È in libreria e negli store digitali “Ludovico Einaudi. La musica, le origini, l’enigma” di Enzo Gentile – edito da Cluster-A, il primo libro dedicato interamente al grande compositore e pianista italiano tra i più noti e apprezzati a livello mondiale, con la prefazione della musicista e arpista Cecilia Chailly e la postfazione dell’architetto, docente e saggista di fama internazionale Stefano Boeri. Nel volume viene narrato il percorso umano e artistico di Ludovico Einaudi, prima dell’affermazione internazionale come compositore e concertista, esplorando la sua formazione, le radici, la dimensione più intima e familiare, spesso rimaste volutamente distanti dai riflettori: dalle prime esperienze con i gruppi rock nelle cantine di Torino al diploma in Composizione al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano con Azio Corghi e seguito poi dal perfezionamento con Luciano Berio, passando per le prime esperienze sul palco e gli studi nel campo della musica contemporanea, per giungere al successo internazionale. Ne parliamo con l’autore, che ci svela alcuni passaggi mai prima resi noti della carriera dell’artista.
Partirei dalla scelta che hai fatto per il sottotitolo. La musica, quando si scrive una biografia di un musicista, te l’aspetti. Le origini, te le aspetti. L’enigma, no. Quindi vorrei partire dall’enigma, in effetti Einaudi è un artista enigmatico, perché pochi sanno conciliare la musica colta con la musica popolare.
Guarda, l’enigma ha diverse sfaccettature e una giustamente l’hai individuata da tu, ma un’altra sta nelle domande che poi lo pongo prima di tutto a me stesso e poi anche agli interlocutori. Perché Einaudi ha così tanto successo, riesce a travalicare i confini e a sviluppare dei numeri impressionanti sulla rete, sui player, eccetera? Ecco, questo è un enigma. Io mi sono posto la domanda e l’ho anche girata a un po’ di quelli che ho sentito. Sui Beatles o su Miles Davis non ci si chiederebbe perché hanno avuto successo, invece Einaudi è un artista che non piace proprio a tutti. Anzi, qualcuno si pone anche un po’ in maniera critica rispetto alle sue scelte musicali, rispetto agli studi, rispetto al percorso sviluppato in questi ultimi 30-40 anni. Dunque, l’enigma è questo. Qualcuno mi risponde, qualcuno mi spiega, qualcuno espone anche qualche dubbio. Dunque, l’enigma per ciascuno viene risolto diversamente. Io non sono il fan club di Ludovico, però lo conosco molto bene, personalmente, da circa 40 anni, ci siamo frequentati anche per motivi non professionali e conosco molto bene la sua musica, perché l’ho seguita, l’ho ascoltata fin da quando le sue prime pagine non avevano successo, non avevano riscontro tra i critici e tra il pubblico. Era un po’ agli inizi.
Dunque, mi sentivo nella possibilità di raccontare uno squarcio di vita meno conosciuto, che poi nei siti o tra le poche interviste che rilascia sono tutti dati che non emergono. Ci provo, senza fare delle rivelazioni sconvolgenti, per far sapere dove suonava negli anni ‘70, che musica suonava, con chi studiava. Questo per gli appassionati può essere una storia particolare. E forse anche dare una chiave per capire questo enigma. Molti di quelli che ho sentito sono stati i compagni di studi al Conservatorio di Milano, più o meno dei vicini di banco. C’è anche chi ha vissuto con lui per un po’ di tempo, altri che hanno studiato con lui, come Lorenzo Ferrero, direttore della Biennale Musica di Venezia, o Carlo Boccadoro, pianista, compositore e musicologo italiano, o Filippo Del Corno, compositore ma che è stato anche assessore della cultura a Milano. Quindi sono degli sguardi non casuali, non di persone che banalmente hanno ascoltato i suoi dischi e hanno fatto una recensione. Sono persone che sono in grado anche di leggere tra le righe di una partitura, di un disco, di una tournée, di un progetto musicale. Questo mi interessava poter mettere in campo, perché volevo dei giudizi oltre che ponderati anche professionalmente ineccepibili. Così come ho sentito alcuni dei registi con cui ha lavorato per capire quale fosse stato il rapporto nell’unire immagini e musica; sono quasi 80 le colonne sonore scritte da Ludovico Einaudi per il cinema. Ne ho trovati alcuni ovviamente, non tutti, però mi interessava avere più che delle impressioni generiche, dei punti fissi, delle messe a fuoco sulla carriera e sulla sua storia musicale.
Penso che a mettere insieme questo corpus di fatti, di prospettive, di visioni, di impressioni e anche di emozioni ci sia voluto un bel po’ di tempo, perché le cose nel libro sono veramente tante. Ma quello che mi interessa, non è ovviamente sapere quanti mesi o quanti anni ti ci sono voluti, è l’intelligenza con cui hai strutturato e ripartito questo materiale. Tu hai questa qualità di riorganizzare poi il materiale in un modo da pensiero laterale, che però alla fine risulta un unicum. Vorrei andare dietro al tuo lavoro, conoscere la magia e l’enigma di Enzo Gentile.
Beh, ti ringrazio molto. Mi piace cercare delle cose che mi appartengono ma che ritengo dover essere approfondite. Dunque, in questo contesto, parlando di Ludovico, mi sono chiesto che cosa non so, che cosa vorrei conoscere per condividerlo. Perché ci si mette poco a guardare il suo sito e uno dice qual è il disco che ha avuto più ascolti, quanti concerti ha fatto, sono tutte cose che si trovano in rete, ma ho voluto riportarle in modo strutturato mettendo in primo piano la mia esperienza, il mio ricordo. Noi abbiamo fatto insieme due viaggi in Africa per quasi un mese complessivo all’inizio degli anni 2000. L’ho fatto suonare in manifestazioni che avevo organizzato e firmato come direttore, quindi ho un approccio verso il suo lavoro che non è quello di ricevere il disco, ascoltarlo e poi vediamo com’è. Insomma, c’erano delle relazioni sotterranee rispetto al nostro lavoro da portate alla luce. Portavamo i nostri figli alla stessa scuola. Io posso anche averlo intervistato, ma lo intervistavo differentemente dal modo in cui posso intervistare un artista di cui non conosco nulla veramente. Dunque mi sembrava interessante raccontarlo sulla sua parte di carriera e di formazione musicale prima del successo. I suoi primi trent’anni di musica sono pochissimo raccontati nelle interviste, o nel suo sito. Non c’è quasi nulla davvero, ma io so che c’erano perché c’ero anch’io. Quindi sono arrivato ai luoghi, alle persone, ai gruppi, e gli ho dato voce: Daniel Ezralow è un coreografo di fama musicale, gli ho chiesto quando ha lavorato con Ludovico, a fine anni Ottanta, primi Novanta, per un paio di opere; con Paolo Fresu ha fatto un tour insieme, ma nessuno chiederebbe a Paolo l’esperienza con Ludovico, perché non viene in mente. Non sono eventi di capitale importanza, ma per raccontare Ludovico servono quelle parole, quegli sguardi, che sono magari meno esposti degli altri.
C’è un nome da fare che molti giovani magari non conoscono: Luciano Berio. E invece non si può neanche descrivere l’importanza di Luciano Berio nella musica del Novecento. Perché pensi che gli anni d’inizio di Ludovico siano ancora un po’ nebulosi all’enorme pubblico che lo segue?
Ecco, esatto. Il suo percorso iniziale è già costellato un curriculum di tutto rispetto. Sì, i numeri che sviluppa ora sono impressionanti, quindi è un grande pubblico anche perché la sua musica talvolta magari non la si riconosce, ma tu la senti nelle palestre, nei corsi di meditazione, di yoga, nelle RSA, in danza-terapia, era persino nella camera ardente di Giorgio Armani. Quest’ultima non ho potuto metterla come informazione nel libro perché è troppo recente, però nelle sfilate di moda la sua musica c’è e qualche volta magari non la si riconosce. Rispetto agli inizi, come mi chiedevi, è una storia un po’ misteriosa perché lui ha studiato con Luciano Berio, è proprio stato il suo assistente. Ha fatto diversi studi nel campo della musica d’avanguardia nei primi anni ‘80 e poi se ne è staccato in maniera repentina, cosa che mi raccontano alcuni dei suoi compagni di studio del Conservatorio di Milano. E da lì nasce magari in alcuni il dubbio o la critica di un, tra virgolette, tradimento rispetto agli studi, alle musiche frequentate insieme. Questo però è una scelta di ciascuno. Lo vedevo quando ascoltava i dischi o frequentavamo i concerti, lui assorbe tutto ciò che lo circonda.
Lui ascoltava moltissimo e poi elaborava le diverse fonti, i diversi ingredienti di quello che gli arrivava o che andava a cercarsi. Nei primi anni ‘70 era un chitarrista appassionato di Jimi Hendrix e ha fatto, negli anni ‘77-‘78, due dischi con un gruppo suonando Jazz Rock, quindi una musica tutta diversa. E poi va a studiare con Berio ovvero l’avanguardia della musica di sperimentazione. Quindi già in quei primi anni c’è un turbinio di esperienze, e poi ci sarà l’Africa, ci sarà la musica per balletto, tante esperienze che confluiscono poi in un grande progetto che è la sua musica. Non è forse tutta originale, ma gli mette un tocco che per i comuni mortali forse non è riferibile. Questa è la sua capacità.
Tu definisci la sua storia una favola musicale moderna, che ha prodotto discepoli. Ecco, che tipo di discepoli in questo mondo di musica liquida, di consuma e passa oltre da quando ci sono i player, che tipo di discepoli può produrre Ludovico Einaudi?
La definizione di discepolo confina con quella di imitatore. Allora, per essere discepolo devi avere un maestro riconosciuto, per essere imitatore puoi semplicemente aggregarti e prendere la scia, fare un po’ l’emulo. Sicuramente i discepoli ci saranno, ma lui non si definisce un maestro, quindi non ha creato una stirpe di alunni riconosciuti ufficiali. Mentre gli imitatori sono tantissimi, tant’è vero che ormai qualcuno che sente certe musiche dice, beh, questo è un po’ alla Einaudi, siamo in quel terreno tra il New Age, il minimalismo, il Neoclassico, il Pop, ci sono tante sfumature e sono tutte un po’ vere. Lui tanto non ne riconosce nessuna, quindi possiamo citarne altre cinque che in qualche modo funzionano, ma a un certo punto sicuramente ha toccato anche quella corda. Ludovico ha un suo mondo visionario che ha sviluppato spesso anche attraverso le copertine, le scelte visuali, e forse anche per questo la sua musica sta bene nel cinema e nei documentari, è molto visuale. E questa è ovviamente una grande capacità. Non so se sia anche limite, perché nel tempo poi un po’ di quelle pagine si sono anche ripetute, però i favori che continuano ad arrivare un po’ da tutto il mondo gli danno ragione.
Einaudi ha una visione artistica più che musicale di se stesso e di quello che vuole fare, ma tu che lo conosci anche personalmente pensi che ci saranno anche altri territori che vorrà scoprire? Perché una volta che sei inclassificabile, sei difficilmente gestibile, ma poi è difficile gestire te stesso, è una sfida con se stesso pesante.
È ovvio. Ora c’è un po’ di contaminazione elettronica, questa è una frontiera nuova per lui. Poi quali possono essere i traguardi? Un musicista così sicuramente avrebbe come obiettivo l’Oscar per la musica o anche il Davide di Donatello, cioè dei premi prestigiosi. E poi gli piacerebbe conoscere di persona Paul McCartney, e c chi non piacerebbe! Intanto continua a fare tour in teatri che fanno il tutto esaurito un po’ dappertutto, quindi sul fronte dei numeri non c’è più nulla da conquistare, riempi anche l’Arena di Verona da solo, La Scala a Milano … So che gli piacerebbe lavorare nel cinema con registi ancora più importanti. In qualche intervista che ho riportato dice che gli piacerebbe molto fare le musiche per un film tipo “Il gladiatore” di Ridley Scott. Ha sempre una proiezione in avanti, è ancora un musicista molto attivo, sia dal vivo che a livello di registrazione, quindi lo spazio davanti a sé per fare altro c’è.
Come sempre scegli di corredare i tuoi volumi con delle foto rare; qui hai fatto anche una scelta precisa su queste foto rare, perché danno degli spaccati che non ti aspetti non perché sono rare, ma perché raccontano momenti un po’ diversi.
Sì, perché queste hanno a che fare con lo spirito con il quale mi sono avvicinato al fenomeno Einaudi e anche alla scrittura del libro. Non ho fatto una biografia, come dicevi tu, classica, ho intersecato delle cose personali, che quindi sono dei ricordi, delle esperienze, con dati oggettivi, persone che mi parlano, stralci di interviste, scritti. Ho trovato una lettera che era l’introduzione a un libro di Paolo Terni, scritta da Ludovico, e ci sono pochissime sue documentazioni scritte, qualche volta all’interno dei suoi cd, ma poco. Ho trovato questa, è un lato diverso di approcciarsi al racconto, no? Non inventiamo nulla, però portiamo un qualcosa di diverso, che può incuriosire. E lo stessa cosa per le foto. Sono delle foto prese dal vivo, non in un teatro, ma all’aperto, dove la sua musica era a contatto con la realtà. Per esempio quella di copertina è di un concerto al tramonto in un festival che seguo io come direzione artistica, una piccola cosa di qualità tutta italiana. Non è una foto di Agenzia fatta in qualche location prestigiosa in giro per il mondo. E questo credo che aggiunga un pizzico di verità a un lavoro che è molto onesto, perché appunto guarda al fenomeno Einaudi con la qualità che secondo me dovrebbe avere un giornalista o comunque un appassionato che non prende solo per oro colato quello che gli arriva, ma si fa anche qualche domanda. E questo io ho provato a fare.
Come sempre! Ma Ludovico ha letto il libro? Ti ha dato un feedback?
Sì, l’ha letto, ma io sapevo dal principio, perché me lo avevano spiegato sia lui che il suo management, che non volevano avere nulla a che fare con questo lavoro, perché stanno da tanto tempo lavorando a un loro progetto, un libro fotografico sulla sua carriera Peraltro, essendo spesso in giro, non avrebbe avuto neanche il tempo di partecipare in nessun modo. Quindi ti direi che l’ha visto come un’acquirente in libreria. Gli abbiamo mandato prima la bozza ovviamente, soprattutto per chiedere se ci fossero delle fotografie che non potevamo pubblicare, ma mi ha detto di no Ma anche se ci fosse qualcosa che non gli piace, non può essere smentito, nel senso che tutto quello che ho scritto è documentato, e ci sono parole di altre persone riguardo a lui. Io mi sono permesso di portare alla luce degli ingredienti di una carriera che è conosciuta solo in parte, ho fatto un lavoro di ricerca accurato.
Aggiungo: che è quello che un giornalista dovrebbe fare sempre e comunque!
Articolo di Francesca Cecconi
