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Russian Circles

Russian Circles “Gnosis”

Sette tracce con dei suoni epici, cupi e delle batterie estremamente oscuri

Mi si conceda un piccolissimo cappello introduttivo: il titolo di questa recensione è la recensione stessa, con una raccomandazione forzata di fiondarsi online o essere più vecchia scuola e andare ad un negozio specializzato per accaparrarsi il gustosissimo ritorno dei Russians Circles con “Gnosis”, fuori il 19 agosto per la Sargent House Record. Il trio di Chicago, arrivato al settimo album in studio, di sicuro riesce a racchiudere in questo nuovo lavoro il loro concetto di essere completamente nel mezzo fra il Post-Metal e il Post-Rock. Una strana linea che passa proprio sotto i loro piedi che li descrive come: troppo docili per i metalheads e troppo pesanti per gli hipsters.  A dire il vero riescono completamente a soddisfare i bisogni di entrambe le fasce d’ascolto, proponendo una gamma di chitarre e dinamiche cadenzate, pensanti e spesse tipiche dello Sludge-Post-Metal e atmosfere dilaniate ed emotive del Post-Rock.

Ma come si fanno sette album e non risultare scontati? In primis bisogna dire che nessuno dei precedenti lavori dei Russians Circle hanno delle note di similitudine in evidenza. La natura stessa del progetto, in continua evoluzione e sempre in discussione, porta a una costante rivisitazione dei contenuti e di stile. Lo stile influenza l’album stesso, c’è sempre un canale conduttore di base, un tema, un aggettivo. Se prendiamo in considerazione “Memorial” del 2013, di sicuro il più sperimentale e spigoloso, si nota una diligente ricerca del fattore sorpresa e unicità del prodotto. Quello che si nota invece in un disco come “Gnosis” è una brutale esecuzione che si spinge oltre al fattore Post per arrivare a un tesissimo e belligerante Noise Rock.

Forse uno dei lavori più aggressivi che viene dopo una pausa targata anno 2019, influenzato dal fatto che è stato partorito durante la pandemia e il fattore smart working forse ha stimolato una violenza da remoto. Un totale di sette tracce con dei suoni epici, cupi e delle batterie estremamente oscure con il suono di rullante che ha il sapore di un pugno in un pilastro di cemento. La struttura dei riff ti chitarra che si scompone e lascia spazio non solo a delle evoluzioni Prog ma a quei breakdown e scomposizioni cifra lo Sludge e il Proto-Djent quindi chiamo in causa band tipo i Pelican e risoluzioni melodiche vicinissime ai This Will Destroy You e compagnia bella.

Innamorarsi di brani come “Bloom” completamente differente da tutto il resto, scarna, semplice, malinconica e decontestualizzata ma di sicuro il brano ideale per concludere un disco che inizia con “Tulipak” sparata a mille con tutto il complesso groviglio tecnico e sonoro, un muro di suono costante per sette minuti. Una caramella, insomma.

Articolo di Alessandro Marano

Tracklist “Gnosis”

  1. Tulipak
  2. Conduit
  3. Gnosis
  4. Vlastimil
  5. O’ Braonain
  6. Betrayal
  7. Bloom

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