L’inquietudine di ciò che conosciamo
C’è qualcosa di perturbante nel sentire Manuel Agnelli cantare in napoletano. La sua voce profonda attraversa “Passione”, classico della canzone partenopea che apre “’Nu veleno ch’è doce”, il nuovo mini album dei Fanali, fuori il 23 ottobre per Butterfly Music / Futurecords, e ne incrina immediatamente la familiarità. L’interpretazione, intensa e sofferta, si muove su un arrangiamento elettronico e cinematico che, verso la fine, si deforma in interferenze glitch. La melodia rimane riconoscibile, ma sembra provenire da un luogo diverso, più oscuro e instabile. È proprio in questa tensione che si può individuare una delle chiavi d’ascolto di “’Nu veleno ch’è doce”: il rapporto tra ciò che riconosciamo e ciò che improvvisamente ci appare estraneo. Il titolo, letteralmente un veleno dolce, racchiude una contraddizione che attraversa le sei canzoni raccolte dal collettivo formato da Michele De Finis, Jonathan Maurano e Caterina Bianco. L’amore è una febbre che disorienta, una promessa che sopravvive al proprio tradimento, un desiderio che non si lascia governare. Ma è anche qualcosa a cui si continua a restare legati, persino quando la sofferenza sembra non lasciare via d’uscita.
L’amore come febbre
Dopo “Nun me scetà” (2025), dedicato a Sergio Bruni e Roberto Murolo, i Fanali proseguono la loro ricerca sul patrimonio musicale napoletano, attraversandolo con sonorità elettroniche, trip-hop, post-rock e shoegaze. Non si tratta semplicemente di aggiornare un repertorio: gli arrangiamenti intervengono sulla percezione delle canzoni, portando in primo piano ambiguità che i testi già custodiscono e aprendo, allo stesso tempo, nuove possibilità espressive. In “Amaro è ’o bene”, la voce di Caterina Bianco, eterea e delicata, si posa su un’atmosfera rarefatta. Il contrasto con il testo è netto: i baci sono amari, l’amore non ha futuro e nell’aria si avverte il presentimento di una fine imminente. La dolcezza vocale non attenua il dramma, ma sembra renderlo ancora più sospeso, come se la sofferenza si consumasse in uno spazio ovattato, lontano da qualsiasi possibilità di risoluzione.
Con “’Na sera ’e maggio”, la malinconia della melodia incontra un paesaggio sonoro che ne amplifica l’inquietudine. L’innamorato continua a fare i conti con una promessa pronunciata in passato, mentre la persona amata ha ormai rivolto altrove il proprio desiderio. La canzone si muove così tra rimpianto e rassegnazione, in una dimensione quasi onirica. Il perturbante non deriva da un’improvvisa rottura, ma dalla persistenza di qualcosa che non dovrebbe più avere presa e che, invece, continua a occupare il presente.
Tra urgenza e dolcezza
In “Carmela”, la tensione assume una forma più incisiva. L’arrangiamento alterna fragilità e potenza, mentre il vicolo nero che non finisce mai, il pianto nascosto e la richiesta di un abbraccio prima che arrivi domani compongono una scena in cui l’intimità individuale sembra riflettere un disagio più ampio. L’amore diventa un’urgenza vitale, un tentativo di sottrarre almeno il presente all’incertezza del futuro. La costruzione sonora conferisce alla canzone una tensione cinematografica, senza dissolverne la componente emotiva.
Il clima cambia con “’Na bruna”, che rallenta e si apre a una dolcezza più distesa. La storia del forestiero incapace di conquistare una ragazza nonostante il denaro introduce una prospettiva diversa: il desiderio non è qualcosa che si possa acquistare o controllare. Il mare, le lampare e il matrimonio dei due innamorati restituiscono al brano una dimensione narrativa quasi fiabesca. La rilettura dei Fanali rinuncia alla scanzonatezza della versione tradizionale per privilegiare un andamento intimo e romantico, lasciando emergere la malinconia di chi rimane escluso da una felicità che non gli appartiene.
La tradizione che torna a inquietare
Il percorso si chiude con “Fenesta ca lucive”, forse il momento in cui il perturbante trova la sua espressione più esplicita. La ballata racconta il ritorno di un uomo che scopre la morte della donna amata e continua a rivolgersi a lei anche quando la sua assenza è diventata irreversibile. Le immagini del testo sono crude: la bocca da cui nascevano fiori è ora associata alla decomposizione, mentre la finestra un tempo illuminata rimane definitivamente chiusa. L’organo conserva un andamento solenne, sostenuto dall’ostinato di basso e batteria e da chitarre che oscillano tra rumore e rarefazione. La musica non si limita ad accentuare la drammaticità del racconto: ne prolunga l’inquietudine, sospendendola in un paesaggio sonoro notturno. È proprio questa capacità di muoversi tra familiarità e spaesamento a rendere interessante “’Nu veleno ch’è doce”. Le canzoni non vengono private della loro memoria, ma attraversate da un linguaggio che ne modifica la percezione. Nei testi, l’amore è già una forza capace di alterare il rapporto con il corpo, con il tempo e con il mondo; gli arrangiamenti ne amplificano le ambiguità, rendendo udibile una dimensione oscura che la forma tradizionale non esaurisce.
La tradizione, allora, non è un repertorio immobile da conservare né un involucro da rivestire di sonorità contemporanee. È una materia ancora capace di generare significati inattesi. E il veleno del titolo rimane dolce proprio perché non offre una soluzione: conserva insieme piacere e dolore, riconoscibilità e straniamento. Ciò che credevamo di conoscere torna a inquietarci, dimostrando che anche una canzone profondamente radicata nella memoria collettiva può ancora cambiare forma senza perdere la propria voce.
Articolo di Benedetta De Rosa
Track list “’Nu veleno ch’è doce”
- Passione (con Manuel Agnelli)
- Amaro è ’o bene
- ’Na sera ’e maggio
- Carmela
- ’Na bruna
- Fenesta ca lucive
Line up Fanali: Caterina Bianco voce sulle tracce 2–6 cori sulla traccia 1 synth Rhodes/Michele De Finis basso chitarre rumori programming/Jonathan Maurano batteria e percussioni sulle tracce 2 4 e 5/Manuel Agnelli voce in “Passione”
Fanali online:
Instagram: https://www.instagram.com/fanalirumori
YouTube: https://youtube.com/@fanali
Chi sono i Fanali?
I Fanali sono un collettivo musicale formato da Michele De Finis, Jonathan Maurano e Caterina Bianco. Il progetto si concentra sulla rilettura della tradizione musicale napoletana attraverso sonorità alternative ed elettroniche.
Quali generi musicali caratterizzano il nuovo lavoro dei Fanali?
Il mini album intreccia elettronica, trip-hop, post-rock e shoegaze. Questi linguaggi intervengono sulle melodie della tradizione napoletana, modificandone atmosfere e percezione senza cancellarne l’identità originaria.
Come i Fanali reinterpretano la tradizione della canzone napoletana?
I Fanali non si limitano ad aggiornare gli arrangiamenti dei classici partenopei, ma ne esplorano le ambiguità attraverso sonorità elettroniche, interferenze glitch, chitarre distorte e paesaggi cinematici. L’obiettivo è portare in superficie significati e sfumature emotive già presenti nelle composizioni originali.
Qual è il tema centrale di “’Nu veleno ch’è doce”?
Il tema centrale è l’ambivalenza dell’amore, rappresentato come una forza che unisce desiderio e sofferenza, memoria e perdita. Le sei canzoni raccontano relazioni segnate da promesse tradite, sentimenti non corrisposti e assenze irreversibili.
Qual è il rapporto tra “’Nu veleno ch’è doce” e il precedente lavoro dei Fanali?
Il mini album prosegue la ricerca avviata con “Nun me scetà” (2025), dedicato a Sergio Bruni e Roberto Murolo. Anche in questo nuovo lavoro il collettivo esplora il repertorio napoletano, sviluppando ulteriormente l’incontro tra memoria musicale e sperimentazione sonora.
