11/08/2026

Litfiba, Palmanova (UD)

11/08/2026

Gogol Bordello, Trieste

11/08/2026

Road To Bay Fest 2026, Bellaria Igea Marina (RN)

11/08/2026

C’mon Tigre, Lamezia Terme (CZ)

11/08/2026

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11/08/2026

C’mon Tigre, Lamezia Terme (CZ)

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Giulia Mei a “Chiostro d’Autore”: nuove traiettorie del cantautorato siciliano

Un live per piano e voce, il rapporto con la scrittura, l’eredità del Conservatorio e una visione che unisce ironia, autenticità e ricerca sonora

Abbiamo intervistato l’eclettica cantautrice siciliana Giulia Mei in occasione della rassegna “Luglio nel Chiostro”, della quale sarà ospite a Roma per la prima delle due serate di “Chiostro d’Autore”. Armata di pianoforte e di un’umanità tutta da scoprire, Giulia ci ha portati dietro le quinte del suo mondo.

Il 21 luglio sarai a Roma, come headliner della prima serata di “Chiostro d’Autore”. Cosa deve aspettarsi il pubblico romano dalla tua performance?
Il mio sarà un live per piano e voce, una dimensione volutamente molto diversa rispetto a quella con la band al completo. Un concerto intimo, da un lato, ma allo stesso tempo molto autentico. Quando mi esibisco in solo cerco, ancora più che in altre situazioni, di abbattere ogni barriera con il pubblico: l’idea non è solo quella di coinvolgere le persone nella performance, ma di creare un ambiente nel quale si trovino a loro agio nell’interagire tra loro, con la convinzione che non siano lì solo per la mia musica, ma anche per incontrarsi. Ci saranno momenti soffusi e altri più energici, nei quali cercherò di trascinare i presenti, oltre a momenti in cui dialogherò direttamente con la platea. A livello di scaletta, ci sarà sicuramente il repertorio del mio più recente album, “Io della musica non ci ho capito niente”, anche se ho deciso di recuperare anche qualcosina del primo disco del mio disco d’esordio, “Diventeremo adulti”. Durante il tour precedente, diverse persone mi hanno chiesto come mai non eseguissi nessuna delle canzoni più vecchie, quindi vorrei approfittarne per recuperare una parte del mio percorso che forse ho un po’ trascurato, oltre a qualche sorpresa legata alle composizioni su cui sto attualmente lavorando. È un cammino iniziato molto tempo fa, con il primo album uscito nel 2019, anche se magari un pezzo di pubblico mi ha conosciuta più di recente, banalmente dopo X Factor.

La rassegna “Luglio nel Chiostro” si tiene in uno spazio molto suggestivo, che è quello del Chiostro del Buon Pastore. Quanto conta per te il magnetismo del luogo in cui suoni? La location può giocare un ruolo importante per la buona riuscita di un’esibizione?
Assolutamente sì. L’ambiente in generale – le persone, l’atmosfera, le vibrazioni – è fondamentale nel bene e nel male. C’è da dire che, per fortuna, ho imparato a rimanere me stessa anche nelle situazioni più sfavorevoli, quindi bene o male riesco sempre a portare a casa il risultato, perché amo profondamente quello che faccio. Nei primi anni suonavo davanti a tre persone o ai banconi dei bar, poi sono arrivata a esibirmi davanti a centinaia o migliaia di spettatori, rimanendo sempre io, mettendoci lo stesso impegno. Alla fine mi dico, ok, ora sono qua e sto portando avanti una cosa che mi piace, e il pubblico riesce a percepire questa autenticità. Però, parlando delle bellissime location di questo tour e di quello dell’anno scorso, l’aspetto visivo e il contesto influenzano tantissimo il mio modo di cantare, di interpretare e di vivere il momento. Per me è tutto, perché posso cantare una canzone in mille modi diversi, e quei mille modi dipendono proprio dalle energie che mi arrivano dall’ambiente e, prima di tutto, dalle persone.

So che hai frequentato il Conservatorio Bellini di Palermo e hai anche una laurea in didattica musicale. Credi che lo studio rigoroso di uno strumento dia una marcia in più a livello compositivo o è qualcosa che rischia di imbrigliare la creatività in una ragnatela di regole? Nel tuo caso, come riesci a gestire questo aspetto?
Credo che una cosa non escluda l’altra, perché a me sono successe entrambe. Probabilmente rifarei esattamente tutto quello che ho fatto: studierei ancora il pianoforte classico, mi laureerei e rivivrei persino i traumi avuti all’interno del conservatorio. Questo approccio analitico, quasi chirurgico e rigoroso alla musica, mi è servito tantissimo per avere la cura che metto oggi nella preparazione del disco e dei live. Mi ha dato un modo di scrivere per il pianoforte e di suonarlo che oggi è diventato un po’ il mio marchio di fabbrica, rendendo la mia musica più riconoscibile, e di questo sforzo ringrazio. D’altro canto – ed è un po’ lo spunto da cui è nato “Io della musica non ci ho capito niente” – a volte mi sono sentita intrappolata nelle regole, e ho avvertito la necessità di doverle decostruire. Ci sono stati momenti in cui sentivo quasi di dover prendere le distanze da quel mondo e da quel repertorio, a causa di una reverenza che finiva per bloccarmi. Oggi non solo ci ho fatto pace, ma riuscendo a mescolare la Classica con la musica elettronica e non solo, sono riuscita a recuperarla e a rinnamorarmene. Il percorso del conservatorio è bellissimo ma dipende da come lo vivi; a volte può creare grandi pressioni, anche solo per la mole di studio, dato che ricordo che mi esercitavo dalle otto alle dieci ore al giorno! Ho vissuto sulla mia pelle il sentirmi schiacciata dalle regole, ed è proprio da quel peso che ho voluto liberarmi, ritrovando la spontaneità che mi ha portata a scrivere il disco.

Hai appena accennato al fatto che la tua musica è fatta di contaminazioni tra gli studi classici e l’Elettronica. Quando componi a casa o lavori in studio, parti comunque dal pianoforte “nudo” o oggi pensi già in partenza ai sintetizzatori, alla produzione elettronica e a quel tipo di sonorità?
Dipende proprio dal brano, oggi ancora più di prima. Nella scrittura del primo album partivo sempre dal pianoforte, mentre più di recente mi capita di fare invece il lavoro opposto, pur di uscire dalla comfort zone: parto da un altro elemento, che sia un synth, un beat o un riff, e poi arrivo alla canzone. Oppure a volte non inizio neanche dalla musica, ma dal testo, e la parte strumentale arriva tutta dopo. Il processo creativo non è mai univoco. Se fosse sempre lo stesso mi ritroverei a scrivere sempre le stesse cose; invece il bello è che cambia in base al brano, al tema e al momento della tua vita. A me capita di avere l’ispirazione sotto la doccia, in treno, o mentre dormo, ti assicuro che mi capita spesso di svegliarmi in piena notte con un’idea in testa e di dover prendere appunti sul telefono per non rischiare di dimenticarla, per poi tornare a dormire e lavorarci la mattina dopo. La bellezza sta proprio nell’improvvisazione.

Tornando all’aspetto didattico, oltre a essere cantautrice porti ancora avanti l’attività di insegnante di pianoforte o hai dovuto fare una scelta?
Da circa un anno e mezzo ho dovuto smettere perché non ho più il tempo materiale per farlo come vorrei. L’ho fatto praticamente per tutta la vita, fino al 2024; il mio mestiere principale era l’insegnante, dopodiché mi sono potuta dedicare completamente alla mia musica. Cercherò di tornare a insegnare, anche se probabilmente con modalità diverse. Penso che l’insegnamento sia un lavoro molto importante, che richiede tanta formazione e studio, specialmente per il pianoforte. È uno strumento che pretende un impegno costante per ciò che riguarda la conoscenza minuziosa del repertorio, per saperlo poi trasmettere agli studenti. Proprio per il profondo rispetto che ho verso questo mestiere, ho capito che non avendo più il tempo necessario per dedicarmici avrei dovuto fare, a malincuore, un passo indietro.

Quel tipo di quotidianità e il rapporto con gli allievi hanno influenzato la tua musica?
Tantissimo, davvero tanto. Banalmente, per insegnare devi ascoltare, conoscere e scovare pezzi di musica contemporanea, che magari nemmeno conosci, da proporre agli allievi. A volte capita che siano gli allievi stessi a chiederti: Prof, la conosci questa? Poi l’influenza c’è stata anche a livello di parole. Ad esempio, una mia canzone dell’ultimo disco, “Cara allegria”, nasce proprio da una frase detta da una mia allieva. Si tratta di una bambina figlia di madre bielorussa e padre italiano che studia l’inglese, quindi parla una lingua tutta sua. Una volta mi ha detto, Maestra, ti faccio un “per esempio”, e questa sorta di neologismo involontario mi piacque talmente tanto che è finito nel testo del brano. I bambini, ma in realtà i miei allievi di ogni età, mi hanno aiutato tantissimo, sono stati un materiale umano fondamentale per la scrittura del disco. Spero che il prossimo album non ne risenta ora che non insegno più, anche se devo dire che in tour sto incontrando tantissima, varia, splendida umanità. L’insegnamento mi ha dato davvero tanto come cantautrice.

Il tuo album “Io della musica non ci ho capito niente”, a livello di testi e non solo, gioca tantissimo sull’ironia e sul paradosso. In un panorama musicale che o si prende troppo sul serio, o punta al totale disimpegno, quanto è difficile trovare il giusto equilibrio tra la critica sociale e il filtro del sarcasmo?
È difficile in generale perché viviamo in tempi complicati, contraddittori e per certi aspetti anche pericolosi. Però non mi viene difficile in senso assoluto, perché il sarcasmo e l’ironia fanno parte della mia personalità. Anche fuori dal palco ho lo stesso approccio: un modo di vivere e di interpretare la realtà attraverso l’ironia che mi permette di proteggermi, di guardare le cose da un altro punto di vista, per analizzarle ed elaborarle anziché subirle. Sono fatta così. Poi è chiaro che un conto è burlarsi di qualcosa, un’altro è scrivere una canzone che nasca da un’urgenza personale ma che sappia anche arrivare alle persone. Questa urgenza non sarebbe la stessa se non sapessi di poterla condividere, perché alla fine si tratta di un bisogno molto umano. L’essere umano ha bisogno degli altri per evolvere, non puoi pensare di rimanere perennemente chiuso da solo tra quattro mura, anche se sono quelle dello studio di registrazione. A me aiuta molto sapere che, da persona comune che ha semplicemente la capacità o il talento di esprimere il proprio disagio in musica, posso incontrare altre persone che condividono quei pensieri; questo rende tutto molto più facile. Poi, avendo ben saldi i miei valori, so che questo modo di fare musica mi renderà un po’ più scomoda o mi metterà da parte in certe situazioni, ma ci ho fatto pace. Il mio sentire è questo: io so fare musica così, e così devo farla.

Tu sei una cantautrice che scrive testi d’impatto e affronta temi scomodi. Capita spesso che le donne che scrivono in questo modo vengano etichettate frettolosamente come “arrabbiate” o “impegnate”, riducendo così la complessità del loro lavoro.
Le nevrasteniche! In Sicilia è un termine che viene utilizzato molto spesso.

Ti assicuro anche nel Nord Italia! Tu avverti questo peso o questo stereotipo di genere quando ti interfacci con l’industria o con i media?
Per fortuna in prima persona non ho mai subito direttamente questo tipo di attacchi, anche perché coloro che sono venute prima di me hanno aperto molte strade. Però so bene che è un pensiero che aleggia, fatto di parole non dette o sussurrate alle spalle. È un sentire comune che c’è sempre stato, anche se oggi fortunatamente si avverte meno perché le voci delle donne cominciano a essere tante e importanti, e iniziano finalmente ad avere autorevolezza. Negli anni passati questa autorevolezza purtroppo mancava, perché la figura della donna nella musica era vista spesso solo come quella della cantante, dell’interprete intesa come un figurino che doveva semplicemente riprodurre uno script. Oggi c’è molta più considerazione per il ruolo di cantautrice. Nonostante questo, c’è ancora un’idea sottopelle in certi ambienti secondo cui dovresti stare al tuo posto, o che sia meglio non parlare di certe cose per evitare di non piacere più a nessuno. Se ti esponi vieni vista come una figura scomoda, quasi arrogante, solo perché sperimenti o affronti determinate tematiche. Ti guardano come a dire: Da quale pulpito e con quale diritto ti arroghi il diritto di usare certe parole o addirittura parolacce? Sono parole che in realtà dovrebbero essere nostre, ma spesso dobbiamo muoverci lungo strade filtrate da una sovrastruttura paternalista o maschilista, che tende sempre a bollarci come le pazze di turno che si espongono troppo anziché stare al loro posto. Dall’altro lato, ci tengo a dire che nelle interviste mi piace parlare anche delle cose belle che ho vissuto. Mi sono sempre interfacciata con persone che non mi hanno mai fatto pesare questa dinamica. So che ci sono ambienti in cui potrei essere percepita in quel modo, ma la verità è che quella sono io, e non posso fare a meno di essere me stessa.

Sei comunque in ottima compagnia, c’è infatti un’ondata di cantautrici italiane che negli ultimi anni sta emergendo dal Sud portando grande innovazione: oltre a te penso ad Anna Castiglia, a La Niña, a Daniela Pes, a Rossana De Pace, e molte altre. Secondo te possiamo parlare di un vero e proprio movimento, o si tratta di percorsi individuali che casualmente condividono una radice geografica?
Sicuramente è tutto dovuto al fatto che sappiamo fare la parmigiana! (Risate). Scherzi a parte, si tratta assolutamente di percorsi individuali, ed è un discorso ampio. Da un lato ti direi che il mio modo di affrontare le cose e di proteggermi dai problemi – e allo stesso tempo di lottarci contro – mi ricorda molto la Sicilia. C’è quell’ironia dissacrante tipica di chi è abituato a convivere con il disagio o con un senso di impotenza, e deve comunque trovare il modo di sopravvivere e lottare. Credo che quell’ironia, che fa parte della mia personalità, abbia una radice culturale legata alla terra in cui sono nata. Da qui a dirti che la wave dipenda solo dal Sud ce ne passa, anche perché potrei farti nomi di artisti straordinari, ad esempio nella scena romana ma non solo. Però, alla fine dei conti, salta all’occhio che molti dei cantautori e delle cantautrici che stimo profondamente sono siciliani. Io racconto la mia terra e racconto la mia realtà. Posso dire di esserne decisamente orgogliosa.

Sarai in tour fino a settembre, e tra l’altro suonerai anche in una venue importante come quella dello Sziget Festival di Budapest. Quali sono i tuoi piani per il futuro una volta che sarai tornata a casa?
Segregarmi in casa, che sia a Milano, in Sicilia o in studio, e finire il nuovo disco! Questa è la cosa principale che voglio fare: dedicarmi interamente a chiudere il l’album e a raccogliere tutte le cose belle vissute in questo periodo per farle confluire nelle nuove tracce. Sto già scrivendo e ho diversi pezzi nuovi. Il live è bellissimo, ma per scrivere serve concentrazione e isolamento, senza date in mezzo. Ho bisogno di entrare a fondo nelle cose.

Articolo di Alberto Pani

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