Nati liberi book

Vittorio Nocenzi “Nati Liberi”

Tassello chiave per capire la storia di un movimento e di una delle band più importanti e significative della musica contemporanea

Poi un giorno, alla fine, succederà. Ne sono convito. Un giorno ci si renderà conto del valore e del peso specifico della stagione del Prog italiano. E a quel punto si inizierà a studiare la cosa in modo serio. Non che il pubblico e gli addetti ai lavori siano all’oscuro di quello che è stata e, per certi versi, è ancora quell’esperienza. Si sa, in estrema sintesi, l’importanza di quella lunga e articolata esperienza. Ciò che manca è uno studio serio e sistematico di quel periodo e di quella vasta produzione.

La riscoperta di quella stagione musicale si è prodotta qualche tempo fa, uscendo così dalla nicchia di appassionati, grazie a una bella raccolta proposta da un quotidiano nazionale, seguita poi da ristampe, in varie salse (vinili e cd) dei grandi album delle band o dei singolo musicisti. Tuttavia, un lavoro sistematico, scientifico si direbbe, e di analisi dettagliata di tutta la produzione di quegli anni è ciò che manca davvero. Ci sono schegge sparse, frammenti che, con grande fatica, si possono raccogliere nella speranza di mettere insieme un mosaico che non può essere ancora completato

Una di queste schegge è il libro di Vittorio Nocenzi, fondatore e deus ex machina del Banco del Mutuo Soccorso, una delle band più rappresentative in assoluto di quella stagione di grande musica Prog prodotta in Italia. Il suo libro – “Nati Liberi” (ed Tsunami) – e la sua versione dei fatti arrivano solo oggi, negli anni ’20 del 2000. Si conferma così quanto si andava dicendo in apertura.  Un lavoro di ricerca sistematica e di validità scientifica sul Prog italiano è una mancanza che ha dell’incredibile come, d’altronde, lo è l’assenza di una pubblicazione ben fatta – se non dei monografici di riviste di settore – su Francesco Di Giacomo, una delle voci più belle della musica contemporanea. E non solo di quella italiana, sia chiaro. Ed ecco, dunque, che “Nati Libri – La storia del Banco del Mutuo Soccorso raccontata da Vittorio Nocenzi” è un libro prezioso perché colma un vuoto e, quanto meno, aggiunge un tassello autorevole a quel mosaico articolato del Prog prodotto in Italia.

In primis perché racconta, con sapienza e in presa diretta, la storia della band. Con in presa diretta intendo che la scelta di Nocenzi e di Francesco Villari – che ha guidato il musicista nell’organizzazione dei suoi ricordi – di seguire lo sviluppo della storia del gruppo album per album è davvero cosa buona e giusta. In questo modo i vantaggi sono molteplici. C’è una ricostruzione cronologica dei fatti: dalla scoperta, in sala prove, di un giovane e scomposto (nel vestire) Di Giacomo, alla scelta di (ri)mettersi ancora in gioco con una formazione rinnovata e con l’ultimo album “Transiberiana”.

Poi c’è il pregio – che piace a chi legge libri di questa genere – di venire a conoscenza della genesi dei singoli album. Spesso in questi volumi ci si perde in pagine di aneddoti, o in inutili attività tipiche dei tombaroli. Si scava cioè nel passato per trovare segreti o per cercare oggetti preziosi da esporre per celebra se stessi. No, non è il caso di questo volume. In queste pagine Nocenzi va dritto all’obiettivo: di ogni album ci racconta la nascita, i pro e i contro, la produzione, l’impatto sul pubblico e, allo stesso tempo, che cosa abbia determinato, da un punto di vista artistico e umano, per i singoli componenti della band.

Un altro pregio è che si scopre, pagina per pagina, la discografia ufficiale e la si legge e si studia – anche riascoltandola con il libro in mano – in modo ragionato. Non è cosa da poco. Anzi. È un modo eccellente per conoscere e scoprire lo sviluppo artistico di un gruppo molto particolare. In questo modo si apprende l’evoluzione, o l’involuzione, la ricerca, il lavoro, le secche creative e le piene dirompenti che hanno caratterizzato una produzione artistica di altissimo livello. Una di queste pagine, ben dettagliata e costruita – e ci mancherebbe altro che non lo fosse – è quella del trittico “Salvadanaio” (al secolo semplicemente “Banco del Muto Soccorso), “Darwin” e “Io sono nato libero”. Io non so se siete amanti del Banco. Poco importa. Realizzare in due anni – 1972 e 1973 – tre lavori del genere è attività da veri giganti della musica. Qui serve scomodare davvero l’Olimpo della musica contemporanea. Pochissimi in Italia possono vantare una piena creativa di questa portata e, forse, anche nel panorama internazionale.

Leggere come sono nate le trame sonore di questi lavori; come Di Giacomo sia stato identificato durante la lavorazione di quella che diventerà una delle sue interpretazioni immortali – proprio nel primo dei tre album, oltre ad essere il brano che Vittorio e Francesco provano insieme al loro primo incontro – è commovente. Per gli appassionati è un tuffo al cuore. Per tutti gli altri è la cronaca di una creazione immortale annunciata e consapevole. Ah, dimenticavo, il brano in questione è “R.I.P.” E vi pare poca cosa? Di Giacomo, nel live contenuto nel doppio “Un’idea che non puoi cambiare” racconta la stessa storia. La potete sentire dalla sua voce o leggerla nelle parole di Nocenzi. Il risultato non cambia: qui siamo davanti a una creatività debordante e a una potenza intrinseca della musica, dei suoni e della parole che ben presto è stata capace di esondare in giro per il Mondo con tour e concerti negli Usa, in Messico, in Giappone e in gran parte dell’Europa.

Molto interessante è poi il capitolo “Banco” dove si scopre come il gruppo abbia lavorato con parte degli Emerson Lake and Palmer per dar vita a un lavoro, in lingua inglese, che vi consiglio di recuperare e ascoltare mentre leggete il volume. Allo stesso tempo sono davvero ben curati i capitoli di quella svolta che parte dal Porg e dalle suite e porta agli album con canzoni singole. Una dimensione più cantautoriale insomma.

Per chi scrive, ad esempio, è stato decisivo anche il capitolo dedicato a “Nudo”, album snobbato per lungo tempo. La suite “Nudo” è l’ultimo inedito per il Banco di Di Giacomo. Tre movimenti semplicemente meravigliosi. Poesia e musica. Altro non serve dire. E a seguire un’operazione che, all’apparenza, poteva sembrare furba (all’epoca…) e cioè pezzi live per riempire. Peccato che quel materiale sia composto, di fatto, da versioni unplugged e, dunque, esecuzioni che non si trovano da nessun altra parte e che dimostrano la struttura portante di questa musica: solida e granitica, anche quando è privata di tanti orpelli.

La lettura è davvero piacevole. Nocenzi non si perde in lodi, non allunga il bordo e neppure cerca piedistalli. Racconta la sua storia, quella di un sogno, il suo e del fratello Gianni che, grazie all’arrivo di due giganti, e cioè Rodolfo Maltese alla chitarra e Francesco Di Giacomo alla voce, è diventata realtà capace di andare oltre i confine nazionali. Il trittico di cui si diceva – al quale possiamo serenamente aggiungere anche la suite di “Nudo” – è davvero parte della miglior musica contemporanea prodotta in giro per il globo. Oltre al libro vi consiglio poi la puntata della trasmissione “33 giri – Italian Master” dedicata al Salvadanaio. Si tratta di una sorta di audio-videolibro dei primi quattro capitoli. Mixate il tutto insieme, e cioè libro, ascolto e visione della trasmissione. Non ve ne pentirete.

Poi, prima di chiudere, vorrei che vi soffermaste sui capitoli dedicati alla morte di Di Giacomo e, soprattutto, al calvario di Maltese. C’è un passaggio duro, che porta alle lacrime, e che vi farà rivalutare tutte le scelte fatte da Nocenzi dopo la scomparsa dei due amici. Maltese se ne va a causa di una malattia degenerativa che gli ha fatto perdere, progressivamente, l’uso delle mani e della mente. I suoi amici e compagni di viaggio hanno cercato, in ogni modo, di tenerlo attivo arrivando anche – ed è un passaggio del libro davvero intenso, duro, commovente e umano – a mettersi in una stanza con lui per insegnargli nuovamente a suonare la chitarra. La descrizione di quei giorni non deve essere stata facile per Nocenzi. Ci ha fatto entrare nell’intimità assoluta di un uomo, Vittorio Nocenzi, che ha visto come la vita, davvero, sia degna di essere vissuta fino in fondo e, allo stesso tempo, sia anche sempre occasione di riscatto. La morte di Di Giacomo dà il colpo di grazia ma Nocenzi decide che c’è una storia da onorare e da portare avanti. Quando sei arrivato sull’Olimpo non puoi adagiarti. E neppure sperare che il sacro fuoco finisca lì. O che possa bastare. Perché, diciamolo, se Di Giacomo e Maltese erano fuoriclasse, Gianni e Vittorio Nocenzi non sono da meno. E neppure comprimari di questa storia. Anzi. E ciò che stupisce è proprio la speciale l’alchimia che si è venuta a creare. Nocenzi non si sottrae al raccontarla e al descriverla come la vera magia del Banco.

Dopo tutto quello che si è vissuto c’è un altro giro di giostra. C’è da essere coerenti con se stessi, con il pubblico che ti ha amato e con chi ha goduto di quel modo di fare musica. Non vale la pena lasciare tutto in mano alle cover band. Sarebbe disonesto. E così la macchina può e deve ripartire perché, a conti fatti, chi c’era sul palco al tuo fianco ti è stato strappato via. Non è stato gettato, e neppure cacciato, come è accaduto con altre realtà musicali. Il capitolo di “Transiberiana”, da questo punto di vista, è illuminante.

Completa il tutto un ottimo apparato fotografico.

“Nati liberi” è davvero un tassello chiave per capire la storia di un movimento e di una delle band più importanti e significative della musica contemporanea. Mondiale, non solo italiana.

Articolo di Luca Cremonesi

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