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C’mon Tigre “Habitat”

Disco che conferma stile, talento e ambizione dei musicisti

“Habitat” è il nuovo album dei C’mon Tigre, uscito il 24 novembre per Intersuoni. Con dieci anni di carriera, il collettivo musicale che prende il nome di C’mon Tigre si è affacciato nuovamente nel panorama musicale con un disco che conferma stile, talento e ambizione dei musicisti che lo compongono. Partiamo dal dire che C’mon Tigre sono un progetto i cui fondatori preferiscono rimanere nell’anonimato per dare risalto a l’unico elemento fondante: la musica. Non si nascondono, né tantomeno suonano mascherati ma la scelta di non mettere il loro nome è quello che definirei uno dei tratti distintivi più importanti di questo collettivo. Un’altra colonna portante è l’enorme impatto visivo dei lavori dei C’mon Tigre, che anche in “Habitat”, si manifesta in tutta la sua forza emotiva.

Descrivere un loro album tralasciando l’estetica visiva ne ridurrebbe molto la portata, per questo non è semplice trasformare il disco in parole e soprattutto non ne farebbe apprezzare a pieno le qualità multisensoriali che la loro musica ha il potere di sprigionare. Ecco perché, per rendere loro il giusto riconoscimento e soprattutto per far capire a chi legge di cosa sto parlando, descriverò il disco come se la musica fosse un quadro e ogni nota una pennellata su una tela bianca, che, man mano che le sonorità si sprigionano, prende vita e assume forma.

Il disco si apre con “Goodbye Reality” un invito a lasciare ogni costrizione fisica per abbandonarsi all’ascolto, facendosi immergere in una dimensione extra terrena. La sensazione che produce è la stessa che si ha quando ad una festa si viene presi per mano e accompagnati al centro di una pista da ballo, c’è incertezza e indugio, ma poi, trasportati dagli eventi, ci si lascia andare. Nell’immaginario pittorico potremmo ricordare “Donne di Tahiti, sulla spiaggia” di Paul Gauguin, dove l’attesa e il dubbio si fondono nelle pennellate rosse e decise, trasudando calore e desiderio di evasione lieve, con la pazienza di chi sa che solo nell’attesa potrà trovare conforto. La seconda traccia “The Botanist” vede il primo dei tanti featuring che impreziosiscono l’album, con Seun Kuti alla voce e sax alto. L’atmosfera si trasforma, da pazienza si passa a ritmo, da attesa a consapevolezza come in un dipinto de Di Cavalcanti in cui i protagonisti, ancora non annebbiati dai fumi festosi, iniziano ad assumere forme in movimento. Il ritmo scandito del brano, timoroso ma elegante sembra rappresentare l’inizio di una festa in cui aleggia ancora quel velo di timidezza che è destinato a svanire brevemente.

“Teen Age Kingdom” con un eccezionale featuring di Xenia Franca è crudo, netto quasi posato nelle sue vocalità graffianti, non è un quadro che possa essere incorniciato ma un graffito su un muro di periferia. Uno di quelli che vogliono dire qualcosa di importante, quasi di politico, senza ferire nessuno, anzi, con l’intento di abbellire, di posare del colore in mezzo al grigio, per restituire un po’ di calore laddove calore ce ne è poco. Una rivendicazione del diritto al bello e al potere della parola, che con la musica rompe una frattura quasi impenetrabile.

Al quarto brano “Sixty Four Seasons” il disco sembra prendere un’inaspettata svolta, una deviazione ponderata. Non dobbiamo abituarci, ma lasciarci stupire costantemente dalle proposte di “Habitat”, tutto cambia vorticosamente e velocemente e dalla periferia della Street Art ci ritroviamo nei salotti Pop Art, dove il gusto retrò del Funk si fonde a ritmiche sporche e incalzate del Soul anni ’70. Una deviazione, dicevo, ma non nello spazio bensì nel tempo, lo stesso tempo che richiama salotti fumosi, vagamente futuristici ma radicati alla tradizione artistica degli ospiti, come in un film di Truffaut.

Dello stesso mood è “Nomad At Home”, dolce, malinconico dal sapore vintage. Nonostante all’apparenza si presenti discreto e quasi immobile a mio avviso arricchisce “Habitat” senza stravolgerne il senso, anzi definendo quelli che sono i contorni di un lavoro maturo e cosciente, che comunica, trasmette emozioni, immagini, come “I Nottambuli” di Edward Hopper. Apparentemente statico ma con la pretesa di infondere quel senso di inquietudine e Spleen che solo chi ha piena consapevolezza del proprio lavoro può comunicare. La sesta traccia “Odiame” è una cover, la prima cover che il collettivo abbia mai registrato. Il brano è stato reso famoso in patria da Julio Jaramillo, un famoso cantante ecuadoriano. Rivista in chiave moderna, attualizzata, ridona splendore a un lavoro dimenticato, un’opera di restaurazione, delicata e rispettosa che riporta alla luce un piccolo tesoro nascosto.

Arriviamo alla vera perla di “Habitat”, la traccia che racchiude il senso di tutto l’album: il caos di “Sento Un Morso Dolce” con Giovanni Truppi alla voce che scandisce ritmicamente un sogno sudato, farneticante e febbricitante, surrealistico e freudiano. Un delirio nella veglia, cadenzato e pulsante, incalzante ma solo in apparenza folle. In realtà ha un senso, così come anche i sogni più irrazionali lo hanno, ovvero mettere ordine nel disordine mentale. Ridonare un senso al suono, alla portanza artistica e al caos musicale. Solo attraverso questo processo si riesce a metabolizzare e interiorizzare quello che ci circonda. Un passaggio evolutivo che da semplici visioni primordiali ridefinisce gli spazi mentali. Per farvi capire di cosa parlo dovete immaginare il meraviglioso “Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio” di Salvador Dalì. Sembra innaturale ma c’è grazia e armonia, così come in questo brano, di una portata imponente.

L’album si chiude con due tracce “Na Dança das Flores” e “Keep Watching Me” due brani diversi ma in qualche modo speculari, facce della stessa medaglia. Gentili e aggraziati come una danza malinconica. Un sentimento che cerca di destarsi e svegliarsi nonostante le ritrosie. Entrambe delicati ma autorevoli. È l’invito a non lasciare andare, nonostante le angosce quotidiane, ciò che c’è di bello e che vale la pena custodire.

“Habitat” è la conferma che i C’mon Tigre qualsiasi tipo di sperimentazione vogliano portare a termine sarà un successo. È la dimostrazione, inoltre, di come la musica, in Italia, non sia ferma, statica, ma in movimento continuo, un viaggio che coinvolge tutti i sensi e che vale la pena compiere. Le prime date del tour: 10 febbraio al TPO Bologna, il 21 febbraio a Santeria Toscana 31 Milano, il 22 febbraio a Hiroshima Mon Amour Torino, il 7 marzo al Monk Club Roma, l’8 marzo all’Eremo Club Molfetta (BA), il 15 marzo al Capitol Pordenone.

Articolo di Silvia Ravenda

Track list “Habitat”

  1. Goodbye Reality
  2. The Botanist (feat. Seun Kuti)
  3. Teen Age Kingdom (feat. Xenia França)
  4. Sixty Four Seasons
  5. Nomad At Home
  6. Odiame
  7. Sento Un Morso Dolce (feat. Giovanni Truppi)
  8. Na Dança Das Flores
  9. Keep Watching Me (feat. Arto Lindsay)

Line up C’mon Tigre: Danny Ray Barragan DRB (batteria) / Mirko Cisilino (tromba, trombone, corno francese) / Xênia França (voce in “Teenage Kingdom”) / Marco Frattini (batteria) / Seun Kuti (voce e assolo di sax alto in “The Botanist”) / Arto Lindsay (voce in “Keep Watching me”) / Eloisa Manera (violino) / Pasquale Mirra (xilofono, xilofono elaborato) / Daniela Savoldi (violoncello, viola) / Beppe Scardino (sax baritono, sax tenore, sax contralto, flauto, clarinetto basso, clarinetto basso elaborato) / Valeria Sturba (cori in “The Botanist”, “Teen Age Kingdom”, “Na Dança Des Flores”)/ Giovanni Truppi (voce in “Sento Un Morso Dolce”)

C’mon Tigre online:
Website: https://www.cmontigre.com/
Facebook: https://www.facebook.com/cmontigre/
Instagram: https://www.instagram.com/cmontigre/
Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=MaKnjHVKyec

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