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Boston Manor

Boston Manor “Datura”

La band di Blackpool ci regala uno splendido affresco urbano dai toni scuri e graffianti

Il 14 ottobre 2022 esce per SharpTone Records il quarto album in studio dei Boston Manor “Datura”. I Boston Manor, band nata nel 2013 a Blackpool nella contea inglese del Lancashire tra Liverpool e Manchester, hanno all’attivo tre album in studio Be Nothing (2016), Welcome to the Neighbourhood (2018) e Glue (2020), sei EP e una quindicina di singoli. Il nome della band deriva da quello di una stazione periferica della metropolitana di Londra sulla linea che collega la stazione ferroviaria di King’s Cross (la stazione di Harry Potter per intenderci) in pieno centro, con l’aeroporto di Heatrow, il principale hub londinese. Il quintetto inglese – voce, due chitare, basso e batteria – riconosce tra le proprie influenze musicali band pop punk come blink-182 e Citizen, i californiani Descendents, gruppi hardcore punk come Lifetime.

Più scuro e grunge degli album precedenti, “Datura” è una galleria di 7 dipinti urbani che narrano della solitudine, smarrimento, oscurità come presenza interiore, dove amici e amori sono compagni solitari di viaggio, che percorrono casualmente la stessa strada. E forse è solo questo che li unisce. “Datura” ha un’apprezzabile unità narrativa che rimanda al viaggio solitario, la cui monotonia è interrotta da incontri casuali e superficiali perché come canta Cox, facendo appena l’indispensabile altro non ci meritiamo.

“Datura” (sottotitolo “dusk”, crepuscolo) il brano d’apertura che dà il titolo all’album, è un brano d’ambiente basato su suoni urbani, percussioni digitali e piatti leggeri e pulsanti. La voce di Henry Cox ci porta in un mondo onirico con sfumature sonore che ricordano brani e suoni del Gabriel di “Up” del lontano 1992. Il testo narra la solitudine, l’incomprensione e anaffettività non solo tra umani ma tra umani e resto del creato.

“Flooding on the square” riprende la coda di “Datura” con un ritmo sempre più pieno e incalzante, fatto di percussioni digitali e metalliche. L’improvviso attacco delle chitarre toglie il fiato. Il brano prende corpo con batteria presente, sincopata, canto e chitarre che si inseguono e si danno reciprocamente forza. Tre minuti di suoni scuri e trascinanti. Belli i cori che invocano “I still rely on you”, faccio ancora affidamento su di te. Mi viene da aggiungere: forse perché non vedo alternative. Si torna al ritmo iniziale, suono d’ambiente e la chiusura con chitarra distorta per tornare al silenzio. Perfetto.

“Foxglove”, terzo brano dell’album, cambia tono di canto e narrazione, inizia come un brano pop punk ma dopo appena 20 secondi le chitarre entrano con suono cupo, coinvolgente. Belle le compressioni ed espansioni che portano in basso e in alto volume e toni per poi riprendere immediatamente. I suoni sono curati e definiti. La batteria di Jordan Pugh è un tappeto confortevole per gli altri strumenti e per la voce. Cox canta “Maybe I am the problem, maybe it’s me”, forse sono io il problema, forse sono io, e poi “I don’t deserve it but I savour every touch of your skin”, non me lo merito ma assaporo ogni tocco della tua pelle. Il soggetto è sempre distaccato e lontano, il contatto profondo proibito. Si arriva e ci si ferma alla pelle. Stop finale che risucchia insieme alla musica le ultime sensazioni di disagio.

Un arpeggio di chitarra introduce “Passenger”, quarto brano dell’album. Pubblicato come singolo è un brano molto orecchiabile e il ritornello colpisce nel segno. I suoni sono più semplici e meno dark dei brani precedenti, con effetti notevoli della voce e bei passaggi sui tom della batteria di Pugh. Il video di “Passenger” è girato proprio a Blackpool, per lo meno le parti in esterno: si vede chiaramente il faro – tanto riconoscibile quanto orribile – della cittadina che si affaccia sul Mare d’Irlanda. Finale da manuale con il ritmo che prima si spezza per poi fermarsi di colpo.

Si torna a suoni d’ambiente col quinto brano “Crocus”. Batteria con effetti digitali e piatti (charleston) in levare ci accompagnano in un cammino alla ricerca di “qualcuno che possa darci quello che vogliamo”. Il suono è pieno ma non soverchiante, si alternano piacevolmente istanti chiari e scuri. Un suono di pioggia battente, sicuramente consueto alle latitudini del nostro quintetto, insieme a voci, effetti vari, crea l’atmosfera del brano musicale “Shelter from the rain”. Un tempo si sarebbe definito un brano psichedelico, oggi lo si può descrivere come tre minuti di piacevoli suoni da meditazione.

Il brano conclusivo “Inertia” è il più acustico e rock, nel senso classico dell’album. I suoni sono meno scuri e grunge rispetto ai brani iniziali. Trasmette vibrazioni. Il basso di Dan Cunnif rimasto per lo più di accompagnamento negli altri brani cresce, mostrando personalità e idee. Notevole l’assolo di chitarra: ogni nota al posto giusto su di un tappeto ritmico pulsante e compatto che ne sottolinea ogni passaggio. La conclusione, dopo alcuni istanti di silenzio, è una coda fatta di suoni e voci digitali che interrompendosi lasciano il posto al solo trillare di uccellini in sottofondo. Forse una nota di nostalgia per la natura ormai immensamente distante dall’umano.

“Datura” è un album ben congegnato, con una sua personalità riconoscibile. Nonostante sia molto curato riguardo ai suoni e agli effetti, non se ne fa abuso, così rimane un’opera fresca e piacevole da ascoltare. I testi affrontano il tema del crespusco dell’umano nell’urbano con semplicità ed efficacia.

Articolo di Mario Molinari

Tracklist “Datura”

1. Datura
2. Flooding on the square
3. Foxglove
4. Passenger
5. Crocus
6. “Shelter form the rain”
7. Inertia

Line up Boston Manor: Henry Cox voce / Mike Cunniff chitarra / Ash Wilson chitarra ritmica, cori / Dan Cunniff basso, cori / Jordan Pugh  batteria

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