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Massimo Bubola “Sognai talmente forte”

Massimo Bubola “Sognai talmente forte”

Un romanzo anomalo dove fondere insieme parte della produzione di testi e ricavarne così una storia unitaria

Raccontare le canzoni a mo’ di romanzo. Una bella idea. E chi meglio di Massimo Bubola, uno dei più importanti cantautori della golden age italiana, lo poteva fare? Chi frequenta i suoi concerti (la nostra recensione) sa che il cantautore veneto è un narratore di storie. Resiste al tempo, alle mode, e ai modi dello showbiz, e porta avanti un rapporto diretto con il pubblico che, oggi, appare davvero fuori tempo e démodé. Eppure regala emozioni, tante. Certo, la maggior parte del pubblico non è più abituata a tutto questo. De André ci ha lasciato; Guccini si è ritirato; Gaber e Lolli non sono più fra noi; De Gregori è stato messo a tacere. Di conseguenza, oggi, nessuno parla più con il pubblico. Si suona, e stop. Anzi, se qualcuno conversa con la gente presente al concerto, viene redarguito dal suo pubblico, che si mette a urlare, sempre più spesso, un denigrante “canta”. Epoca barbarica contro la quale c’è solo una forma di resistenza: parlare, raccontare, scrivere e produrre canzoni che impongano l’ascolto.

Bubola in tutto questo è maestro, e ha deciso di dare alle stampe “Sognai talmente forte” (Mondadori), un romanzo anomalo, un vero ibrido che non è la storia delle sue canzoni. La novità di questo agile libro, poco più di 150 pagine, è che Bubola ha deciso di fondere insieme parte della sua produzione di testi, e di ricavarne così una storia unitaria. Una vera storia, e cioè una narrazione che pesca dalla realtà, e che con questa fa i conti. Le canzoni, dunque, diventano il materiale e i mattoni di questa narrazione. Non si racconta come sono nati questi testi, ma i brani diventano gli espedienti che costituiscono il filo rosso della narrazione.

A memoria posso dire che non esiste nulla di simile. Semmai ci sono narrazioni che si avvicinano, ma nulla che ricordi il lavoro proposto da Bubola. In parte, infatti, si può guardare a “Storie Ramblers” (Arcana) di Carlo Susara, oppure, per certi versi, al documentario “Io non sono qui”, dedicato alla figura di Bob Dylan. Ma, ripeto, sono prodotti che si avvicinano e non arrivano all’ibrido scritto da Bubola.

La storia è presto detta: Callimaco, protagonista del libro insieme alle canzoni, è arrivato alla fine dei suoi giorni. Sul letto di morte, con attorno le persone che lo hanno amato, racconta episodi della sua vita. Ed ecco che queste vicende sono quelle narrate nelle canzoni di Bubola. Dalla serenata di “Tre rose”, alla guerra di “Fiume sound Creek”, dal verde “Cielo d’Irlanda”, alle scelte di vita di “Quello che non ho”, la narrazione che dà forma al libro racconta una vita che prende corpo grazie alle canzoni.

Un lavoro pregevole e non solo perché Bubola scrive davvero bene. Già nella sua prova narrativa precedente, e cioè “Ballata senza nome” (Frassinelli), il Cantautore aveva aperto questa strada. Una direzione narrativa che pescava dal grande progetto di ripensamento delle canzoni della Prima Guerra Mondiale, considerate l’epica della Grande Guerra, e, allo stesso tempo, dalla rilettura dell’Antologia di “Spoon River”. Ne era derivato un racconto di soldati che parlavano della loro storia, attraverso le tombe presenti nei cimiteri di guerra, e non solo. Da qui Bubola è ripartito per creare quello che i Wu Ming, in estrema sintesi, definiscono come ONE, e cioè un oggetto letterario non identificato, e che può produrre l’inizio di un genere nuovo.

In sostanza, le canzoni vengono prese in mano dal suo creatore, e sono trattate come veri e propri scrigni che contengono infiniti tesori. Un’operazione che Bubola aveva per certi versi già realizzato nel 2008 con il progetto “Dall’altra parte del vento”. Un album nel quale cantava le sue canzoni, interpretate fino a quel momento da e con De André, e che ora diventavano altro. Attenzione, non diverse. Semplicemente tornavano ad essere le canzoni di Bubola, e cioè così come le aveva pensate e concepite il creatore. Non è un’operazione scorretta, e neppure una re-interpretazione. Di fatto, è una nuova vita che mostra appunto come una canzone sia molto più ricca di come siamo soliti ascoltarla. L’esempio classico, per capirci, è “Quello che non ho”, brano che spesso si lega alla critica al consumismo, e viene visto come inno alla libertà dal mondo che omologa. Senza dubbio fra i tanti sensi del brano ci sono anche questi, ma la canzone è anche la storia di un grande capo indiano che racconta, all’uomo bianco, quello che non è … lui… uomo pellerossa.

E così succede nel libro. Callimaco non è Bubola che racconta la storia delle sue canzoni. Callimaco è l’uomo che ha vissuto la storia contenuta e cantata in quelle canzoni. Non ho intenzione di citarvi molto, perché il libro merita di essere letto nella sua interezza. Tuttavia, fra le tante canzoni di Bubola ce n’è una che mi fa letteralmente sognare, da sempre. Si tratta di “Dostoevskij”. Il capitolo dove Callimaco racconta la vita vissuta in questa canzone è breve, ma incisivo. Si tratta di “Nella mia vita rotante all’indietro”. Scrive Bubola: Morendo, abbandoniamo i nostri sogni bambini che hanno continuato a viaggiare clandestinamente assieme a noi. Anche il dover accettare di non poter più diventare qualcun altro che abbiamo tanto ammirato è un passaggio verso la morte. Per esempio, non poter diventare Alessandro Magno rese più triste la propria morte a Cesare, perché i sogni godono di una salute migliore e sono più longevi. E così si scopre che Callimaco, come nella bellissima canzone di Joaquin Sabina “Il Pirata Cojo (Letras y canción para escuchar)”, voleva fare altro nella vita, avere altre occasioni e possibilità, fra le quali quella di saper curvare le parole, proprio come il Dostoevskij di Bubola.

Dalla gioventù alla vecchiaia la vita passa davanti agli occhi di Callimaco, e con questa scorrono le vite vissute nelle canzoni. Libertà, amore, passione, lotta e guerra, saluti e addii, sono i temi di una grande vita che è stata cantata, e vissuta, in vari momenti. La bellezza del finale è pari solo alla canzone che chiude questo percorso di vita, e cioè “Doppio lungo addio”.

Leggetelo e fatevi conquistare da una scrittura non sempre facile, e da canzoni che in tanti conoscono, ma che non avete mai pensato, e vissuto, in questo modo. Perché, sia chiaro, le canzoni bisogna meritarsele. Anche quando le si ascolta. Per questo hanno a che fare con la nostra vita. Bubola lo sa bene.

Articolo di Luca Cremonesi

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