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DYLYN “The Sixty90’s”

Stile che unisce energia rock e ritornelli pop in un viaggio che rimbalza fra il calore degli anni ’60 e i suoni dei ’90

Le note di stampa parlano di influenze che vanno “da Blondie a Black Sabbath” per DYLYN, voce dell’Alternative Rock fuori con il suo album di debutto per Nettwerk Music Group – Bertus, anche se è riduttivo fare riferimento a Blondie semplicemente per il fatto che ci troviamo di fronte a una cantante femmina e per… il colore dei capelli. DYLYN, o Gwendolyn come la chiama papà Lewis a Toronto quando la rimprovera, unisce comunque un approccio e un sound rock a ritornelli e armonie contagiose, e la cosa che ci piace è che ha uno spirito molto rock nel fare Pop, con tanto di ruvidezze e suoni ambientali qua e là che ci fanno ascoltare un disco suonato e non sample come spesso succede. È arrivata a pubblicare questo album full-length dopo aver raccolto sei brani in un ep, “Bring On The Blues”, risultato di un periodo in cui oltre ad avere un lavoro nel campo edile con l’impresa di ristrutturazioni di cui è stata comproprietaria, ha vissuto in un alveare creativo con altri artisti continuando il lavoro di scrittura, fino a entrare in studio con i produttori Ryan Guldemond (di Mother Mother) e Parker Bossley (bassista di The Mounties, Hot Hot Heat).

L’artista conferma il suo stile che si concretizza qua in uno scontro fra epoche, fra la morbidezza psichedelica degli anni ‘60 e la ruvidezza alternativa e industriale dei 90, e che nelle sue parole anche nei temi spazia fra l’energia e la vulnerabilità, nella speranza che l’ascoltatore assimili (le sue esperienze) nel proprio mondo e nella propria prospettiva di vita. L’album tratta temi con cui la gente è un po’a disagio come ansia sociale, ansia sessuale e depressione; e cerca di generare in noi un senso di nostalgia che ci mette in collegamento con le canzoni, associandole alla nostra esperienza.

Ho bilanciato le visioni sonore per ogni canzone. Ryan ha portato quell’elemento Industrial stile NIN, mentre Parker si appoggia a toni anni 60 più caldi. I diversi background dei produttori hanno portato equilibrio, e Guldemond in particolare ha prodotto tutte le tracce vocali spingendo DYLYN a dare il meglio e a “scavare più a fondo”. Si sente già in “Hurt”, primo energico brano dell’album introdotto dal basso distorto che evoca echi industrial ma in un impianto chiaramente pop. La voce modula fra il rantolo e il sussurro fino allo scoppio sull’ottava alta nel ritornello, passa attraverso armonizzazioni di voci duplicate con eco claustrofobico fino a concludere fra le tastiere più anni ‘80 che ‘90.

“Hellbound” rivela ancora scelte produttive interessanti. Il pianoforte introduce un’armonia ossessiva da film super-eroistico e dopo il primo ritornello, che arriva su accordi vuoti di chitarra acustica su un tempo dimezzato, il brano passa da Pop orecchiabile a Hard Rock quando al cambio di tempo il riff introdotto dal pianoforte viene ribattuto da chitarre e batteria, spingendo la canzone in un territorio un po’ più diabolico. Con “Liar” invece siamo in puro territorio pop con echi spaziali, chitarra ritmica ostinata e un tempo disco. L’assolo è classico e il tema è la droga più potente in amore: le bugie.

In “Bring on the Blues”, lenta ma non Blues, i suoni poderosi di batteria con eco più Sixties e i suoni Nineties con echi rovesciati fanno fede al mashup programmatico espresso nel titolo dell’album, e l’emotività del testo è sottolineata da suoni di archi e dall’intensa vocalità. “The Times” è una intro psichedelica con inclusi suoni ambientali, voce solista e armonie vocali alla seguente “You”, versione rock di un ritmo doo wop lento “da mattonella” con echi vocali spettrali sull’ossessione dell’amore che a volte ha l’effetto dell’ascolto eccessivo di un brano. Il breve assolo gracchiante ricorda il Jeff Beck distorto su brani nostalgici come “Sleepwalk”.

“Liberate Me” è forse la più coraggiosa, con riff “gated” frammentati e suoni sintetici che vanno dal sussurro all’urlo, e invita alla liberazione da chi spesso maggiormente ci ostacola, cioè noi stessi. “Skin and Bone” è un uptempo rock con un ritornello molto orecchiabile e una intro di chitarra ubriaca. Esplora il tipo di unione che fa esplodere il mondo interiore, quell’emozione dei primi amori che l’autrice dice anche di cercare nel momento della composizione; un’unione che fa desiderare di avere qualcuno tanto vicino quanto la propria pelle alle ossa.

“Bullet” è una rock song dall’intro grunge in quattro quarti pieni anni ‘90 con coro magnetico e metrica accattivante. “Bobby’s Interlude” è un sample vocale non meglio identificato, probabilmente sull’importanza del tempo. “Time” è in effetti quasi l’unica parola che ho capito. Aggiornamento: Allora ho detto ehi, ma come faccio a scrivere una cosa così nell’articolo? Quindi ho chiesto a lei, e mi ha confermato che sì, è un vocale fra suo padre e suo fratello (ah, l’accento di Toronto…) che invece di parlare di pesca stanno conducendo una conversazione su come si debba vivere per essere più profondi nella vita, e al figlio che chieda al padre che cosa serve per poterlo essere, risponde la sorella d’istinto: “tempo”.

“Just a Boy”, nenia acustica dall’armonia alla “Bang Bang” a cui poi la batteria conferisce un’aria Floydiana, racconta con versi ritmici e corali un lato intimo di DYLYN, come la seguente “What a Ride”, ancora più Pop ma non banale, ispirata, dice l’autrice, a “Half Baked” di Jimmy Campbell nel suo alternarsi fra acustico e percussivo. “Black and Blue”, acustica con cori sognanti a più voci da psichedelia hippy ci fa concludere negli anni ’60, che forse rappresentano il lato più ottimista ma nostalgico dei due poli stilistici su cui l’album è costruito.

Articolo di Nicola Rovetta

Track list “The Sixty90’s”

1. Hurt
2. Hellbound
3. Liar
4. Bring on the Blues
5. The Times
6. You
7. Liberate Me
8. Skin and Bone
9. Bullet
10. Bobby’s Interlude
11. Just a Boy
12. What a Ride
13. Black and Blue

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