Massimo Bubola, cantautore e musicista, il 5 giugno ha dato alle stampe “Il canto dell’Anguilla – Un’estate irlandese” (Neri Pozza, 18 euro). Un memoir del viaggio che ha portato alla stesura di una delle canzoni più conosciute del cantautore veronese, “Il cielo d’Irlanda”, interpretata da Fiorella Mannoia, oltre che dallo stesso Bubola (in due versioni splendide). Ci sono viaggi legati a dischi e canzoni che tutti noi appassionati vorremmo conoscere. Oltre alla curiosità umana, tutta umana, c’è la voglia di comprendere come funziona la creatività. Capire come un artista vede, sente, osserva, percepisce, respira un territorio, un paese, una città, una regione prima di condensare il tutto in un brano, o in una serie di canzoni.
Gli esempi sono tanti, dai Beatles in India fino ai nostrani De André e Pagani, per poi passare a Vinicio Capossela, anche se in questo caso un testo è arrivato a far chiarezza (la nostra recensione), oppure ai CCCP e poi C.S.I. in Mongolia (e anche in questo caso il testo c’è, ed è di prima mano). Gli esempi sono numerosi e, quando arrivano questi volumi, noi fan non solo siamo contenti e felici, ma appaghiamo una sete di sapere e conoscere i retroscena che crea una dipendenza difficile da affrontare. Ricordo – uno su tutti – il bel volume di Luca Bonaffini, “La notte in cui spuntò la luna dal monte” (Ed. presentARTsì), racconto della nascita del grande classico di Pierangelo Bertoli. Senza dimenticare il monumentale volume di Greil Marcus, dedicato a “Like a Rolling Stone” (Donzelli editore).
Ecco, se c’è un libro che si aspettava da tempo è proprio quest’ultimo volume di Massimo Bubola. Certo, sono noti i suoi testi scritti per De André, ma fra le tante sue canzoni ce n’è una molto particolare. Si tratta di “Il cielo d’Irlanda”, singolo del 1992 che Bubola ha scritto per Fiorella Mannoia e che si trova nell’album “I treni a vapore”. Un brano che ha fatto storia e che, in pochi versi, riesce a descrivere l’Irlanda in un modo che nessun altro è stato capace di fare. La domanda, oltre chiaramente alla bravura intrinseca di Bubola, maestro della parola, è che cosa abbia ispirato l’autore in quel modo, rendendolo capace di dar vita a un testo che non manca di nulla. Ci doveva essere un viaggio alle spalle, e questo fatto, per chi frequenta i concerti di Bubola, l’autore non lo aveva mai negato. Qua e là, in varie tipologie di show, dagli spettacoli voce e chitarra fino alla versione estesa con la band, Bubola aveva raccontato un poco di quell’avventura. Si intuivano l’amore per quella terra, la passione vissuta in quel soggiorno, la simbiosi con quei luoghi.
Régis Debray, scrittore, filosofo, attivista francese, nel suo “Dio, un itinerario” (Raffaello Cortina Editore), sottolinea come ogni pensiero sia sempre figlio di un ambiente. Scendendo un poco dall’Olimpo, anche i Modena City Ramblers hanno più volte raccontato come la terra d’Irlanda abbia ispirato parte della loro produzione. Tuttavia, la band emiliana si faceva ispirare dai suoni e dalle musiche. Bubola, invece, è più sul fronte di Debray. Quel testo, e cioè “Il cielo d’Irlanda”, condensa e distilla nelle parole un mondo, una storia, un ambiente, una tradizione. Non è solo questione di suoni – che nella versione della Mannoia hanno rimandi alle musiche tradizionali, come d’altronde nella versione live di Bubola nella raccolta “Il Cavaliere elettrico”. Tuttavia, Bubola l’ha anche suonata e cantata in molte versioni diverse (io ne conosco almeno altre tre), e ogni volta quel testo non perde nulla della sua potenza evocatrice.
Quindi, serviva il racconto diretto di quel viaggio, per capire. Ed eccolo. Il volume “Il canto dell’Anguilla” non è la fedele cronaca, minuto per minuto, di quel viaggio. La narrazione è di fatto un tempo ritrovato che serve al lettore e alla lettrice per scoprire tutti i riferimenti della canzone. Il viaggio di Massimo e Giovanni è una glossa per comprendere meglio ogni angolo, ogni verso della canzone. Ad esempio, a pag. 106 si legge: Il cielo è il vero regista d’Irlanda.
A questo punto diventa chiaro perché la canzone insista sul cielo. Bubola ne è colpito fin dall’arrivo in traghetto, mentre guarda le coste della grande isola. E nelle pagine del memoir torna più e più volte il riferimento al cielo. Dunque, se questo è il vero regista, non resta che affidare a lui la macchina da presa, e seguirlo. Ogni verso, ogni rimando al cielo, serve a raccontare un aspetto di quella terra. Il viaggio, una sorta di salita al Paradiso, alla ricerca di poeti che possano sostenere il racconto – come accade a Dante – oltre alle musiche e alle tradizioni incontrate grazie a uomini e donne, diventa dunque la chiave per entrare nelle segrete di quella canzone. Ed è un modo bello per conoscere la genesi – non in modo didattico e didascalico – di questo brano e del mondo che evoca. Perché, sia chiaro, chiunque abbia ascoltato quella canzone è convinto di saperne e di conoscere la terra d’Irlanda. Questa magia accade con poche canzoni. Come il sardo, lingua complessa, che tutti eravamo convinti però di conoscere grazie ai Tazenda.
Un viaggio, in conclusione, che è di fatto la spiegazione della canzone, mentre quest’ultima diventa – in modo chiaro e cristallino – l’essenza stessa, la traccia, il fossile di quell’avventura. Bubola trasforma in buona letteratura un reportage che, di fatto, diventa memoria, raccolta critica e testo poetico che fa (ri)vivere l’universo contenuto e condensato in quella canzone.
Articolo di Luca Cremonesi
