Ho riso più di quanto avessi fatto in alcuni spettacoli comici: vi dico in confidenza, non ero davvero preparata a quanto sarebbe stato bello. Osservando i presenti attorno a me, ho notato che ogni volto assorto era circondato da altri cento volti immersi nella medesima contemplazione; da un gruppo del genere ci si aspetta la perfezione ed è esattamente quello che abbiamo ricevuto, una musica che si sente in ogni fibra del corpo.

Tuttavia, non erano solo tutte le persone stipate in sala a essere connesse, questo si estendeva e fluiva attraverso la band stessa: amano profondamente quello che fanno, si sostengono a vicenda mentre suonano e attingono alla corrente, quasi elettrica, che scorre da loro stessi al pubblico e viceversa.
Sono sicura che ognuno di loro ama suonare con artisti del calibro di Joe Satriani, Steve Vai o Steven Wilson, ma ho la sensazione che questa band sia la loro vera vocazione.

Insieme esprimono liberamente  la loro essenza, permettendosi di poter giocare con porcellini e un pollo di plastica ed  essere buffi proprio perché sprizzano un talento oltre le righe da tutti i pori. Tre personalità distinte e abilità quasi imbarazzanti, ognuno tra i migliori al mondo nel suonare il proprio strumento, mascotte di plastica e un’esperienza fenomenale per tutti i presenti, anche per chi come me ha suonato solo il flauto alle scuole medie.

Due ore che sono state arte allo stato puro per le orecchie, volate in un soffio, e dopo i saluti ancora ci si sofferma davanti al palco sperando in un rientro inaspettato, un saluto dopo il  Buonanotte! che Marco Minnemann ci fa cantare al ritmo dei suoi tamburi, con grande divertimento. Tutti si meritano un live degli The Aristocrats, consiglio caldamente di non perderveli se potete, e non temete di annoiarvi perché si tratta di uno spettacolo strumentale, anzi vi dirò di prenderli a piccole dosi, poco per volta, perché creano dipendenza e una volta entrati nella loro dimensione, ne vorrete sempre di più.

Articolo e foto di Simona Isonni


Set list The Aristocrats Torino 23 novembre 2023

  1. Stupid 7
  2. Drink Package
  3. Sgt. Rockhopper
  4. Bad Asteroid
  5. The Ballad Of Bonnie And Clyde
  6. Aristoclub ( with drum solo)
  7. Through The Flower
  8. Ohhhh Noooo
  9. Furtive Jack
  10. Last Orders
  11. Blues Fuckers
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