Un bel libro quello scritto da Luca Persico, cioè ‘O Zulù dei 99 Posse. “Vocazione Rivoluzionaria” (Il Castello, 19 euro), uscito il 20 ottobre 2024, è un racconto onesto, vero, pungente e, in molti passaggi, anche ruvido. Mi viene da pensare che la revisione finale da parte dell’editore sia stata minima, dato che lo stile è molto simile al parlato, con alcuni salti narrativi e tagli in stile macellaio poco esperto. Tutto questo però non è affatto un limite, ma rappresenta e conferma lo stile di Persico che, almeno nei suoi primi lavori, non ci andava tanto per il sottile. L’esordio con i compagni di viaggio, e cioè i 99 Posse, poi i Bisca e tutto quel movimento che veniva definito delle “Posse” – i gruppi autonomi che ruotavano attorno ai movimenti extraparlamentari – era avvenuto con la volontà di raccontare un desiderio che si muoveva in strati urbani che fino a quel momento non avevano mai avuto una loro voce in presa diretta. Non solo, gli ambienti metropolitani erano luoghi inediti per la narrazione musicale, e il movimento delle Posse li faceva emergere, e gli dava voce. In tutto questo la musica era il linguaggio favorito, la forma d’arte che più di tutte poteva intercettare quelle istanze. Un’epoca ormai morta e sepolta, perduta, oggetto di riscoperta archeologica, dove musica e politica, intesa come impegno nella società, erano in grado di andare di pari passo.
Persico racconta questo universo in modo diretto e senza filtri. Il volume è un condensato di pagine dove si narra la militanza, la nascita del desiderio di impegnarsi, i centri sociali come spazi dove realizzare cultura e musica, esperienze che arrivano nella vita di Persico senza premeditazione. Anche in questo caso la lettura dell’“autobiografia mai autorizzata” di Persico, come recita il sottotitolo, ci racconta di un’epoca a cavallo fra la fine del rock e del cantautorato classico e l’avvento della nuova ondata di matrice hip-hop, con le primissime avvisaglie dell’intrusione di internet e dei social.
Se il 1994 ci regala l’ultimo album popolare della musica italiana, e cioè “Riportando tutto a casa” dei Modena City Ramblers, lavoro conosciuto da molti, con canzoni diventate iconiche e sulla bocca di tutti, l’anno precedente con “Curre Curre guaglió” i 99 Posse ci hanno mostrato cosa sarebbe diventata la musica, e lo fanno non in modo volontario. Una sola canzone diventa rappresentativa, il singolo sarà il nuovo oro da trovare nelle miniere che si trovano nelle terre selvagge, inesplorate e sconosciute come quelle del web e dei circuiti indipendenti. Un mix esplosivo, in origine, che i 99 Posse sdoganano non certo per uccidere la musica, ma per darle una sferzata da quell’impomatamento post-riflusso. Anzi, c’è da dire che grazie a loro il tentativo della marea commerciale indietreggia, per restare ancora un poco in attesa. Sarà comunque una forma di resistenza, di cui Luca Persico è stato baluardo estremo.
L’epoca di Persico è una frontiera, quella cioè dove un mix di generi musicali, in questo caso il Reggae unito ai primi vagiti del Rap e dell’Hip Hop all’italiana, con all’orizzonte il mondo selvaggio (all’epoca) dei Dj, erano ancora al servizio delle idee. La musica dei 99 Posse nasce dunque come valvola di sfogo, come un modo diretto di comunicare che sia meno ampolloso, meno poetico e aulico, e si va a collocare là dove lo spazio era ricavato grazie ad occupazioni abusive di luoghi abbandonati. Non c’era troppo tempo per scrivere testi modello “La Locomotiva” o “Generale”, perché c’era un’urgenza che era tutta tipica di quel mondo dove la Democrazia Americana aveva vinto, la Fine della Storia bussava alle porte, e la velocità sembrava essere l’unica soluzione possibile per un mondo post-ideologico reso troppo ingessato da idee, maestri e connessioni con il mondo della letteratura. In questo scenario Luca Persico si è trovato a suo agio, e ha dato vita ad un’avventura che nel 2025 è ancora capace di raccogliere consensi, riempire spazi ed emozionare.
Nel mezzo, però, c’è la vita quotidiana, come spesso accade a tutte le persone. Dalle scorribande nei centri sociali su e giù per l’Italia, ai viaggi in Sud America, in Palestina e nelle zone calde del mondo. Poi la vita privata, con l’incontro fortuito con la donna che diventerà la madre di suo figlio, e l’arrivo di quest’ultimo. Evento che ha cambiato la vita di Persico, e al quale dedica parole toccanti proprio nelle ultime pagine del libro. C’è poi il racconto delle varie fasi artistiche, da quelle con il gruppo, all’unione con i Bisca, passando per il successo, poi lo scioglimento della band e la rigenerazione della medesima, fino ai progetti da solista che, oggi, sono difficili da recuperare, se non online.
Altre pagine molto interessanti di questo volume sono quelle del racconto della fase legata alla dipendenza da sostanze stupefacenti, unite a quelle dedicate alla depressione. Pagine oneste, vere, senza alibi e scappatoie. Allo stesso tempo si tratta di un racconto che mostra come la forza d’animo, la determinazione e il coraggio siano armi importanti per affrontare queste sfide.
Il risultato è un libro che racconta la storia umana di un artista che ha vissuto un’epoca di passaggio dove era facile perdersi, e cominciava ad essere sempre più complesso parlare e diffondere idee con esperienze artistiche. Tuttavia, c’era ancora la voglia di cambiare il mondo con l’arte (in questo caso la musica), ma le avvisaglie della decadenza cominciavano a farsi sentire. Persico, a conti fatti, e mai lo avrei detto se non avessi letto questo testo, è davvero l’ultimo erede di una tradizione nobilissima che è quella della musica d’autore italiana. Da lì in poi, negli anni successivi, tutto è andato a rotoli, si è inabissato, e ha lasciato posto a tutto quell’altro che ben consociamo. I 99 Posse restano a testimonianza di un mondo ormai morto e sepolto, del quale però loro sono fossile vivente con una chiara e marcata vocazione rivoluzionaria, che resta sempre accesa.
Articolo di Luca Cremonesi
