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Francesco Guccini “Romeo e Giulietta 1949”

Storie semplici, legate al mondo del ricordo, dell’infanzia, di quella piccola città che tante volte ha cantato nelle sue canzoni

Racconto lungo, o romanzo breve, a voi la scelta, per il nuovo volume di Francesco Guccini, “Romeo e Giulietta 1949” (Giunti, 15,90 euro). Un testo semplice, non articolato nella lingua, come sono stati gli ultimi volumi del cantautore modenese. C’è da dire che gli ultimi tre volumi sono, con buona probabilità, testi che Guccini ha composto grazie anche al sostegno e aiuto di persone adatte al mestiere. Nulla di male, ovviamente. Guccini, vale la pena ricordarlo, non deve dimostrare nulla a nessuno, e può concedersi il lusso di proporre prodotti che sono più sfizi che tasselli che articolano la sua poetica. Di fatto, sono storie semplici, legate al mondo del ricordo, dell’infanzia, di quella piccola città che tante volte ha cantato nelle sue canzoni e nei suoi concerti. Però, per chi è abituato alle sue ricerche linguistiche – ricordo, a titolo d’esempio, “Croniche epafàniche” e “Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto”, senza dubbio l’ultimo vero testo scritto da Guccini – questi testi sono lavori semplici, divertimenti per trascorrere qualche ora in compagnia di un vecchio amico.

La storia di questo volumetto – poco meno di 100 pagine, di piccolo formato, con un’interlinea importante – ruota attorno a un bambino che scopre una relazione clandestina fra adulti. La storia si intreccia con una vicenda alla Don Camillo e Peppone, una delle tante che la terra d’Emilia ha da raccontare. Narratore di queste pagine è un adulto – forse lo stesso Guccini – che ricorda vicende personali, protagonisti che sono parte del bagaglio di ricordi umani, spazi, luoghi e tempi della memoria. Il ricordo è vissuto con gli occhi del bambino che, in vacanza in pianura e in città, vive questo mondo di adulti con il distacco tipico di chi ancora non ha trovato il suo posto nel mondo.

Un racconto semplice, che però ha un pregio. Quello cioè di rimettere in movimento la musica di Guccini. “Piccola città”, “Incontro”, “Bologna”, “Amerigo”, “Addio” sono canzoni che possono fare da colonna sonora alla lettura. Meglio ancora, testi di canzoni immortali che possono arricchire un testo che, ripeto, è troppo povero rispetto a quello a cui ci aveva abituato Guccini. D’altronde, è pur vero che la sua voce ci manca, ma il vero problema è che oggi la nostra cultura musicale non ha saputo esprimere e trovare un degno erede di Guccini. Così si torna a Pavana, e si cerca Guccini di continuo. Le sue ultime opere sono l’eco lontano di una voce che è stata potente, pungente, attenta e necessaria, in molte fasi della nostra storia.

Questi ultimi volumetti redatti in tempi recenti da Francesco Guccini sono, di fatto, i bei ricordi di un nonno che ci parla, ci sussurra e ci racconta storie. Carezze, belle, piacevoli, morbide, che ci ricordano un tempo perduto, quello passato con i nostri nonni. Tuttavia, dato che si tratta di Francesco Guccini, l’autore de “La Locomotiva”, di “Dio è morto”, e dell’ “Avvelenata”, e non di un nonno qualunque, ci si aspetta comunque altro da questi testi. Pur se, lo ribadisco, Guccini oggi non deve dimostrare nulla a nessuno. Sono testi che non sono più in grado di incidere sulla nostra realtà, e non tanto per mancanza di talento. Guccini, però, ci ha dato tanto, e sempre la sua arte è stata caratterizzata dalla capacità di scatenare scosse energiche, e non certo carezze. Tuttavia, sempre meglio queste carezze che inutili vanvere, o parole depotenziate che animano il panorama musicale – e letterario – di questi anni.

Articolo di Luca Cremonesi

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