23/10/2026

Crashdiet, Paderno Dugnano (MI)

23/10/2026

Des Rocs, Milano

23/10/2026

The Selecter, Trezzo sull’Adda (MI)

23/10/2026

Drink The Sea, Madonna dell’Albero (RA)

23/10/2026

Krashkarma, Erba (CO)

23/10/2026

Sick Tamburo, Baronissi (SA)

23/10/2026

Eman, Milano

23/10/2026

Carl Verheyen, Villafranca (VR)

23/10/2026

Melancholia, Foligno (PG)

23/10/2026

Giorgio Ciccarelli, Messina

23/10/2026

Kyran Daniel, Firenze

23/10/2026

The Selecter, Trezzo sull’Adda (MI)

Agenda

scopri tutti

Denis Longhi – “Jazz:Re:Found”: il festival che ha reinventato l’esperienza musicale italiana

Dal Monferrato alla scena internazionale: curatela, club culture, residenze e una visione che mette al centro comunità e territorio

Dalla provincia piemontese ai radar internazionali, Jazz:Re:Found è diventato uno dei punti di riferimento in Europa per ciò che riguarda il vivere l’esperienza del festival a misura d’uomo. In questa intervista esclusiva, il direttore artistico Denis Longhi – noto anche come Denis Noego – ci guida dietro le quinte di una macchina culturale unica nel suo genere.

Partiamo da un po’ di storia. Come nasce Jazz:Re:Found?
Per capire il progetto bisogna mappare i suoi tre cicli. Siamo nati dal basso, nella piccola provincia: correva l’anno 2008 a Vercelli, dove si è svolta la prima fase sperimentale, durata sei anni, seguita da un quadriennio di consolidamento a Torino. La vera svolta, l’imprinting definitivo sulla nostra estetica di festival esperienziale, è arrivata nel 2019 con il trasferimento nel borgo monferrino di Cella Monte. All’inizio era una scommessa ambiziosa, la campagna del Monferrato ha i suoi limiti strutturali, ma in questi anni il territorio – complice la sua nomina come patrimonio UNESCO nel 2014 – è letteralmente esploso, entrando di prepotenza nei radar del turismo internazionale.

Ci ritroviamo così, in questo 2026, con la più recente edizione di una manifestazione che è diventata il simbolo italiano di un certo modo di fare festival; lo sguardo è dichiaratamente esterofilo, l’ispirazione arriva dritta dai modelli inglesi, dove la fruizione non è verticale, legata al singolo giorno, ma orizzontale, totale: il pubblico compra l’abbonamento, si piazza in campeggio o nel glamping e respira l’evento dall’inizio alla fine. Costruire questo ecosistema tra le colline del Monferrato, come puoi immaginare, ha richiesto una fatica immensa. Cella Monte è un borgo piccolo, riservato, con una popolazione prevalentemente anziana. All’inizio la relazione è stata complessa, ma siamo riusciti a edificare un rapporto di affetto reciproco, con l’amministrazione comunale che ha compreso la portata dell’opportunità, trasformando il festival nell’icona stessa del turismo locale.

Va da sé che si tratta di una macchina complicata: esprimiamo una qualità altissima ma, per limiti geografici e strutturali, non possiamo permetterci grandi numeri. Il tetto massimo è di tremila presenze al giorno – tra le diecimila e le quindicimila utenze complessive a edizione. Questa dimensione umana ci ha permesso di blindare un posizionamento cruciale su un linguaggio musicale che in Italia è storicamente poco presidiato. La cosa interessante è che, negli ultimi anni, le intuizioni della Black Music e del Post – Jazz alternativo sono diventate patrimonio comune, considera infatti che molte realtà Pop o Indie sul territorio nazionale hanno finito per mutuare scelte artistiche e soluzioni stilistiche nate proprio qui.

Jazz:Re:Found è un vero e proprio meltin’ pot di culture e generi musicali differenti. Abbiamo personaggi che a prima vista sembrano non avere legami stretti tra loro, se non la qualità della proposta. Qual è il fil rouge nella scelta degli artisti?
C’è un’ispirazione di fondo abbastanza chiara. Muovendomi da anni in questo circuito di addetti ai lavori, il mio punto di riferimento planetario è Gilles Peterson con tutto l’universo di Worldwide. Monitoro costantemente la sua galassia, dalla BBC a Worldwide FM, fino alla parte discografica e ai suoi festival. Avere una bussola del genere rende la riflessione iniziale più fluida. Il resto lo fa la mia disponibilità a viaggiare: mi piace ancora sporcarmi le mani nei club minori, intercettare la proposta prima che si trasformi nella “next big thing”. Oggi purtroppo i tempi di latenza sono ridotti all’osso: cinque anni fa potevi anticipare il mercato di mesi facendo il colpaccio, adesso basta una settimana, un sussulto dell’algoritmo su Instagram, e a un artista arrivano offerte da centomila euro prima ancora che abbia una reale storicità. Bisogna essere rapidissimi. Sulla presunta frammentazione della scuderia, credo sia una percezione molto latina, mediterranea. Se analizzi il cartellone, la verticale è coerente. La club culture di matrice Peterson, Mr. Scruff, Motor City Drum Ensemble, Kirollus e altri, dialoga perfettamente con la dimensione live di progetti come Nu Genea o, guardando agli anni passati, Ezra Collective e Glass Beams. Che si parli di DJ set o di performance live, il codice genetico è identico.

Quest’anno abbiamo inserito delle traiettorie diverse, capaci di ridefinire i confini della scena. Penso a Fresh Mula, uno dei pochi artisti italiani capaci di interpretare il mondo della Trap – se così vogliamo definirla – con una freschezza e un’eleganza lontane anni luce dai cliché dei dollari e delle automobili. O a tutto quel filone iper-folk che rielabora la tradizione popolare con una purezza sonora incredibile, come fa La Niña. Lei e i Nu Genea sono finiti come headliner persino al MI AMI, quasi a testimoniare che il linguaggio primitivo di Jazz:Re:Found – fatto di contaminazioni tra Jazz, Black Music e radici folk – sia diventato universale. Nessuno si stupirebbe di vedere questi artisti sul palco del Coachella l’anno prossimo. È la dimostrazione che la ricerca d’avanguardia e il Pop indipendente possono trovare un terreno d’incontro grazie ad artisti di caratura internazionale. Poi, certo, le sfumature sono tantissime. Passiamo dallo Spoken Poetry intellettuale di Aja Monet alle geometrie di Tom Skinner – già batterista dei The Smile insieme a Thom Yorke e Jonny Greenwood – fino al Jazz purissimo degli Omasta, che sono ventenni polacchi formidabili. Tra l’altro, definire confini rigidi come “il Funk”, “il Soul”, “il Blues”, lascia il tempo che trova, in quanto c’è sempre una matrice comune, una spinta progressista e “anticoloniale” che guarda al futuro senza mai smarrire le radici.

Qual è il target di pubblico ideale di Jazz:Re:Found, se ce n’è uno?
Un target di riferimento esiste ed è consolidato: i giovani adulti. I dati delle biglietterie su DICE parlano chiaro, l’età media è stabile sui 34 anni. È un pubblico consapevole, che non cerca l’intrattenimento generalista ma vuole approfondire. C’è anche una forte presenza di miei coetanei: alla fine la direzione artistica rispecchia inevitabilmente l’anagrafe di chi la cura, io vado per i 48 e parlo alla mia generazione, pur mantenendo un’ossessione costante per l’intercettazione delle sonorità contemporanee. Nei club di ventenni che sgomitano faccio più fatica, ma negli anni ho costruito una rete di collaboratori giovani che mi fanno da “antenna” sul territorio. Un aspetto molto positivo è che la quota di pubblico internazionale è salita al 25%, anche se la vera specificità è la forte componente B2B, un po’ sulla falsariga del Dekmantel in Olanda. Il festival diventa quindi anche un punto di ritrovo per addetti ai lavori: creativi, designer, fotografi, DJ e direttori artistici.

Ci sono tre etichette discografiche legate al mondo di Jazz:Re:Found: parliamo di The Garden of J, Jazz-o-Tech e Time is the Enemy. In cosa si differenziano?
Il comparto discografico ha avuto un’accelerazione importante durante il blocco creativo del Covid. Oggi le cose sono cambiate. The Garden of J è rimasto più che altro un tassello editoriale, mentre Time is the Enemy ha focalizzato la sua attenzione sull’universo più intimo del festival, tenendo a battesimo talenti straordinari come il pianista jazz Giuseppe Vitale, Barton Think o i progetti di Ze in the Clouds. Recentemente, quest’ultima label si è specializzata nella curatela di repertorio e ristampe di collettanee. Il successo della raccolta “Liguria Transatlantica”, curata da me insieme a Emanuele Roberto e Vittorio Barabino, ha dato vita a un vero e proprio spin-off, il festival Transatlantica, che è a tutti gli effetti il fratello minore di Jazz:Re:Found.

Jazz-o-Tech viaggia invece sotto la direzione creativa di Alessandro Settepani. In questo caso, l’asse portante è l’intersezione tra Elettronica e Jazz, un territorio dove sono nate compilation che includono pesi massimi come TUN, Gianluca Petrella, piuttosto che realtà come Key Clef e Luigi Ranghino. È una tangente laterale rispetto al corpo centrale del festival. In Italia la Club Culture massiva è infatti presidiata da giganti come il Club To Club o il Kappa FuturFestival, mentre noi ci muoviamo su un binario differente, intimo e curatoriale, anche se poi inevitabilmente frequentiamo gli stessi codici linguistici.

Uno dei progetti più interessanti che organizzate sia proprio il percorso delle residenze formative. Come funzionano?
Quella è la dimensione che mi stimola di più come curatore, un vero e proprio cantiere della musica italiana. Da quei laboratori sono transitati nomi come DJ Ruda, Ikoda, Davide Shorty – che era già famoso ma ha voluto comunque frequentare la nostre residence – fino alla trombettista di Jovanotti Camilla Rolando, o la corista sempre di Lorenzo, Micol Touadi. Ammetto che facciamo uno scouting spietato sfruttando l’autorevolezza del marchio; il segreto? Intercettare i tutor un attimo prima che diventino inaccessibili. Nel 2018 avevamo in stanza Willie Peyote e i Nu Genea, oggi una combinazione del genere sarebbe insostenibile per budget e incastri di calendario. L’anno scorso è stato il turno di Kety Fusco, un’arpista in piena rampa di lancio. Tra cinque anni guarderemo indietro e diremo: visto chi c’era nel 2025? Funziona così: selezioniamo cinque o sei profili nazionali tramite call e li chiudiamo per una settimana in un laboratorio intensivo. Io e Raffaele Costantino, che cura con me tutta la parte formativa, giochiamo al poliziotto buono e poliziotto cattivo, lavorando sul team building esperienziale, smussando gli ego ipertrofici e sollevando al contrario le personalità più timide, in un processo più educativo che strettamente musicale. Quando un artista si sente tutelato all’interno di un perimetro protetto, riesce a focalizzare la propria direzione professionale in modo sorprendente.

C’è un altro tassello legato alla galassia di Jazz:Re:Found a cui immagino tu tenga in modo particolare: il progetto “Ale per Sempre” …
Per me è il motore di tutto, il motivo stesso per cui vado avanti. Alessandra (Vigna, ndr) non è stata solo una compagna preziosa nel mio percorso di vita, è stata la mia socia, la mente dietro al 50% di Jazz:Re:Found. Aveva un’energia e una riconoscibilità estetica impressionanti, era una figura iconica. La sua scomparsa prematura nel 2023 è stata un trauma devastante per tutta la nostra comunità, un’interruzione violenta di un flusso creativo. Era tra l’altro la mia prima fan, la persona che più credeva in me e che mi proteggeva nei momenti di dubbio. Elaborare un lutto del genere mantenendo in piedi una macchina simile è stato un esercizio difficilissimo. Da questa assenza sono nati due progetti direi centrali per il nostro ecosistema. Il primo è Ottimo, un listening bar ricavato nell’ex stabilimento Montefibre, nella periferia di Vercelli, che è diventato l’headquarter stabile di Casanoego, l’associazione che cura l’organizzazione di Jazz:Re:Found e di tutto il mondo ad esso collaterale. Il secondo è una borsa di studio annuale di seimila euro, appunto “Ale per Sempre”, destinata al welfare culturale al femminile: è il nostro lascito per supportare le giovani donne che vogliono trasformare la passione per la musica in un mestiere strutturato, offrendo loro gli strumenti che spesso mancano.

La vincitrice di quest’anno è stata decretata proprio in questi giorni, e a partire da settembre avvierà una ricerca cruciale sulla valutazione dell’impatto economico e dell’indotto che festival come il nostro generano sul territorio. È un discorso tecnico ma fondamentale: anni fa gli studi sul Sónar di Barcellona evidenziarono un moltiplicatore d’indotto pari a 12x. Significa che a fronte di un costo di produzione importante, la città incassa cifre astronomiche in pochi giorni, un messaggio politico potente da recapitare a sponsor e istituzioni. Esistono grandi eventi commerciali che centralizzano i profitti esclusivamente sulla biglietteria, e poi ci sono i festival esperienziali come il nostro, i quali distribuiscono ricchezza su una rete micro-territoriale fatta di esercenti, strutture ricettive e artigiani. Chi scopre Cella Monte per il festival ci ritorna il mese dopo per un weekend, o l’anno successivo per le vacanze. La borsa di studio dedicata ad Alessandra difende esattamente questa visione della valorizzazione territoriale.

Oggi, in Italia ma non solo, assistiamo a una celebrazione spasmodica dei grandissimi numeri, spesso a discapito della qualità dei servizi, dell’acustica e dell’esperienza del pubblico. Qual è la ricetta per mantenere un festival a misura di persona?
Mantenere un festival totalmente umano, oggi, è un’impresa che rasenta l’impossibile. La nostra fortuna risiede in una specializzazione estrema nella progettazione e nei bandi pubblici. Abbiamo alle spalle il sostegno strutturale di realtà come la Fondazione Compagnia di San Paolo, la Fondazione CRT, la Regione Piemonte e il Ministero della Cultura, istituzioni che per statuto non finanziano logiche commerciali spregiudicate, ma investono sulla tutela culturale, permettendoci di blindare la nostra dimensione. Non esiste una ricetta magica, perché la polarizzazione del mercato è esponenziale. Dal post-Covid continuiamo a ripetere che la bolla dei prezzi è destinata a esplodere, ma sono passati cinque anni e gli headliner che un tempo ingaggiavi con trentamila euro oggi ne chiedono centomila. Questo cortocircuito si scarica inevitabilmente sull’utente finale. Tra un biglietto a ottanta euro, i rincari dei trasporti, gli hotel e le consumazioni, frequentare la musica live sta diventando un lusso per pochi, soprattutto se parametrato agli stipendi medi di un giovane in Italia.

È un problema strutturale, quasi sociale. Se la maggioranza esprime una preferenza di massa per i grandi raduni pop, significa che la nostra proposta deve accettare di essere una forma di resistenza culturale, destinata a comunità specifiche che vanno protette e salvaguardate. Non potendo permetterci di rincorrere i numeri dei mega-promoter, il nostro margine di manovra è continuare a difendere questa trincea, aumentando la consapevolezza di ciò che offriamo, che non è solo musica, quanto cultura ed esperienza.

Articolo di Alberto Pani

© Riproduzione vietata

Iscriviti alla newsletter

Condividi il post!