Quando ho letto che sarebbe uscito “La strada di Vinicio Capossela. Un viaggio sulle orme di Ovunque Proteggi” (Nottetempo, 17 euro) di Giovanni Ansaldo, giornalista di Internazionale, un poco ho rosicato. Questo è il libro che avrei voluto scrivere, o meglio, avrei voluto anche io dare vita a un volume che si occupasse di questo album del cantautore irpino. Poi, poco dopo, ho pensato che, tutto sommato, ero molto contento, perché avrei potuto leggere questo libro e, allo stesso tempo, condividere la passione per il lavoro del 2006, e che quest’anno compie 20 anni, con qualcuno che – sicuramente – condivide la passione per queste 13 canzoni. Le attese sono state tutte rispettate e ripagate, su tutti i fronti (poi, come tutti i rancorosi che canta lo stesso Vinicio, io avrei puntato su altri aspetti, ma poco importa…), e il volume è una bella guida, e anche una mappa, e una cartina per seguire il viaggio che Capossela ha compiuto fra il 2004 e la fine del 2005 per dare alle stampe il suo sesto album, “Ovunque Proteggi” appunto.
Ansaldo confessa subito il suo amore e la sua passione per questo lavoro che, detto a margine delle sue riflessioni, è un disco seminale, e cioè un album che ha saputo fare la differenza, che ha diviso la carriera di Capossela fra un prima e un dopo “Ovunque Proteggi”. Prima, infatti, c’erano stati “Il Ballo di San Vito”, e già questo è un lavoro che molti artisti italiani sognano di riuscire a eguagliare. Poi venne “Canzoni a Manovella”, e Capossela, di fatto, fu proiettato di diritto nell’Olimpo della musica d’autore italiana, accanto ai numi tutelari di Guccini (che lo aveva tenuto a battesimo), De Gregori, Conte (da sempre visto come il fratello maggiore), Fossati, Finardi (per la vena meno pop e più rock della sua musica, fino a quel punto). Quel disco del 2000 aveva mostrato un Capossela legato ancora a Tom Waits, ma capace di una poetica che metteva insieme alta letteratura, nonsense, teatro e cabaret, musica jazz e suoni del mondo (lontani e vicini). Insomma, un album che già aveva imposto un cambiamento. Fare di meglio – per chi, come me, aveva vissuto quei due dischi e i loro magnifici tour – era dura, difficile, complesso. Capossela era insomma atteso alla prova del nove.
Venne il tempo di una raccolta, che diede vita a una serie di concerti aperti da un live insolito: Capossela su un ring che faceva a pugni con il suo passato musicale. Io c’ero, e si capiva che qualcosa stava cambiando. “L’indispensabile”, il titolo della raccolta, andò bene, fece il suo lavoro, portò nuova linfa al Nostro, ma di fatto quel mondo ormai gli era stretto. Serviva partire per cercare qualcosa di nuovo, e Capossela lo fece. Ansaldo, con uno stile fresco, lineare e senza appesantire la narrazione con inutili divagazioni, redige un diario di viaggio che segue le 13 tappe di questo disco. Milano e Rubiera, dove il disco diventa album, e poi tutte le altre soste di lavorazione e creazione, come la Grotta di Ispinigoli (le grotte sono care alla musica di Capossela), Calitri, Scicli, Capodistria, Treviso, il Monastero di Montebello, con due tappe all’estero (per modo di dire), e cioè Mosca e Pechino. Una via dei canti, citando Chatwin, lungo la quale Capossela, e i molti musicisti che lo hanno aiutato, ha di fatto creato un album che, sottolinea in modo chiaro Ansaldo, prima della partenza non era, se non per alcune suggestioni. Questo è un disco nomade, e non solo per la scelta dei temi, per i libri citati e presi a ispirazione, o per le feste e le musiche popolari, ma perché è musica nata da urgenze creative in movimento.
Ogni canzone viene raccontata dal di dentro. Genesi, aneddoti – forse qualcuno in più non avrebbe guastato – e riferimenti precisi. La stoffa dell’ottimo giornalista si vede dal procedere della narrazione. Si avanza quando ci sono fonti, parole, testimonianze e certezze. Non si improvvisa, non si va per sentito dire. I fatti si verificano, o se ne cerca la conferma nelle parole del creatore, o di alcuni suoi collaboratori. Tanti, ed è incredibile che così tante teste e modi di intendere l’arte abbiano funzionato insieme. Da Mauro Pagani a Marc Ribot, da “Asso” Stefana a Vincenzo Vasi, passando per Mario Brunello, e poi maghi, strumentisti, bande, canti popolari, carri e campanacci, versi, rumori e suoni. Tutto messo in un grande frullatore — la creatività di Capossela — che ha saputo estrarre un ottimo succo, ricco e proteico, che ha poi generato questo disco. Fin troppo rispettoso della sacralità di questo lavoro, Ansaldo decide di intervenire solo nella parte finale, nelle ultime pagine, là dove — finalmente — ci mette del suo. Perché — e pensare che lo ha anche più volte ripetuto nel corso del libro — un disco, una canzone e, in generale, la musica, necessitano di un pubblico per essere completi.
Questa parte sarebbe stata molto interessante: capire come un ventenne (di fatto di poco più giovane di me), si era confrontato, in un appartamento universitario milanese, con questo disco. Lo dico perché ricordo bene le reazioni dei miei amici e coinquilini: un disco che non si può cantare. Questa l’accusa che molti lanciavano verso quel disco. Fino a quel momento Capossela era stato pianista e cantore da sale fumose, club sgangherati, Arci notturni. Con “Ovunque Proteggi” si va alla conquista di teatri e spazi musicali che Capossela non abbandonerà più, così come il suo pubblico non tornerà più indietro. Si adatterà a quei luoghi ed evolverà con la sua musica. Senza dubbio questo è l’altro grande miracolo del disco: l’aver fatto crescere il pubblico, averlo portato lontano dalla sua comfort zone. Transustanziazione che, di fatto, è riuscita solo a Capossela, e grazie a un album pieno di grazia.
L’ultima sfida di questo libro era cercare di raccontare la canzone “Ovunque Proteggi”, un testo magico, una delle più belle canzoni scritte nel Bel Paese da che esiste la musica leggera. Anche questa sfida viene vinta da Ansaldo, che riesce a dire quello che ancora non si sapeva su un testo che è impresso ben in mente nei fan di Capossela. Un capitolo dove il giusto dosaggio di aneddotica si fonde con la capacità di ricostruire la magia di un atto creativo unico (l’unico precedente è quello di Daniele Funaro in “But we’re not the same” – la nostra recensione – quando racconta la genesi di “One” degli U2). Il tutto sostenuto dalla resa pubblica di un messaggio privato inviato da Capossela allo stesso Ansaldo. Queste pagine di chiusura sono semplicemente perfette, proprio come lo è la canzone che chiude l’album che ora si può ascoltare, dopo 20 anni, con il raggiungimento di una maggiore età di consapevolezza, che si arricchisce di un ottimo strumento di lettura e di supporto per entrare a fondo in queste 13 canzoni di pura bellezza.
Articolo di Luca Cremonesi
