Weezer + Green Day Firenze Rocks

Apertura con il botto per il ritorno di questo immenso festival rock

16 giugno 2022, giovedì. Dopo una giornata di caldo torrido e umido come Firenze sa regalare mi appresto ad incamminarmi verso il Firenze Rocks per assistere alla prima giornata del festival che, dal 2017, salvo pause forzate dal covid, porta nel capoluogo toscano i nomi più altisonanti del Rock mainstream mondiale.

Arrivo in prossimità della location ascoltando l’ultimo album dei Tears of Fears e comincio ad imbattermi col tipico pubblico dei grandi eventi musicali: ci sono i grandi gruppi di ragazzi reduci da tre ore di sonno in due giorni dopo essersi fatti dieci-quindici ore di viaggio tra traghetti e pullman, ci sono il popolo degli alternativi che nella vita fanno magari gli operai, suonano in una band da quando sono ragazzini e investono tanti soldi per vedere quanti più concerti durante l’anno, le immancabili persone che fanno la camminata nordica, e infine i solitari, persone che per una qualunque ragione sono andati da soli al concerto preferendolo a stare in casa perché, diciamo la verità che a tutti gli amanti di Netflix non piace, restare in casa fa schifo.

Dopo qualche peripezia che mi porta a fare qualche giro a vuoto nell’arena prima di trovare il posto stampa e a incontrare persone impensabili, tra cui il mitico Dj Ringo di Virgin Radio, finisco sotto il palco dove trovo una stranissima batteria con un timpano alto un metro e mezzo, accessorio che poi si rivelerà servire a River Cuomo per una performance percussiva.

Green Day e Weezer, due nomi che hanno cambiato per sempre l’immaginario del Rock mainstream, accomunate da un anno, il 1994, in cui uscirono rispettivamente “Dookie” e “Blue Album”, lavori fondamentali per il Pop Punk e il College Rock.

I Weezer cominciano puntuali e per la prima volta vedo River Cuomo a pochi metri da me. Splendido cinquantenne, porta ancora avanti il personaggio del ragazzo impacciato che nella sua cameretta si esercitava la chitarra ammirando Randy Rhoads, Buddy Holly e Steve Ray Vaughan. Durante il live parla costantemente con il pubblico in italiano spicciolo e sfodera delle discrete doti soliste, come ad esempio delle idee fusion durante l’assolo della cover di “Africa” dei Toto e quella di “Enter Sadman” dei Metallica. Un’ora di concerto tranquilla dove fila tutto liscio lasciando un pubblico in visibilio.

Dopo un cambio palco durato circa mezz’ora parte “Hey, Oh, Let’s Go!” dei Ramones ed entra un uomo vestito da coniglio di peluche che brandisce una birra. Poco dopo entrano i tre ed il mio cuore batte a mille per colui che realmente amo dei Green Day, ovvero Mike Dimt, bassista iconico e fantasioso che dà corpo con i suoi giri alle melodie spesso troppo semplici di Billy Joel Armstrong, importante nel gruppo più come frontman mattatore che come chitarrista. Durante il concerto Armstrong non smette un secondo di fomentare il pubblico dicendo lui quanto è bello riessere in Italia dopo due anni. La scaletta prende pezzi tratti da tutta la loro discografia, due ore di show preciso senza nessun momento particolarmente memorabile, però in fondo i Green Day erano lì non per dimostrare qualcosa a qualcuno ma per fare felici migliaia di fan, specialmente il ragazzo che viene chiamato sul palco a suonare e riceve la chitarra in regalo.

Esco dalla Visarno Arena con la consapevolezza di quanto questi eventi siano importanti per le persone e di quanto, dopo migliaia di album ascoltati, abbia perso la magia che ha un qualunque fan quando vede i propri beniamini suonare per lui.

Articolo di Giorgio Cappai

Foto courtesy: Di Vincenzo, Mirabelli, Marenda (Firenze Rocks official)

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