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Danilo Fatur “Io, Fatur. La vodka buona più non c’è”

Fatur, l’artista del popolo: non popolare, e tanto meno pop, ma di proprietà del popolo

Io, Luca Cremonesi, ho divorato, in una notte, il libro di Fatur, performer e “artista del popolo” dei CCCP. Chi avrà voglia di leggere questo gioiello, capirà il perché di questo inizio. Il volume “Io, Fatur – La vodka buona più non c’è”, scritto da Danilo Fatur, e uscito sul finire del 2022, per la piccola casa editrice Fuorilinea, è stato più volte consigliato da Giovanni Lindo Ferretti nel corso delle conferenze stampa della mostra in corso a Reggio Emilia (la nostra recensione). Il volume è uscito in sordina. D’altronde la casa editrice è piccola, e in questo caso la gente non ha mormorato molto. Poi, complice la grande operazione del 2023, la voce ha cominciato a circolare. Prima Ferretti nelle conferenze stampa, poi la Bignardi durante il Gran Galà Punkettone, e alla fine lo stesso Fatur che si è rimesso in movimento. Questa volta, però, i riflettori sono accesi, e il libro viene visto dai fan che non si muovono nel cerchio magico e ristretto della provincia emiliana.

Ha ragione Ferretti, e diversamente non potrebbe essere, perché il libro di Fatur è una vera chicca. Un testo diviso in tre parti: una di racconto, una di testi scritti dall’artista e, nel finale, una selezione di immagini. Il volume ha tutti i pregi e i difetti delle piccole produzioni: qualche refuso qua e là, ma comunque non troppi, e la grafica minimale, non troppo ricercata, delle produzioni di più ampio respiro. Fatur si mette a nudo. Ancora una volta, si può dire. Nel Gran Galà è stato ricordato. Fatur era spesso nudo, e alla domanda sul perché, lui ha risposto in modo geniale: perché avevo un bel culo. Se partiamo da qui, e ci muoviamo avanti e indietro nel tempo della storia di questo figlio di un’esule istriana, capiamo cosa è successo.

Fatur ha una vita da giovane di provincia sul finire degli anni ’70 ed inizio anni ’80. Educazione cattolica, dura e pura. Poi la ribellione. Emerge in questa fase un carattere anomalo, anarchico, ribelle, libero da schemi. Se non ci si lascia catturare dalla narrazione viene da chiedersi come mai, ma se ci lasciamo trasportare dalla storia, allora tutto diventa chiaro. La provincia, da sempre, è fucina di idee, ma anche tritatutto di quest’ultime. Chi è riuscito a fondere insieme queste dimensioni, si è salvato. Fondere è il verbo corretto, poi, se si parla di Fatur, artista che ha non solo spostava materiali sul palco, ma ha anche creato oggetti di scena, molti dei quali sono in mostra a Reggio Emilia.

Comunque, il Nostro si muove a cavallo fra un’esistenza sgangherata e sgangherabile. Lavoretti, bar e centri sociali, barista per necessità, con cocktail che erano vere e proprie pozioni magiche alla Panoramix; sogni – pochi – e qualche speranza. Allo stesso tempo sviluppa una capacità camaleontica, ma al contrario. Anziché nascondersi, serve farsi vedere. Mettersi a nudo, all’epoca, non era solo togliersi i vestiti, ma cercare di resistere a una logica che, anni dopo, Fatur con gli altri CCCP, canterà bene in “Morire”: produci, consuma, crepa… sbattiti, fatti, crepa. In parte ci prova a mettere in scena tutto questo, grazia a noi senza ottimi risultati. O meglio, con la consapevolezza che gran parte di quelle parole sono essenza della sua vita fino a quel momento, tranne la voglia di crepare. Fuori dai denti: tanti ci sono rimasti con l’abuso di droghe. Altri se ne sono accorti, e hanno trasformato quel baratro in creatività. Questa è la cifra dell’artista, in nuce.

Il mettersi a nudo, qui nel libro, coincide con il raccontare, senza grande mediazione, ma in modo diretto e asciutto, quella che era una parte della sua vita. Le droghe, esperienze sessuali di ogni genere, avventure ai limiti del possibile, look (outfit si dice oggi) da nazista nella provincia più filosovietica d’Italia (come afferma Ferretti). Fatur non cerca mediazioni, proprio come quando era sul palco. Un tempo rincorreva il pubblico cosparso di farina, oggi ci butta addosso, nelle pagine, la sua storia. Così è, si vi pare, sembra dirci.

Non è la storia di un artista che è campato solo del suo lavoro. Nel mezzo, in tempi nei quali la musica non era ancora solo mercato, ci sono lavori, tutti manuali. Poi arrivano i CCCP, sui quali, in realtà, Fatur non si dilunga molto, ma allo stesso tempo apre alcuni finestre che, a oggi, nelle versioni ufficiali, erano rimaste chiuse. Sembra chiaro che Umberto Negri abbia avuto un ruolo molto importante; allo stesso tempo sul finale della vicenda lascia qualche sasso, senza voler ferire. Ma non nasconde la mano. La battuta sul passaggio CCCP e C.S.I. e, dunque, sul suo non-ruolo in questa vicenda, è ben chiara.

Il dopo CCCP, per quanto riguarda la sua parte, viene sviscerato un poco. Per metà della band, quello che è successo dopo è cosa nota. Come ha ricordato lo stesso Fatur, rispondendo alla nostra domanda diretta in conferenza stampa, Ferretti e Zamboni avevano le palle, e hanno fatto grandi cose nel mondo della musica. Lui, invece, si è mosso su fronti differenti. Quello della famiglia, e il matrimonio con Anna, oltre alla nascita di un figlio; quello del lavoro manuale, in vari settori, tutti però caratterizzati dall’uso delle mani, ma non per creare arte. Il tutto, in parallelo, con una vita artistica che non lo ha fatto emergere come gli ex compagni di viaggio. Qualche album – e credetemi che sono tutti da avere -, collaborazioni, richiami da parte degli ex amici, che non lo dimenticano mai (bello sapere questo), e progetti vari, fra i quali la cover band SSSR, ma anche al fianco di Pelù e dello stesso Zamboni.

Quello che emerge, alla fine della lettura, è che Fatur, davvero, ha fuso etica ed estetica, e ha trasformato la sua vita in un’opera d’arte. Non ricca, per carità, ma neppure così povera da non aver lasciato un segno. Un artista vero, in un mondo, però, dove tutto è ormai diventato consumo, schema, progettazione e catalogazione. Poi si crepa… appunto. Fatur, invece, ha continuato a muoversi, libero, alle spalle di tutti. Oppure davanti, ben in evidenza, ma senza essere più visto. Per certi versi è un vero peccato. Per altri, se vi capita di parlarci, vi renderete conto che non è fatto una persona rancorosa. È sempre e solo Fatur, l’artista del popolo. Non popolare, e tanto meno pop, ma di proprietà del popolo.

Articolo di Luca Cremonesi

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