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“Smell of Grunge” – Cancian & Graziano raccontano la scena di Seattle: storia, dischi e origini del movimento

Dalla fotografia alla storia orale: perché questo libro è una guida essenziale per capire come è nato davvero il movimento di Seattle

Il 23 gennaio Arcana ha dato alle stampe il ponderoso volume di Alessandro Cancian e Giacomo Graziano dal titolo “Smell Of Grunge La scena di Seattle e i suoi dischi” (19,50 euro). Pur non avendo ricevuto dall’editore alcun press kit, noi proseguiamo in piena libertà a recensire, solo con farina del nostro sacco, i testi che comunque riteniamo meritevoli. Allo stesso tempo ci prendiamo il diritto di dirne quello che vogliamo, in assoluta autonomia, dato che i libri, noi, ce li compriamo e li recensiamo come vogliamo, liberi da obblighi di cavalleria.

Il volume in questione è un buon testo enciclopedico che, come tutti i saggi di questa natura, non appare obbligare a una lettura dalla prima all’ultima pagina. Tuttavia, in questo specifico caso, a saltare di palo in frasca ci si perderebbe parecchio del senso del volume. Peccato che questo non sia dichiarato già in apertura, ma emerga poco per volta e solo dopo che si è proceduto a una prima lettura saltellante. Il senso del volume non appare infatti subito chiaro, e dunque, ripreso in mano il tutto dalla prima pagina in poi, si può finalmente apprezzare a pieno il certosino lavoro di Cancian e Graziano. In poche parole, i due autori e creatori (nel caso di Graziano) del prestigioso sito “Smell of Grunge” (da seguire, non ve ne pentirete), mettono nero su bianco anni – presumo, ma credo che sia così – di lavoro certosino fatto all’interno di questa galassia musicale. La scelta narrativa è quella tipica del mosaico. Ogni tassello – e quindi ogni disco preso in esame – è autonomo, ma allo stesso tempo è tessera fondamentale di un disegno che, alla fine, emerge ben chiaro.

La scena di Seattle nasce, cresce e – purtroppo – decade, come tutte le cose belle del nostro mondo. A essere più radicali verrebbe da dire che produce, consuma e crepa, citando il famoso adagio punk nostrano, ma forse questo è troppo. Il libro in questione lascia solo intendere questi aspetti, non li denuncia insomma in modo diretto. Però la veloce chiusura del racconto, affidata alle poche pagine degli unplugged, canto del gallo dopo che si era rinnegato di tutto e di più, lascia comunque intendere che la deriva c’è stata, e ha tradito nell’animo quello che di buono si era fatto fino a lì.

Se la parte finale del libro lascia dunque un po’ di amaro in bocca, diverso è l’inizio, e cioè il racconto del libero accadere dell’evento. Il successo del Grunge, infatti, è cosa più o meno nota, o quanto meno le parabole dei vari dischi che hanno cementato un genere, sono conosciute, anche se i due autori sono molto bravi a scovare particolari, mettere in relazione band e musicisti, produttori, studi di registrazione, movimenti e incroci di una scena che, almeno all’epoca, con quel poco che si sapeva, appariva dall’esterno compatta e ben consapevole di sé stessa. Forse così non era. Così la parte centrale del volume, dedicata al consolidamento e al passaggio alle grandi case discografiche, appare la meno interessante, pur se ricca di materiale che è frutto di specializzazione estrema su un tema. Dato di fatto e procedura che, lo abbiamo più volte dichiarato, noi apprezziamo. Un blog e un sito, in questo caso specifico, aiutano, e Cancian e Graziano ne hanno fatto tesoro e ottimo uso, con anche, direi, un buon consumo.

Ma, si diceva, il vero pregio di questo volume è la prima parte, e cioè da pag. 9 a pag. 116, ovvero l’alba e gli albori, i primi vagiti, le grida, la fase di contaminazione e di nascita del genere. Non è facile affatto mettere mano all’accadere di un evento, perché non sempre si è presenti con coscienza storica. Lo dimostra bene il volume “L’enigma del Lago Rosso” del giornalista e antropologo Frank Westerman, che si recò in Africa per testimoniare un evento catastrofico. Il suo desiderio era intercettare la storia, i racconti, i riti e la mitizzazione perché, lo insegna Omero dalla notte dei tempi, ogni storia ha la sua mitologia che, come nel telefono senza fili, cresce a dismisura più ci si allontana dal centro degli eventi.

Nel nostro caso i due autori mettono le mani in una scena di produzioni locali, piccole, indipendenti che, come è noto, hanno avuto nella Sub Pop il polo attrattivo. Tuttavia, si parla di materiale stampato in poche centinaia di copie, dove musicisti e band crescevano come funghi e dove, a differenza di oggi, non c’era alcuna piattaforma digitale e nessun social che aiutasse nell’auto-distribuzione, e che consente di trovarne tracce. Così i due esperti si sono messi alla ricerca della scintilla, che era di certo generata da atomi di Punk, Garage, Rock, Hardcore, post qualsiasi cosa, suoni grassi e ruvidi, imprecisioni, rabbia e sottocultura. Muoversi in questa galassia non deve essere stato facile, ma è chiaro che il supporto digitale (il sito e il blog) è stato utile. Tuttavia, al netto del supporto nelle ricerche, quello che appare molto pregevole è che i due hanno davvero ascoltato quello di cui parlano, oltre ad aver guardato i vari supporti (o per collezioni personali, o grazie a catalogazioni digitali varie). Tutto è ben fatto, e con rigore, dall’indicazione dei colori dei singoli 45 giri della scena sotterranea alle descrizioni non minimali, che fanno capire che i due nelle orecchie questa musica ce l’hanno fatta passare per davvero. Ecco perché queste 116 pagine sono davvero preziose, vere, oneste, ascoltate e vissute per davvero.

Il risultato si vede nel mosaico finale, e cioè nell’evoluzione di un genere che era, per natura e DNA, legato a una dimensione sotterranea, locale, primitiva, ristretta e che, di conseguenza, si avvelena da sola appena entra in contatto con il mondo impomatato delle major e del mainstream. Il risultato che ne deriva dalla lettura di questo saggio, guardando il tutto dal punto di vista del big bang iniziale di questa avventura, è quella di una vera scossa nell’equilibrio della Forza, che tanti di noi lettori ben ricordano, per questioni di età ovviamente. Allo stesso tempo, però, quel fremito nella Forza, anziché portare al tanto agognato equilibrio, ha fatto implodere il tutto, portando anche ad atti estremi che ci hanno privato di grandi artisti. Fuor di metafora, se di rock comunque si è trattato, lo è stato in un modo che ci ha fatto sognare per davvero, e lo ha fatto con tanto sudore e vitalità, ben al di là di chi pensa la musica solo come business. Questo il senso finale che emerge dalla lettura del testo, e soprattutto dalla prima parte.

Insomma, quelle prime 116 pagine sono preziose. La parte centrale del libro è un ottimo ripasso, ricco però di aneddoti, curiosità e orpelli che fanno piacere e che fanno scattare nel lettore la voglia di riascoltare grandi classici di quell’epoca. La terza parte, quella del declino, è attenta a non ferire gli animi dei fedeli a oltranza, anche se è chiaro che pure ai Nostri la cosa non vada più di tanto giù. Troppo sbrigativa la conclusione sugli unplugged, ma capisco che dopo oltre 300 pagine non si può chiedere altro. A conti fatti, il libro è utile, ben fatto, ricco di materiale che ne rende macchinosa la lettura, senza però mai annoiare. Da avere, soprattutto per chi pensa che il rock sia rinato, rimpolpato e, forse, non ancora risorto dopo Seattle.

Articolo di Luca Cremonesi

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