“La musica che gira intorno” è un volume della collana “Cose spiegate bene” del quotidiano Il Post, uscito per Iperborea (21 euro). Per chi non ha dimestichezza con questa interessante collana vale la pena, in poche parole, riassumere il senso di questi volumi. Si tratta di approfondimenti, solitamente sempre ben fatti, scritti da redattori e/o collaboratori di una delle testate che, in questi ultimi anni, ha contribuito a rinnovare il linguaggio della comunicazione italiana. Amati da tanti e allo stesso tempo odiati da altrettanti, i giornalisti e scrittori de Il Post hanno deciso di unire le forze e di creare questi approfondimenti che ricordano molto le riviste specializzate degli anni ’80 e ’90. I numeri sono solitamente interessanti, ricchi e offrono uno sguardo molteplice su diversi argomenti.
Il numero uscito il 17 settembre del 2025 è dedicato al mondo della musica. Il direttore della testata, Luca Sofri, è un esperto e attento giornalista musicale (consiglio la lettura del suo ormai datato “Playlist”) che con sapienza coordina un numero con l’aiuto anche di Maurizio Biatto, Dalia Gaberscik, Nicola Savino e Paola Turci. La cura del volume è affidata a Nicola Sofri e Stefano Vizio. Dentro ci sono 40 articoli, glossari e curiosità legate al mondo della musica. Una galassia che viene presa in esame a 360°. Vengono proposti infatti approfondimenti, per esempio, sul business dei concerti, sulla storia di Woodstock, su Napster e la musica in rete, sul suono della batteria degli anni ’80, sulle canzoni dedicate all’Africa, sui dischi con i canti delle balene, sui plagi della musica pop, sui Beatles e su cosa fa di preciso un deejay. Questi alcuni dei temi, e solo per far capire quale sia l’approccio del volume.
Nessuna recensione dunque, nessuna classifica e tanto meno nessuna lezione su generi e sottogeneri. Il libro non è nato con questo intento, ma con quello — spiega Sofri nel suo intelligente editoriale — di raccontare un mondo che è per definizione eclettico, variegato e molteplice nelle proposte e per le emozioni che riesce a suscitare. Confesso che su questo fronte il libro coglie nel segno e regala uno spaccato di curiosità interessanti, che spesso si sono dimenticate oppure sono date per scontate. Si tratta del caso del pezzo dedicato ai Beatles e alla loro iconica copertina di “Abbey Road”, o dell’articolo dove si ricostruisce la storia di Napster, di fatto il via ufficiale della rivoluzione che ha cambiato il modo di ascoltare la musica, assestando un colpo mortale al mondo della discografia. Materiale non manca, insomma, sia per il neofita sia per l’appassionato, senza scordare l’addetto ai lavori.
Tutte queste persone leggeranno un buon volume che, però, alla fine, una volta posato e letto tutto, lascia un poco comunque insoddisfatti. Se da un lato, infatti, la varietà di questo mondo si percepisce, come è nell’intento di questo libro (le pagine sono comunque 280, non male), dall’altro il testo non va in profondità. Resta cioè in superficie, senza numeri e dati, senza andamenti, senza statistiche e riferimenti. In questo modo la finestra sul mondo della musica è stata di certo aperta, ma solo di fatto per pochi centimetri. Se si apprezza il fatto di non aver proposto l’ennesima riflessione sul meraviglioso mondo del vinile, allo stesso tempo sarebbe stato utile e interessante capire bene il meccanismo dei concerti live e il perché gli artisti ne abbiano sempre più bisogno. Ecco, questo articolo è quello senza dubbio più emblematico. Chi si reca a un concerto, oggi più che mai, si rende conto che è diventato un supermercato nel quale non acquistiamo più nulla, ma siamo di fatto acquistati (certo, solo nel caso dei grandi eventi…). Bene, capire come tutto questo funziona, quanta complicità degli artisti ci sia, quanto possano incidere le loro decisioni e come si muove il mondo che ci ruota attorno (dal merchandising alle paninoteche mobili che vendono cibo spazzatura fuori dagli stadi) sarebbe stato utile. Senza dimenticare che un bel pezzo sul secondary ticketing sarebbe quanto meno necessario dopo la vergogna dei biglietti per gli show dei Radiohead.
Insomma, se il volume soddisfa per la varietà dei temi proposti, allo stesso tempo lascia un po’ di insoddisfazione per l’occasione che si è persa, vista la qualità dell’informazione che Il Post sa solitamente fornire online e sui suoi social. Eppure qua e là ci sono scritti che un poco scavano, come nel caso dell’articolo deviato alla batteria anni ’80 che vede protagonisti Peter Gabriel e Phil Collins, o come nel caso dello scritto dedicato ai dischi live, materiale ormai quasi scomparso dalle produzioni discografiche (ma l’estensore del pezzo ha ignorato gli store privati di Bruce Springsteen, dei Pearl Jam e della Dave Matthews Band… dove si acquistano quasi tutti i live in formato digitale e in CD). Nonostante questi casi, e pochi altri, la maggior parte degli articoli resta comunque in superficie. Un’occasione persa, perché fra tutte le arti la musica e lo showbiz che ne deriva sono un mistero che tante persone vorrebbero davvero conoscere.
Un volume che non aggiunge nulla a quello che già si sa di una galassia che appare sempre più lontana e nella quale, a quanto pare, nessuno osa mettere le mani per davvero.
Articolo di Luca Cremonesi
