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Marco Denti / Mauro Zambelli “Tom Petty”

La bellezza di questo volume ben curato e dettagliato è nella quantità dei riferimenti, non sempre noti e immediati

“Tom Petty – Da Elvis a Dylan e Johnny Cash, un’altra idea di America. L’innocenza del Rock’n’Roll” di Marco Denti e Mauro Zambelli, pubblicato da Shake Edizioni sul finire del 2023, è un testo decisamente impegnativo. Non tanto per la mole di pagine, sono solo 285, con una bella sezione finale dedicata all’ampia discografia di Tom Petty. Quindi, data la complessità del personaggio in questione, non sono neppure troppe. La difficoltà di lettura, che coincide però anche con la bellezza di questo volume ben curato e dettagliato, è la quantità dei riferimenti, non sempre noti e immediati, proposti nel libro; oltre alla scelta, in alcuni capitoli, di spaccare il capello in quattro, e cioè scendere il più possibile nei dettagli della produzione di Tom Petty. La genesi di una canzone, per esempio, viene smontata fin nei minimi dettagli, per mostrare come questa rimandi ad altro, derivi da un’altra, o da altre dieci che, a loro volta, rimandano ancora ad altri interpreti, e così via, fino a giungere, finalmente, all’accordo, o alla nota, generativa di quella produzione. Il tutto è davvero degno di grande plauso, ma spesso rende ostica la lettura. Bizantinismi che rallentano di colpo, come se si tirasse il freno a mano, all’improvviso, in autostrada.

Superato questo scolio, il volume, giustamente presentato nell’aletta come l’unico libro, in Italia, dedicato interamente a Tom Petty. Non è soltanto una biografia: è una ricognizione completa delle influenze, della formazione, delle collaborazioni e dell’idea generale dell’immaginario di Tom Petty, è davvero un saggio prezioso, che rende conto della storia artistica e umana del cantautore statunitense.

Si tratta di un libro che si legge bene, che cattura, che arricchisce e che premia chi si impegna ad arrivare fino in fondo. Porta ad ascoltare molta musica; a cercare informazioni aggiuntive; a spulciare dischi e biografie; oltre a ulteriori informazioni sulle vicende che vengono citate. Il rigore è un altro dato che emerge in modo chiaro dalla lettura del testo. Denti e Zambelli dimostrano di conoscere bene tutta la vicenda e la parabola di Petty, personaggio che in Italia è di nicchia, materiale cioè solo per estimatori ben preparati, esigenti e maniacali. Per questo il rigore era necessario. I due giornalisti, specialisti che nel 1994 hanno anche intervistato Tom Petty, dimostrano di possedere conoscenza dettagliata della materia in questione, e di tutto ciò che vi gira attorno. Una ricchezza di dettagli utile, perché si tratta di un mondo musicale che necessita di un riconoscimento che vada, oggi, ben oltre la semplice biografia.

Per i pregi del testo – che a conti fatti restano superiori ai difetti già descritti – direi che c’è l’imbarazzo della scelta. La parte della collaborazione con Dylan è davvero ben fatta, e spinge alla ricerca e all’ascolto di registrazioni, di album, di bootleg, per godere di quanto si legge. Pregevole anche il fatto di indicare dove andare a recuperare in rete del materiale. Altra vicenda davvero ben documentata, e ricca di aneddoti, è il rapporto con George Harrison. Senza dimenticare la cura con la quale i due autori maneggiano il rapporto speciale che ha unito Petty ai The Heartbreakers. Anzi, credo qui Denti e Zambelli abbiano dimostrato classe e competenza nel gestire molto materiale per descrivere quello che è stato un rapporto che non ha pari. Certo, subito il rimando è alla E-Street Band, ma i due autori sembrano prediligere l’interpretazione di un legame di doppia ispirazione: Petty verso The Heartbreakers, e The Heartbreakers verso Petty. Uno senza l’altro, band senza solista, e solista senza band, non avrebbero potuto esistere. Sono quelle alchimie speciali, che arricchiscono le singole componenti, già di per se buone, ma che unite diventano eccellenti.

Solo Bob Dylan, a quanto pare, è riuscito, per un certo periodo di tempo, a operare e lavorare, creando musica, con loro, e cioè a diventare il terzo vertice di un triangolo che, a un certo punto, si è comunque spezzato. Il triangolo non ha retto, ma il binomio sì, e lo dimostra il fatto che anche negli album da solista Petty, alla fine, ha lavorato sempre con alcuni dei suoi musicisti. Questi capitoli sono davvero molto interessanti, perché riescono a far comprendere come il legame fosse forte, strutturato ma anche sottoposto al passare del tempo. Si matura, come succede nella vita, mentre il modo di stare insieme e vivere cambia. Una metafora dell’esistenza umana molto bella. Petty e The Heartbreakers sono stati un corpo vivente unico, che si è sviluppato e si è modificato nel tempo. Senza dubbio questa sotto trama è una dei punti di forza del volume.

Altro pregio del libro è quello di aver raccontato bene un’altra idea d’America, come si legge nel titolo. Allo stesso tempo, trova spazio anche l’innocenza del Rock, sempre parte dell’essenza del volume. I fatti che dimostrano questi passaggi sono molti: Petty che regala i dischi; o che spinge per avere i biglietti dei concerti a prezzi più bassi (nessun gruppo Rock giustifica 150 dollari di biglietto, dichiarava negli anni ’90… e vien da fare mente locale su alcuni prezzi pagati quest’anno…); o che lotta con le case discografiche per essere padrone della sua arte. Azioni di un mondo primordiale, quasi preistorico e barbarico, prima della grande cesura, e cioè quando il Rock non era una riserva indiana, ma una forza dirompente ed energica capace, grazie a queste prerogative, di smuovere masse di persone adoranti, e di riempire stadi, o arene verdi. Oggi succede ancora, ma ormai si tratta di vere riserve, ormai trasformate in mercati, e non più luoghi di riti collettivi.

Tom Petty non c’è più, e forse alcuni di noi riusciranno a vedere l’alba del mondo senza più queste riserve dove incontrare i dinosauri del Rock. Il Jurassic Park chiuderà, e non credo ci sarà nessun T-Rex che vorrà rompere i recinti di quest’isola speciale. Serve esserne coscienti. Petty, ben prima di tutti e tutte noi, lo aveva intuito, e le sue battaglie avevano questo significato. A quel punto, dunque, chi riempirà quel vuoto? Chi saprà dare comunque quelle emozioni condivise? Chi saprà vivere la musica come rito collettivo? Credo abbia ragione Pier Paolo Capovilla quando, domenica 7 aprile 2024, dalle pagine di un noto quotidiano, ha lanciato il grido di protesta contro i maxi eventi, diventati ormai un circo, una riserva commerciale appunto, che guarda solo agli utili.

Viene però da chiedersi quale evento sia in grado di produrre quelle emozioni senza dispensare violenza gratuita (si veda il wrestling), o tifo che smuove istinti barbarici (si veda il calcio)? La risposta è sotto gli occhi di tutti. Mettiamola così, chi vivrà vedrà, ma credo che un’ulteriore conferma ci sarà a Reggio Emilia, per gli AC/DC, forse, a oggi, il concerto mainstream più caro in assoluto, messo in piedi in Italia.

Così, in chiusura, la vicenda di Petty fa pensare. Forse aveva capito che la direzione dei maxi show rappresentava l’aver già ceduto a un sistema diverso da quello del Rock delle origini. C’era da fermarsi prima, come lui stesso sembrava voler fare. Diluendo i concerti. Cercando formule diverse. La scena con la quale si chiude la parabola del Nostro, e cioè il racconto delle tre date finale del suo tour, sono emblematiche. Come d’altronde questi passaggi: La morte di un gigante della musica come Tom Petty ci ha fatto capire una volta di più che i musicisti e il pubblico di questa arte stanno irrimediabilmente invecchiando, e la morte è diventata una variabile non secondaria di questo processo. Fortunatamente la musica è più resistente degli stessi autori e fruitori […].

E ancora: Il consiglio finale di Tom Petty è stato questo: “Fare un disco? Devi avere la canzone, poi si crea un disco. Penso che sia lo stesso per una performance dal vivo. Se il materiale è forte, sei già al 90%. Dico sempre ai giovani che si tratta di musica, di canzoni. Lavorare sulle canzoni, lavorare sulle canzoni, lavorare sulle canzoni”. Resteranno quelle, ed è la qualità che fa la differenza. Libro da avere sul comodino.

Articolo di Luca Cremonesi

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