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Banco del Mutuo Soccorso intervista

Nuovo disco e nuovo tour: ne parliamo con la colonna portante del gruppo, Vittorio Nocenzi

Dopo la pausa festiva, riprende il tour del Banco del Mutuo Soccorso, con tappe già programmate in Toscana e Sicilia. Un’occasione imperdibile per festeggiare i 50 anni (+ 1) di carriera, e ascoltarsi un po’ del nuovo bellissimo lavoro “Orlando: le forme dell’amore” (la nostra recensione). Ne parliamo con la colonna portante del gruppo, Vittorio Nocenzi.

“Orlando: le forme dell’amore” è un concept, un modo di fare album forse anacronistico, figlio oggi dell’underground … come mai tornare a farlo, e senza paura?

“Orlando” è nato su suggerimento di mio figlio Michelangelo, per fare qualcosa di diverso nel festeggiare i 50 anni dalla pubblicazione del primo album, ormai noto come il “Salvadanaio”; lui mi disse: non sarebbe bello fare un album intero dedicato all’Ariosto? Meglio che fare un remaster con candeline… Ottima proposta, che ho subito sposato. Non credo sia un modo di comporre né anacronista né futurista, io amo scrivere ciò che mi appassiona, e sempre una narrazione ampia di un qualsiasi tema, sia nella musica che nei testi. È semplicemente un modo diverso di scrivere, perché amo scrivere quella musica che mi consente di unire, nella sua narrazione, le immagini evocate dalla composizione musicale, alle immagini evocate da testo.
La forma della compilation, esempio 12 brani slegati tra loro, non fa per me; pensare a un libro composto da tanti capitoli, che racconta una storia, è molto più affascinante rispetto a 10 novelle separate, a un libro di racconti senza un filo conduttore, e così è nella musica e nello scriverla. È il mio modo di essere musicista e di fare il compositore.

Perciò era un’idea che avevate da molto tempo?

Sì, da due anni. In questo tempo però non abbiamo soltanto scritto l’”Orlando”. Sono successe tragedie all’interno del Banco, c’è stata una pandemia, è scoppiata una guerra in Ucraina, e c’è stata una nuova formazione della band. Ne sono usciti di tre album: “Un’idea che non puoi fermare” e “Transiberiana”, poi finalmente l’”Orlando”. Insomma, ce n’è stata tanta di carne ai ferri.

I pezzi dell’Orlando variano di lunghezza, è un pregio di un lavoro che si può permettere di andare contro le regole attuali della discografia.

Soltanto la diversità permette di conoscere cose nuove, di essere persone nuove e di provare emozioni nuove. Come può pensare un artista di fare musica con uno stampino? Non ha senso.
C’è bisogno di cambiare e di sperimentare, quindi abbiamo fatto quello che ha sempre fatto il Banco da cinquant’anni. Nel ’77 è uscito il nostro brano “…Di Terra”. Si tratta di un brano completamente strumentale, suonato dalla rock band e da un’orchestra sinfonica. In questo caso non è la rock band che accompagna l’orchestra sinfonica o viceversa, ma c’è un organico inusuale formato dall’unione delle due. Con questa scelta, rispetto al panorama musicale di quegli anni dominato dalla Disco Music, noi siamo rimasti uguali a noi stessi per altri 43 anni. Ovvio che percorrere strade inusuali è un rischio. Sarebbe più facile andare sul sicuro, ma non sarebbe altrettanto affascinante.

È importante porsi delle domande quando si decide di fare un lavoro. Prima di iniziare a fare l’”Orlando” e di mettere su una nuova formazione mi sono fatto una domanda precisa: ha senso proseguire con questo lavoro? La risposta che mi diedi fu sicuramente sì. Tantissima gente mi chiedeva con amore e con passione di continuare a fare musica e a fare concerti con il Banco. Questa cosa la percepii fortemente, quindi decisi di mettere su una nuova formazione. La domanda ora era: come dovevo mettere su la nuova formazione? Privilegiando la bravura tecnica o l’aspetto umano? Ho scelto l’aspetto umano. Facendo un certo tipo di musica, ci saranno inevitabilmente dei momenti emotivamente importanti, dove è essenziale avere in comune dei valori di riferimento e avere gli stessi ideali. Il risultato della mia scelta è stato questa formazione, dove c’è una grande coesione.

Poi la scelta fondamentale è stata andare contro la mentalità discografica e industriale che guarda solo alla classifica delle hit parade. Per noi l’essenziale è creare dei momenti di musica vera e umana, fatta di emozioni e ideali. Ogni volta che abbiamo corso il rischio di cadere nella trappola della produzione industriale, abbiamo puntato immediatamente i piedi e siamo andati nell’altra direzione.
In questo modo abbiamo fatto tre album che hanno un unico comun denominatore: l’autenticità. Tutti e tre hanno il coraggio di essere alternativi, di saper cercare nell’emozione e nella commozione il punto di partenza e il punto di arrivo di un viaggio interiore. In questo modo il Banco andrà avanti per tanti anni ancora.

Questo è molto bello. In più riuscite a fare tutto questo per una grossa etichetta discografica, quindi la forza è sicuramente tanta. Allo stesso modo è tanto il rispetto che l’etichetta discografica ha per voi e per le vostre scelte.

Sì certo. Questo ci ha permesso di far uscire i nostri lavori in contemporanea in tutta Europa, ma anche negli Stati Uniti e in Asia. Abbiamo avuto un consenso internazionale importante e non è una cosa di poco conto, non tanto per la nostra vanità ma perché questo ci dà la consapevolezza di rappresentare culturalmente la nostra nazione. Poter rappresentare l’Italia mi fa particolarmente piacere e mi dà felicità.

Dà anche speranza agli altri artisti e ai giovani musicisti che cercano di lavorare con questo atteggiamento. È un valore importante.

Grazie di aver detto queste parole, anche io lo penso veramente e ne sono profondamente convinto. La musica sta salvando tanti giovani dalla miseria culturale che purtroppo ci circonda; lo ha sempre fatto, anche quando eravamo ragazzi noi.

Cosa ne pensi del legame tra il Prog italiano e la letteratura fondativa? Secondo te è un legame che potrebbe aiutare a riavvicinarci a questo tipo di letteratura?

L’”Orlando” è un po’ la rappresentazione di questa cosa. Ti confesso, io sono più un lettore che un ascoltatore. Quindi per me il fascino di potermi ispirare a un libro per fare musica è bellissimo. Poesia e musica hanno un legame antichissimo, tanto che la prima poesia è nata cantata Cantami o Diva del Pelide Achille l’ira funesta. Cantami. Questo testimonia come la narrazione testuale e quella sonora siano primordialmente connesse.

Nella scaletta del tour eseguite tutto l’”Orlando”?

No, nella scaletta del tour ci saranno tre parti. La prima parte sarà l’esecuzione integrale del “Salvadanaio”, la seconda parte comprenderà alcuni brani dell’Orlando e nella terza parte ci saranno alcuni brani dal resto del nostro repertorio musicale. Capisci che ci sono brani che non possiamo non fare, sono un dovuto verso il nostro pubblico, quindi riproponiamo i nostri cavalli di battaglia!

Questo tour si presenta in controtendenza geografica: di solito i tour importanti sono tutti al Nord, invece voi coprite anche il Sud fino ad arrivare poi in Toscana per due date (Firenze 1 febbraio e 2 febbraio Castelnuovo Garfagnana).

Perché dobbiamo andare sempre controcorrente! (ride) L’ultimo concerto fatto al Sud è stato meraviglioso e con un pubblico super caloroso. Ti dico che il concerto a Castelnuovo Garfagnana, luogo meraviglioso dove siamo già stati e di cui abbiamo uno splendido ricordo, lo aspettiamo con grande felicità, perché è uno dei luoghi dell’Ariosto! Dove meglio che lì presentare il nostro “Orlando”?

Hai parlato della nuova composizione della band, che vedremo live. Oltre a tuo figlio sono entrati anche Tony D’Alessio e Dario Esposito. La nuova formazione porterà delle novità nel vostro modo di fare musica live?

Beh certo, ognuno porta il proprio contributo e la propria personalità alla band. Sono tutte persone che hanno una storia musicale importante. Tony è un interprete incredibile, raffinato, Dario, beh, lo sentirete, è appena subentrato a Fabio (Moresco); infine c’è mio figlio Michelangelo alla seconda tastiera. Ovviamente ci sono sempre Filippo Marcheggiani alla chitarra elettrica, da tren’tanni nel gruppo, Nicola Di Già alla chitarra ritmica, con la band da diverse stagioni, e Marco Capozi al basso, volto noto ai fan del Prog per la sua militanza nel Balletto di Bronzo.

I vecchi brani avranno un nuovo sound con i nuovi musicisti, però questo non vorrà dire stravolgere i brani originali. Gli arrangiamenti saranno sempre quelli e i brani saranno totalmente riconoscibili. Verranno solo reinterpretati con le nostre personalità attuali.
Le musiche e le parole del Banco le ho sempre scritte io insieme a Francesco Di Giacomo, quindi c’è sempre una matrice comune, una continuità di stile e di struttura. Poi c’è lo spazio per la personalità dei nuovi elementi.

Se dovessi scrivere oggi un nuovo manuale del gruppo rock, cosa diresti ai giovani musicisti?

Di utilizzare sicuramente la registrazione digitale e i computer, facendolo però in modo attivo. Mi spiego meglio. Se devi usare il computer solo per eseguire quelle parti che sei incapace di fare, allora non serve a niente. Studia di più, migliorati e poi suonale. È fantastico invece usare questi strumenti in modo attivo e per migliorarsi. Per esempio, registrando le proprie improvvisazioni e analizzandole. Questo permette di sperimentare e di far crescere la propria improvvisazione, trasformandola in una partitura potente.
La negatività non sta negli strumenti digitali, ma sta nell’uso miope che ne facciamo. Se invece cogliamo queste opportunità per aumentare le nostre possibilità di fare arte, allora tutto ciò diventa fantastico. Sono le scelte che si fanno che determinano il proprio risultato creativo.

Sarà necessaria una nuova edizione del manuale allora!

Sì, dobbiamo farne una! (ride)

Articolo di Francesca Cecconi e Luca Cremonesi

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