Confesso che mi sono molto divertito a leggere questa monografia intitolata “Sir Oliver Skardy – Biografia legalizzata dal poeta venessian, dai Pitura Fresca a oggi” (Editoriale Programma, €10,90, distribuito anche nel circuito edicole). Il testo racconta la storia di Gaetano Scardicchio, bidello e cantante del gruppo reggae veneziano Pitura Freska. Il caso ha voluto che me lo trovassi in mano nei giorni del matrimonio di Bezos, fondatore di Amazon, evento mondano che ha rimesso al centro delle polemiche Venezia, come accadde per il concerto dei Pink Floyd del 15 luglio 1989. Quella fu una delle prime occasioni di overtourism della storia in Italia, con la sensazione che Venezia non avrebbe retto a quell’afflusso. Un fatto è certo: se quel concerto è passato alla storia, e anche un po’ merito del nostro Sir Oliver Skardy e dei suoi compagni di viaggio. Sia chiaro, si tratta di una percentuale di merito irrisoria, ma che non si può negare. La hit/tormentone “Pin Floi” (uscita appunto nel 1989) all’epoca fece comunque ridere tutto il popolo italiano, compresi gli stessi veneziani che, forse, hanno cominciato a capire che quella canzone, al netto del divertimento, stava profetizzando quello che Guccini, anni prima, aveva già cantato in “Venezia”, ma ovviamente in modo più pesante ed elitario.
Così, mentre Bezos imperversava in laguna, io leggevo la storia del nostro bidello innamorato della musica giamaicana, dei suoi ritmi e dei suoi stilemi, e della cultura che questa ha sempre portato con sé. Poi, come sia possibile che in Italia, patria di nessun genere contemporaneo (ma solo del Melodramma antico), il reggae attecchisse, e per di più, in una regione come il Veneto, dove solo i grandi poeti — veri giganti — erano riusciti a sdoganare il dialetto, è ancora oggi un mistero, che questo libro non contribuisce a dipanare. Questo è il grande limite delle 200 pagine in questione, in formato anomalo, che non entrano mai in profondità, ma restano alla superficie di una storia che, mi ripeto, è comunque piacevole da leggere.
Il mistero del successo resta tale, e chissà: forse i porti di mare, le vie dei canti, i suoni lontani, hanno creato un contatto che si è concretizzato in questa avventura musicale che è durata pochi anni, ma comunque intensi. Di fatto, i Pitura Freska, racconta Marilena Ferrara, fan D.O.C. (e non lo nega mai), non sono mai esistiti, se non come continua reincarnazione di se stessi. Tra andirivieni vari, il gruppo è stato compatto solo per poco, ed Elio, che ne intuisce le potenzialità, soprattutto con il singolo “Pin Floi”, storico tormentone di una delle tante estati italiane.
Gli inizi della band sono quelli di tutte le esperienze di quando si faceva gavetta. Però, davvero, provate a pensare di fare reggae in veneziano, a Venezia, sul finire degli anni ’90, con l’Indie alle porte. Non sono i nostri anni, dove tutto è permesso, dal disimpegno totale fino agli improbabili duetti, con collaborazioni che mescolano sonorità di Paesi che comunque devono essere sotto l’equatore, soprattutto in estate. Quelli erano anni in cui in piazza a Venezia suonavano i Pink Floyd, non sbarcavano ricchi magnati, con pletora e peones al seguito. E in questo contesto, un bidello appassionato di musica e di cultura rivoluzionaria si metteva in gioco e, con ironia, le cantava ai suoi concittadini. Sul piatto, temi vari: dal capitalismo al proibizionismo, dalla legalizzazione delle droghe leggere, alla critica a un modo d’essere che imponeva di diventare grandi per forza (intuizione geniale all’epoca), arrivando al noto e stranoto tema delle persone di colore in ruoli di potere importanti.
Con i Pitura Freska prima, e poi nella sua avventura solista, Sir Oliver Skardy ci crede davvero a quello che propone. Fa bene, perché l’epoca lascia aperte delle brecce nei recinti, fughe che sembrano strette, ma che all’epoca c’erano, e ci si poteva iniziare a transitare. Da quelle fessure passeranno, così per dire, “C’è da spostare una macchina”, “Esatto”, “La mia moto”, “Gringo” e così via. Sir Oliver Skardy, però, non ha alcuna colpa, perché lui, con in mano un genere nobile, alieno in Italia e soprattutto nella sua regione (dove in dialetto si cantano le canzoni degli alpini e dei pescatori, e neppure Massimo Bubola ha mai pensato di usare la sua lingua madre per cantare canzoni), prova ancora a veicolare dei concetti. Certo, lo fa senza la volontà di cambiare il mondo. Gli anni ’70 sono finiti. I grandi maestri stanno già ripiegando dentro al fortino, lasciando la scena ad una musica più allegra, e di certo ormai meno impegnata. Sir Oliver Skardy si colloca a metà strada di quella nuova stagione musicale, e lo fa con grande ironia e coraggio, oltre alla perseveranza. Al successo si arriva macinando km, sigarette, calici di vino, baldorie e fatica. Nulla è stato indotto; niente è stato creato a tavolino perché, davvero, il reggae in veneziano è come dire, che ne so, l’Opera lirica in lingua cinese o coreana. Chi ci avrebbe mai scommesso? Eppure…
Tutte queste analisi, appena abbozzate, sono l’essenza del libro in questione, che pecca di superficialità, senza mai diventare macchietta e lettura banale. È un testo che testimonia una vicenda, una bella stagione e l’inizio di una (lenta) fine della musica d’autore. Nessun rimpianto, ma solo tanto divertimento per un’esperienza musicale, quella di Sir Oliver Skardy, che non è mai stata volgare, in nessuna veste, neppure in quella estetica, e tanto meno in quella sonora. Alla fine, se facciamo il paragone con la nostra epoca, si tratta di merce rara. A conti fatti, dunque, è un libro che vi consiglio di non snobbare.
Articolo di Luca Cremonesi
