Caboose

Caboose “Awake Go Zero”

Quando il Blues è sentirsi stranieri. Un cammino nomade nel mondo ipnotico dei Caboose, un album in cui perdersi

Come faccio a convincervi ad ascoltare questo nuovo album dei Caboose, fuori per Bloos Records l’11 marzo 2022 e registrato nel Kuca Studio, se vi dico che il loro faro di riferimento è lo Hill-Country Blues, e voi direte … che noia il Blues? Allora vi dirò, ma è un Blues ritmico, percussivo, ha pochi accordi, e a causa del suo groove è stato chiamato anche “boogie ipnotico”.

Se volete un riferimento, è il genere che ha ispirato anche i Black Keys. Poi vi dirò che questo album, non so se per l’alienazione, gli spostamenti geografici o un desiderio di ritorno a casa, ha accenti che si discostano dal purismo del genere, per addentrarsi in territori a volte orientaleggianti e con qualche non casuale verso in francese, e a volte psichedelici e perfino cinematografici. Ecco cosa vi dirò: ascoltatelo come se fosse la colonna sonora di un film. Un film dalle atmosfere sospese, con un’ambientazione indefinita geograficamente, sicuramente sabbiosa, che ha forse come finale (spoiler?) un ritorno a casa.

Ascoltate con me allora questa ipotetica colonna sonora che apre con “Do What The Witch Says”, ipnotica nella migliore tradizione del genere Hill-Country, ma dal tempo veloce e incalzante. “Fortune” ha un groove quasi funk e una conclusione parlata che conclude una delle interpretazioni del tema del viaggio e dello spostamento che troveremo, con un’affermazione di sfida a quel treno che, di viaggio, ci fa fare l’ultimo: la ricerca di qualcosa che abbiamo dentro, e la ricerca della conoscenza stessa forse, ci tengono a un passo di distanza dalla città-macchina che ci vorrebbe travolgere e annientare.

“I Want Her Back”, nostalgica per una lontananza, con un ruvido assolo saturo, suona più vicina ad altri estimatori del genere, come appunto i Black Keys, o, sperando di scomodarli senza che i Caboose inorridiscano, perfino gli Eels. “Home” è più intimista e suona western, con la sua chitarra con tremolo, anche se il film si fa poi più psichedelico con intermezzo di voce lo-fi prima di tornare al macinare inquieto dell’inizio. “Poor Boy” è uno “standard” del genere, un brano tradizionale reinterpretato da moltissimi musicisti, quasi sempre con testi diversi o modificati.

Curioso di sapere a quale versione si ispirasse la cover dei Caboose, dopo aver verificato con una breve ricerca che non si trattava della primigenia versione di Banjo Joe, né di quelle di Howlin’ Wolf, Mississippi John Hurt, Bukka White, Carl Hodges, Cat Iron, Herman Johnson, Ramblin’ Thomas, Bo Weavil Jackson, Barbecue Bob, Robert Belfour, Mississippi Fred McDowell, R.L. Burnside ripreso anche dagli stessi Black Keys, e scoprendo che “Bad Boy” di Eric Clapton e “Prodigal Son” dei Rolling Stones sono versioni di questo standard, e poi perfino che la strofa centrale di “Matchbox” di Carl Perkins è “Poor Boy” innestata dentro una parte di “Matchbox” di Blind Lemon Jefferson, passando infine per Jeff Buckley e John Fahey che suonano altre canzoni con lo stesso titolo… ho alla fine chiesto alla Band.

Li ho contattati, e mi hanno confermato che Luigi De Cicco, autore di tutti i testi, ha scritto un testo originale per questa versione, dal groove molto trascinante, che ricorda quasi il funk di The Roots in “The Seed”. “Viva Hobos”, ode alle partenze e alla strada come condanna, come nella migliore tradizione Blues, dopo aver venduto l’anima al diavolo e a causa di una donna, è un ritorno alle armonie nordafricane. Curioso loop temporale, visto che i riferimenti seminali dello Hill-Country Blues vengono fatti risalire proprio all’Africa nord-occidentale che ai padri fondatori di questo genere aveva dato i natali. “Tongue” è il singolo dell’album con il suo riff Rhythm & Blues sul quale però le armonie vocali si dipanano quasi Funky e sono sottolineate da riff ritmici stop-and go.

“Without You” ha un tempo in 2 con un arpeggio di banjo, chitarra con tremolo e ululati di armonica filtrata, che richiamano armonie di deserti, anche se è difficile dire se urbani o selvaggi, ed evoca anch’essa addii e partenze. “Streets I Walk On” è la fine del film, con liriche che stavolta, anche se celebrano le strade e il viaggio, aprono alla speranza di un ritorno anche se soltanto come auspicio, lasciando la fine della “storia” sospesa in un suono quasi-Funk, con una coda quasi-Soul su un cambio di tempo dalle armonie quasi-Jazz che sostiene una quasi-Psichedelica voce doppiata in ottave e addirittura l’inclusione di un commento di qualcuno in studio nel finale.

Due elementi dalle note ufficiali: il titolo “è una traslazione inglese di Wakan Goki Zoroi (Atti di valore in Cina e Giappone) un’antica raccolta di storie che spesso hanno come protagonisti i viandanti e gli stranieri che allora affollavano i porti delle coste asiatiche” e la matrice nomade dell’album è conseguenza del fatto che è stato scritto e suonato “on the road”, tra ferry-boat e treni, a Memphis, Berlino, nella pineta abruzzese, New Orleans, Napoli e nella campagna intorno a Benevento, di cui il duo è originario.

Articolo di Nicola Rovetta

Tracklist “Awake Go Zero”

  1. Do What The Witch Says
  2. Fortune
  3. I Want Her Back
  4. Home
  5. Poor Boy
  6. Viva Hobos
  7. Tongue
  8. Without You
  9. Streets I Walk On

Line Up Caboose: Louis DeCicco – voce, chitarra slide / Carlo Corso – batteria, percussioni

Caboose online:
Website: https://www.caboosemusic.com
Facebook: https://www.facebook.com/soundcaboose
Youtube: https://www.youtube.com/channel/UC6KTolKzou5292gx3DLM4FQ/videos
Instagram: https://www.instagram.com/soundcaboose/
Bandcamp: https://soundcaboose.bandcamp.com/

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