C’è un momento, leggendo il nuovo libro di Reno Brandoni, in cui si capisce che non si tratta di un semplice progetto editoriale. “La musica nasce dove deve nascere” è un titolo poetico, quasi filosofico. Ma è il sottotitolo – Conversazione sulla musica con l’intelligenza artificiale – a rivelare la natura audace dell’opera. Brandoni non analizza l’IA: ci parla. E da quella conversazione nasce un libro che sorprende per profondità, lucidità e capacità di mettere in discussione i nostri pregiudizi.
Parlare con l’AI, non parlare di AI
«L’idea è nata da una curiosità che abbiamo tutti» racconta. «Tutti parlano di intelligenza artificiale come se fosse un’entità astratta, ma io volevo capire cosa sarebbe successo iniziando una conversazione vera». Il primo scambio è stato sufficiente a convincerlo che lì c’era qualcosa di più grande di un semplice test. La risposta dell’IA alla domanda “cos’è per te la musica?” lo ha lasciato senza parole: un discorso sull’emozione, sul linguaggio universale, sull’esperienza umana. «Una risposta che farebbe venire voglia a un giornalista di appendere la tastiera al chiodo» dice ridendo. Da quel momento, Reno Brandoni ha capito che non aveva senso sfidare la macchina, ma ascoltarla. Ha provato comunque a metterla in difficoltà, chiedendole come potesse parlare di emozioni senza poter ascoltare. L’IA ha risposto spiegando come analizza uno spartito, un file audio, una struttura armonica. «A quel punto ho capito che non era un gioco. Era un interlocutore capace di restituire una visione ampia, sintetica, spesso più efficace della nostra».
Il libro non è un manuale tecnico, né un trattato teorico. È una conversazione che attraversa emozioni, estetica, storia, filosofia della musica. Brandoni lo immagina come un testo utile soprattutto a chi insegna: «Un professore può usarlo per preparare lezioni più ricche. L’IA offre spunti, collegamenti, idee che un singolo essere umano non può avere. Un docente di una scuola importante di Roma mi ha chiesto il libro proprio per questo: vuole farlo leggere agli studenti all’ingresso».
L’AI fa male?
Uno dei temi più affascinanti che emergono dal dialogo è la neutralità dell’IA. Mentre noi siamo pieni di pregiudizi — amiamo un genere, ne snobbiamo un altro — l’algoritmo non tifa per nessuno. Se gli dici che ti piace il rock, ti suggerisce artisti che non conosci, pescando da un archivio sterminato. «È un modo nuovo di scoprire musica» dice Brandoni. «Ti provoca, ti spinge oltre i tuoi limiti». E soprattutto non è influenzata da logiche economiche: non privilegia ciò che paga per essere visibile, come fanno gli algoritmi commerciali. «È un modo più pulito di conoscere». Ma Brandoni non risparmia una critica alla sovrapproduzione culturale: «C’è troppa musica, troppi libri. È come cercare un ago nel pagliaio. Quando usciva “The Dark Side of the Moon”, il giorno dopo sapevi che era un capolavoro. Oggi è tutto confuso, tutto sovrapposto, tutto spinto dal marketing».
Il discorso si sposta poi sul ruolo del giornalista. «L’IA si addestra su ciò che scriviamo noi» sottolinea. «Se vogliamo che funzioni bene, dobbiamo produrre contenuti di qualità. Il giornalista non perde valore: lo aumenta. È lui che istruisce l’IA con le sue domande, il suo stile, la sua visione». Non esiste un’intelligenza artificiale universale: esiste quella che costruiamo dialogando con lei.
La musica creata con l’AI
Arriva poi il tema più delicato: i giovani musicisti che usano l’IA per creare musica senza imparare a suonare. Brandoni non nega il rischio, ma invita a guardare più lontano. «È come quando da ragazzo vedevo i primi disc jockey: pensavo non fosse musica. Poi ho capito che era un nuovo modo di creare. Con l’IA succede lo stesso: combinano elementi di altri, creano qualcosa di nuovo. Non puoi vietarlo». Ma aggiunge una distinzione fondamentale: «L’emozione di tre note suonate da un essere umano non è replicabile. Il carisma non si sintetizza». Per lui, la vera minaccia non è l’IA: è un sistema che ha già cambiato la musica molto prima. «Spotify ha tolto potere al musicista. Decide l’algoritmo, non l’artista. L’IA non è un nuovo male: è l’evoluzione di un meccanismo che già ci condiziona».
Il discorso si allarga inevitabilmente al diritto d’autore, che secondo Brandoni va ripensato da zero. «È nato in un’epoca in cui uscivano pochi dischi, tutti diversi. Oggi siamo sommersi da musica e libri. Non c’è più la bellezza della scoperta. Il diritto d’autore deve tornare a proteggere chi crea davvero, non chi ha più sponsor». E aggiunge: «Il mercato ufficiale porterà a razzerare tutto. I software che oggi paghiamo saranno gratuiti. Sopravvivrà chi ha spirito creativo, non chi produce meccanicamente per fare soldi».
Coda
E alla fine, inevitabilmente, si arriva alla domanda: come usa l’IA un musicista come lui?
«Continuo a scrivere con la chitarra, ma amo gli arrangiamenti. Prima era complicato: servivano musicisti, studio, tempo, soldi. Ora registro la chitarra, la carico sul computer e sperimento. L’IA mi permette di provare idee, costruire seconde parti, immaginare strumenti. È economica, immediata, liberatoria». Il libro, allora, non è un manifesto né un avvertimento. È un invito. A non avere paura, a capire, a usare gli strumenti nuovi senza perdere la propria identità.
Perché, come dice Brandoni, «la musica nasce dove deve nascere». Anche quando nasce da un dialogo con una macchina.
Articolo di Francesca Cecconi
