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Vinicio Capossela live Brescia

Spettacolo impegnato e impegnativo

Vinicio a trazione bresciana. Il legame con la Leonessa è forte, da sempre. Dai tempi dei primi concerti al “Donne e Motori”, locale mitico in voga negli anni ’90, alla serata di giovedì 16 novembre 2023 al Teatro Grande, prima tappa di un dittico bresciano, impreziosito dall’affetto che lega artista e pubblico. Lui, sul palco, ricorda gli albori della sua carriera, e così io che scrivo, nel palco, faccio i calcoli. Perché al “Donne e Motori” c’ero anche io, e proprio allo show che cita Capossela. C’ero arrivato in motorino, sono passati 30 anni esatti. Da quel momento non ho perso mai un suo live. Dunque, posso vantarmi di aver visto tutti i suoi tour, e di avere la giusta dose di competenza per dire che il concerto di Brescia è stato bello e intenso, ma non di certo assimilabile ai vertici musicali raggiunti nel passato.

In primis, Vinicio ha fatto una scelta di campo: i suoi sono ormai concerti dove principalmente si chiede allo spettatore di ascoltare. I testi degli ultimi album sono diventati articolati, dotti e ricchi. Spesso si fa fatica a cantarli. Tom Waits e Paolo Conte sono un ricordo, come è giusto che sia, e la sua strada è tracciata, in modo personale e unico.  Che dire: adoro tanto il Vinicio caciarone, quello cioè del “Donne e Motori”, del concerto di Natale al “Fuori Orario” di Taneto di Gattatico, tanto quanto adoro questo Vinicio che richiede e vuole attenzione. È politico, è sociale, ed è artista a tutto tondo. Ciò che vien meno, però, è il clima di festa, la dimensione del ballo, e la gioiosità popolare che ha sempre saputo portare dentro i suoi spettacoli. È normale, sono passati 30 anni anche per lui, non solo per me, così come per il pubblico bresciano che lo ascolta, in religioso silenzio, composto e ordinato al Teatro Grande.

Lo spettacolo inizia e Capossela ricorda il filosofo Walter Benjamin Quando la politica diventa spettacolo – spesso incivile – allora lo spettacolo deve diventare politica civile. Il Covid aveva interrotto il suo tour più politico di sempre, quello dedicato all’album “Ballate per uomini e bestie”, uscito nel 2019. Oggi, dopo 4 anni nei quali Capossela non è stato fermo un attimo, ma ha suonato tanto dal vivo, e anche online, il cantautore è tronato in studio per dar vita al nuovo “13 Canzoni Urgenti”. Il motivo? Presto detto, in sintesi ovviamente.

C’è bisogno di dire alcune cose, su temi centrali della nostra quotidianità: il potere del marcato, il cibo come oggetto di consumo, la Resistenza violata, le questioni di genere, la violenza sui bambini, l’infanzia che si perde. Non ultimo, la Guerra. Tutto questo viene concentrato in un album che è stato suonato per intero, cioè tutte e 13 le canzoni urgenti, a dimostrare quanto Vinicio ci tenga e ci creda in questo lavoro (la nostra recensione).

Il concerto si è aperto con un divano in scena. È il simbolo della canzone con la quale si è dato il via allo spettacolo, e cioè “Sul divano occidentale”, che è anche la summa del nuovo lavoro. Noi occidentali guadiamo il mondo dal nostro punto di vista, seduti sul nostro comodo divano, spesso in salotto, davanti ai social. Da questa prospettiva tutto è bello, e funziona molto bene. Vinicio, con uno spettacolo riflessivo, ci ricorda che non esiste solo il nostro punto di vista. In questo concerto le sue riflessioni si fondono con una scaletta attenta a sviscerare i temi trattati nell’album. Capossela entra a piedi pari nell’attualità, tanto da non lasciare fuori nessuno: dal Governo ai temi della differenza di genere, temi chiavi presenti nella nostra quotidianità.

Ariosto, con la bella riflessione proposta nel brano “Ariosto Governatore”, è solo uno dei pretesti per dare una sferzata, chiara, sui tempi attuali. Se il senno è tutto sulla luna, sulla terra è rimasta tutta la follia. Da qui la presa di posizione forte contro forze, così le definisce Vinicio, che si aggirano nella nostra società, sempre presenti perché, prima di tutto, sono parte della nostra natura umana.

Non mancherà di essere esplicito, e diretto, nel brano da sempre più politico della sua produzione, e cioè “Marajà”. C’è da dire che questa canzone, ormai, è stata violentata in varie maniere dal Nostro. Suo sacrosanto diritto, come d’altronde insegna Dylan. Ma ormai è diventata più un motivetto che una canzone dirompente, come è sempre stata. Troppo veloce insomma, e le parole vengono mangiate, così che la potenza di questo brano magnifico, presente in “Canzoni a Manovella”, si perde. A far da contraltare a un concerto impegnato, alla maniera dei francesi, ci pensa una scenografia minimale, ma efficace: sembra di essere in un vecchio locale, di una vecchia città, ad ascoltare un poeta che ci racconta come funziona il mondo. Bello, anche se a un certo punto c’è voglia di ballare.

Capossela ha concesso, nel finale, una sezione di bis con brani diversi da quelli che aveva proposto fino a quel momento. Si è sciolto, si è lasciato andare, ed è tornato in scena con un bicchiere di vino, per ricordare, con una battuta, come in passato bevevo solo sul lavoro. Ora bevo alla fine del lavoro. La gag però serve per introdurre il trittico pensato ad hoc per la prima serata a Brescia: “Il paradiso dei calzini”, per ricordare la vicenda che vedeva protagonista Arturo Benedetti Michelangeli, e il suo accordatore di pianoforti che, a sua volta, ha creato uno strumento che Capossela ha suonato per comporre la canzone con la quale apre i bis. Poi un secondo omaggio, sempre alla città di Brescia, per salutare Alessandro “Asso” Stefana alla chitarra e Daniela Savoldi al violoncello, lo strumento che più si avvicina alla voce umana. Entrambi musicisti bresciani che vengono esaltati in un brano particolare, e cioè la messa in musica di un sonetto di Michelangelo. Per chiudere, poi, con “Dove siamo rimasti a terra Nutless”, da “Ovunque Proteggi”, album che ha segnato l’inizio della collaborazione proprio con Stefana. Allo stesso tempo, questa canzone serve per ricordare le lunghi notti del passato bresciano. Un brano completamente ri-arrangiato, che ha perso un poco in ricchezza musicale, ma ne ha guadagnato in emozione, anche perché Capossela ha spiegato la storia che sta alla base di questa canzone.

Nel finale tutti eravamo tutti in piedi, per “Il tempo dei regali” e “L’uomo nuovo”, ballata ormai popolare che, finalmente, ha fatto alzare tutto il Grande. È stata la seconda volta; la prima infatti fu per salutare il rientro in scena. Grazie, tutto questo è inatteso ha spiegato Capossela. È stato sincero, davvero, perché è rimasto senza parole. Gli applausi sono stati tutti meritati. Anche se c’era comunque voglia di ballare.

Il Capossela narratore ha saputo, in questi anni, sostituirsi a quello capobanda, e ha portato per mano il suo pubblico fino a qui, e cioè ad ascoltare, per oltre due ore, uno spettacolo impegnato e impegnativo. Sarà pure nato dall’urgenza, ma di certo non dal caso, e tanto meno dal mettersi in tour per muovere un catalogo e canzoni impolverate. Dal passato, infatti ne ha pescate poche.

Capossela prosegue su questa sua nuova strada, quella ormai della musica d’autore, raffinata e ricca, che si distacca da tutto e da tutti, come la bellissima canzone con la quale saluta definitivamente il pubblico bresciano, e cioè “Con i tasti che abbiamo” perché quando mancano dei tasti dal pianoforte bisogna cercare melodie con quelli rimasti.

La sera dopo si è replicato, ma è stata un’altra storia. Ed è questa la forza di Capossela: mai uguale a se stesso, e sempre capace di non deludere.

Articolo di Luca Cremonesi, foto di Michele Piazza

Set list Vinicio Capossela 17 novembre 2023 Brescia

  1. Sul divano occidentale
  2. All You Can Eat
  3. La parte del torto
  4. Staffette in bicicletta
  5. Il bene rifugio
  6. Parla piano
  7. La cattiva educazione
  8. Minorità
  9. Cha cha chaf della pozzanghera
  10. La crociata dei bambini
  11. Ariosto Governatore
  12. Gloria all’archibugio
  13. I musicanti di Brema
  14. Marajà
  15. Che coss’è l’amor
  16. Il paradiso dei calzini
  17. Fuggite amanti
  18. Dove siamo rimasti a terra Nutless
  19. Il tempo dei regali
  20. L’uomo nuovo
  21. Con i tasti che abbiamo
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