È in libreria e negli store digitali “Rock & Cinema. 70 anni di colonne sonore, film concerto, documentari, biopic”, il nuovo libro edito da HOEPLI di Franco Dassisti e Daniele Follero. Il corposo e illustratissimo volume, che fa parte della collana di musica Hoepli a cura di Ezio Guaitamacchi, racconta la storia del Rock attraverso i lungometraggi, le colonne sonore, i film-concerto e i documentari che meglio l’hanno rappresentata negli ultimi settant’anni. Scritto a quattro mani da due signori giornalisti che si occupano di ambiti culturali diversi ma complementari – cinema e musica – ha una struttura che permette di leggere ognuno degli otto capitoli anche senza ordine cronologico, a ma ovviamente se ne gode appieno leggendolo pagina dopo pagina fin della prefazione dei Manetti Bros, e dall’introduzione degli autori stessi. L’ho letto appunto tutto d’un fiato, andando poi nelle settimane successive a rivedere cose che avevo dimenticato, tirando fuori vecchi dvd, andandone a comprare altri ai negozietti dell’usato (dove si trovano accanto a fumetti e a polverosi vinili), cercando sulle piattaforme quel poco che hanno del periodo d’oro dei film-concerto, ma soprattutto a scoprire perle che non conoscevo. Una bibbia dei film rock, con approfondimenti e arricchimenti anche fotografici. Questo un estratto della lunga e bella conversazione con Daniele Follero.
Cominciamo con il dire che è un volume davvero ricco di immagini, come non è facile trovare nelle pubblicazioni musicali, perché costoso da impaginare e poi da stampare…
Sì, c’è stato dato un limite massimo molto alto! La Hoepli è una casa editrice che cura moltissimo la grafica, e quindi danno proprio questa impressione, di fare libri importanti. Forse con meno immagini potevate scrivere di più, o è in programma un volume 2?Io e Franco da buoni autori ci siamo adeguati alle necessità dell’editore, e forse perché no, faremo il volume 2! Pensa che quando io ho pubblicato nel 2021 “Storia di Hard Rock e Heavy Metal”, che è andato molto bene, in realtà siamo arrivati a 500 pagine e mi hanno chiesto già un aggiornamento; quindi non è detto che questi libri, che hanno una lunga vita, non possano essere poi ri-elaborati. Anche perché questo volume tocca una materia in continuo aggiornamento, sui biopic ormai siamo in un trend di superproduzione.Infatti sì, è esplosa proprio la moda del biopic, che ha le sue ragioni anche musicali. Servono un po’ anche a rilanciare discografie che magari erano lì sopite. Si ripesca materiale, si fanno antologie, si fanno nuove edizioni, si rimasterizza la quarta take di quello o di quell’altro, e quindi penso sia un’operazione commerciale e musicale molto allargata. Dopodiché c’è anche un aspetto positivo, e te lo dico da insegnante delle scuole medie che ha a che fare tutti i giorni con i ragazzi. Il biopic, con un linguaggio molto più vicino ai più giovani, riesce a trasmettere dei valori musicali che si sono un po’ persi. L’aspetto negativo invece è che ormai, secondo me, il cinema rock è diventato un po’ autoreferenziale e datato, per cui spesso parla di se stesso e parla di se stesso al passato. Secondo me c’è stato un esaurimento creativo. Il Rock è andato scemando dal punto di vista creativo, soprattutto nel nuovo millennio. Quello che è emerso è soprattutto la voglia di rafforzare quel pantheon mitologico ormai ben chiaro, quindi non a caso i biopic scelgono tutti i temi molto popolari, da Bob Marley ai Queen, da Elton John a Bob Marley, eccetera.
Non a caso forse i biopic che hanno avuto più successo, se ci rifletti, sono “Bohemian Rhapsody” o il biopic di Bob Marley, che più che film d’autore sembrano proprio veramente avere solo uno scopo commerciale, cioè quello di rilanciare discografie, mentre invece c’è da fare del distinguo con film come quello di Baz Luhrmann su Elvis, per esempio, che è veramente un film d’autore, cioè utilizza il soggetto Elvis, come tema, come materia per sviluppare una propria poetica; io sono rimasto veramente colpito da come lui si sia riuscito a liberare del personaggio di Elvis l’ingombrante peso del personaggio storico e dargli una sua visione, che è completamente anche a vostra contradditoria con la realtà, con la storia che conosciamo del personaggio. L’Elvis di Luhrmann diventa quasi un rivoluzionario, uno che piange, quando noi in realtà ci ricordiamo soprattutto di Elvis che ha dato la mano a Nixon, o che si è proposto come un agente segreto antidroga contro i Beatles, abbiamo insomma quel ricordo di Elvis come personaggio molto conservatore. Con Baz Luhrmann Elvis ritorna a essere il personaggio sensuale con cui si era fatto conoscere, anche nell’Elvis successivo al periodo militare scopriamo un lato molto inedito, abbastanza progressista. Mentre invece, secondo me, “Bohemian Rhapsody”, che è stato forse il biopic con il più grande successo commerciale, è l’operazione che mi ha lasciato un po’ di dubbi; anche chi ha apprezzato quel film l’ha apprezzato soprattutto perché i musicisti somigliavano ai Queen o perché il regista è stato capace di riprodurre esattamente i filmati dell’esibizione dell’evento dei Queen. Quindi più un gioco alla similitudine e all’assomigliare a qualcosa di passato che un’operazione artistico-cinematografica, come invece alcuni film hanno dimostrato di essere. Un po’ come tutta la cinematografia, diciamo, che ci sono tante cose belle, tante cose meno.
Ma tu mi vorresti dire, visto che tu sei a contatto con i ragazzi di un’età particolare, che questi biopic, anche quelli non di valore artistico-cinematografico, possono salvare i giovani dall’ascoltare Rap e Trap?
Non credo che sia così, ahimè mi sa di no. Il cinema purtroppo è un po’ lontano dai ragazzi più giovani, come del resto tutti i mezzi audiovisivi che abbiamo utilizzato noi delle generazioni precedenti. Loro al cinema non ci vanno, e se ci vanno, ci vanno con i genitori. E il problema non è solo Rap o Trap, ma anche il Pop commerciale. Dieci anni fa i miei alunni ascoltavano Trap anche con il fascino dell’underground. Adesso è diventato tutto molto mainstream, quindi diciamo che hanno ascolti molto superficiali. La trasgressione oggi, se non è rappresentata da Rock, da cosa è rappresentata? E forse effettivamente quella che noi chiamiamo Trap, ma che secondo me Trap non è più, resta ancora un punto di riferimento trasgressivo per loro. Anche se a noi della generazione che ha attraversato la New Wave, il Punk, ci sembrano provocazioni annacquate, per loro sono quello il punto di riferimento. Il Rock ora non è trasgressivo, perché il Rock che arriva ai giovani è molto mainstream. Quindi oggi sto scoprendo, per esempio, che loro conoscono benissimo “Last Christmas” degli Wham, ma non come pezzo pop degli anni Ottanta, bensì come canzone di Natale. Pensa un po’ con la trasgressione, negli anni, come si trasforma. Mi piacerebbe però che il biopic, anche commerciale, come “Bohemian Rhapsody”, possa in qualche modo spingere loro ad ascoltare qualcosa di più. Come è stato, per esempio, con i Måneskin. Qualcuno, grazie ai Måneskin, ha capito che esisteva ancora qualcosa che si chiamava Rock, che per loro è una categoria molto, molto vaga. Parliamo comunque di ragazzi di 11 e 13. Purtroppo io non ho mai insegnato agli superiori. Sarei curioso, molto curioso, di indagare la fascia di età che va fino ai 18-19 anni.
Abbiamo divagato ma direi piacevolmente. Tornando al libro, è già una bomba all’inizio, perché c’è questa breve conversazione con i fratelli Manetti, veramente interessante. Ironici, schietti. E rinforza quello che hai appena detto: il Rock è sempre stato connotato da una carica avversiva alternativa al mainstream ed è tutto ciò che dà fastidio ai genitori. Ma siccome sono i genitori di questi ragazzi che ancora ascoltano Rock, quindi per loro è completamente l’opposto, perché è quello che fanno i genitori.
Mi fa venire in mente una frase di Gene Simmons dei KISS, che a proposito della prima esibizione dei Beatles all’Ed Sullivan Show nel 64, disse “Io ero davanti alla TV, stavo guardando questi personaggi che non è che mi sembrassero così tanto trasgressivi. Poi mia madre a un certo punto ha detto: ma chi sono questi? Sono stranissimi, sono ridicoli. – A quella parola io mi sono innamorato dei Beatles”. È proprio una questione generazionale. Infatti i genitori dei miei alunni apprezzano tantissimo quello che propongo ai ragazzi perché ci si riconoscono. Io suono spesso con i ragazzi musica degli anni ’80 e ’90, che è la musica che ascoltavano i genitori, quindi è un passaggio generazionale.Quando ho iniziato a insegnare tanti anni fa, i genitori dei miei alunni erano molto più grandi di me ed erano molto più legati ai Beatles, quindi si esaltavano quando io facevo suonare loro i Beatles. Oggi siamo più nella generazione dei genitori che sono cresciuti con i Nirvana, e come ho detto qualche volta a chi me l’ha chiesto, secondo me è una caratteristica anche del film rock quella dell’inter-generazionalità: proprio il film rock ha avuto nel tempo la capacità di accompagnare la crescita di varie generazioni, ognuno ha il suo film rock di riferimento.
Ora ti faccio io una domanda Quando pensi a un film rock che cosa pensi? Allora, se penso al primo film rock che ho visto e che era una cagata, però tieni conto che io avevo tredici anni ed ero una kissomane, è “Kiss Phantoms”, sono andata al cinemino della chiesa con la mia amica del cuore a rivederlo dieci volte (ridiamo). Poi però il film rock che mi ha fatto innamorare è stato “The Wall”, è stata un’esperienza quasi metafisica … Pensa che io ho avuto la stessa esperienza, nel 1988 quando avevo undici anni sono andato a vedere “Rattle and Hum”, in quel periodo ero innamorato degli U2 e non volevo più uscire dal cinema… Quello che è successo a noi oggi è impossibile che succeda ai ragazzi. Veramente era un’esperienza perché tu non lo guardavi da solo su Netflix, era un’esperienza collettiva, andavi al cinema con gli amici che ascoltavano lo stesso genere di musica, era una specie di trance, uscivi che volavi perché avevi fatto un’esperienza quasi di sangue con i tuoi amici. Infatti nella prefazione, nel dialogo con i Manetti Bros, loro raccontano la loro esperienza con “Quadrophenia” che poi sono usciti dal cinema e volevano spaccare tutto, e anche Enzo Guaitamacchi, il curatore della collana editoriale, racconta più o meno la stessa cosa riguardo a “Woodstock”, per la sua generazione andare a vederlo era come parteciparci indirettamente; tra l’altro l’esperienza della visione collettiva che ti dà il cinema era fondamentale in un periodo in cui non si aveva un’alternativa. Tutto questo succede fino all’esplosione di MTV e alla diffusione delle vhs, quindi della visione privata e di conseguenza anche di un ascolto privato con i Walkman, perché noi, quando parliamo di popular music e di popular culture, dobbiamo sempre fare riferimento alle tecnologie che hanno sempre accompagnato i ricondizionamenti del modo di vivere e di ascoltare la musica. Oggi nella cultura della playlist e dello streaming non esiste più un’esperienza unica come quella dell’ascolto di un disco; la stessa cosa succede con il cinema, esattamente negli stessi anni, gli anni ‘80 secondo me sono proprio uno spartiacque, dopo di che lo sguardo all’indietro diventa sempre più profondo.
In verità all’inizio quando ancora uscivano le registrazioni dei concerti interi, prima di diventare una dimensione singolare, non ci potevamo permettere di comprare tutte quante queste vhs, quindi un amico comprava questa, un altro comprava quell’altra, poi si riuniva a casa di qualcuno a guardare tutti insieme. Assolutamente sì, stessa cosa con i vinili…
Ti ricorderai anche che si metteva un tot a testa per affittare i film da Blockbuster, tutto prima della possibilità di duplicazione. Sono ricordi che io ho del mio passato che adesso veramente mi sembrano lontanissimi perché vedermi a casa di qualcuno per ascoltare un disco o vedere un film è anacronistico, all’epoca di Spotify è quasi una è un’esperienza vintage, che se vuoi potrebbe esser un momento particolare bello ma che è lontano proprio dal nostro modo di vedere la musica oggi, e così è guardare i video dei concerti. Ma la videocassetta ma anche poi il dvd se vuoi era un’esperienza completa e realistica, per quanto fossero stati rimaneggiati però erano concerti dall’inizio alla fine. Ora con Youtube dello stesso concerto trovi 500 spezzoni di video diversi perché sono tutti lì a registrare con i cellulari, ma non è l’esperienza concerto della vhs o del dvd, che comunque aveva una post-produzione che gli dava un qualcosa in più.
Dagli anni ’80, siccome era più facile produrre queste registrazioni, il film-concerto diventa una sorta di appendice alla discografia dei gruppi. Mi ricordo che uscivano film in continuazione e qui si è persa anche quell’unicità del film-concerto e nella società frammentaria di oggi la visione è anche diventata frammentaria, tant’è che un documentario come “My Generation” di Barbara Coppola sulle tre edizioni di Woodstock, oppure “The Decline of Western Civilization”, sono documentari che hanno una valenza sociologica unica e che si possono permettere un’indagine del genere proprio perché vengono in un periodo in cui è possibile reperire da tante fonti le immagini dei concerti. Ora la gente non ha bisogno più del film-concerto, il cinema dopo gli anni ‘80 ha lasciato il Rock, la sua funzione promozionale l’ha delegata quasi del tutto al videoclip perché è molto più agile, molto più veloce. Quei lavori però permettevano un’analisi sociologica della cultura pop, mentre quello che viene prodotto ora è solamente puro intrattenimento salvo eccezioni, non c’è bisogno di qualcuno che fa il lavoro di prendere l’evento e raccontarlo, come quando i Rolling Stones suonarono al concerto gratuito di Altamont nel 1969, concluso tragicamente con l’accoltellamento mortale di un giovane afroamericano da parte di un membro degli Hells Angels, ingaggiati come sicurezza; quello è il primo film di che utilizza le immagini per raccontare l’evento a prescindere dal documentare il concerto; questa cosa oggi è facilitata dal fatto che il concerto te lo puoi vedere dai video caricati in diretta e in alta definizione, c’è gente addirittura che segue i tour interi dei gruppi del cuore e li mette online. Quindi con l’avvento di Youtube il film-concerto in quanto documentazione o promozione dell’artista ha perso di senso.
Cosa ne pensi dell’operazione, che immagino quando scrivevate il libro non si era ancora diffusa dell’uscita, del nuovo super lunghissimo e non accessibile a tutti volume dell’ “Anthology” dei Beatles?
Mi trovi preparato perché ho appena finito di vedere la nuova puntata, anzi ho approfittato per riguardare tutta la serie; in realtà ho provato delusione, ho pensato che stavano raschiando il fondo del barile con i Beatles, perché questa è veramente un’operazione solo commerciale che non aggiunge proprio nulla a parte qualche immagine inedita, qualche outtake dalle puntate precedenti, e qualche filmato promozionale. C’è sempre un motivo commerciale prevalente che fa fare queste operazioni, non c’è proprio più niente di interessante; l’ “Anthology” all’epoca dell’uscita era un’operazione abbastanza monumentale quindi aveva il suo valore, oggi non ci sono in realtà delle nuove cose interessanti; di materiale ancora mai visto sui Beatles ci sarà ma di interesse documentaristico per uno studioso del gruppo. Ecco qua siamo a un livello diverso, siamo al livello di ricreazione, un po’ come i KISS che si ritirano dalle scene e dicono che vogliono portare avanti loro Avatar: siamo alla follia secondo me, veramente operazioni di poco valore e anche un po’ macabre….
Articolo di Francesca Cecconi
