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kuTso intervista

Cosa bolle in pentola? Intanto, il Primavera Sound!

Incontro Matteo Gabbianelli dopo diversi anni, per la precisione dal MEI 2020. I kuTso suonano in bellissimo, piccolo, accogliente locale del senese, Bottega Roots, non perdo l’occasione di andare a sentirli in questa tappa del Tatanka Tour, e per fare una lunga chiacchierata di aggiornamento su cosa bolle in pentola.

Matteo ci racconti gli ultimi sviluppi del progetto kuTso?
Dopo il Covid abbiamo continuato a stare in tour, a parte i primi due anni di pandemia. Dopo un ep di tre pezzi che si chiama “Potete Uscire” un po’ polemico nei confronti dell’umanità, che smaniava per uscire, in questi ultimi due ho prodotto e pubblicato dei singoli da un minuto, strofa e ritornello con dei testi molto compatti e dritti al punto, sempre molto sarcastici.

Non sono dunque pillole di brani del futuro album?
No, sono nati in maniera estemporanea con un intento social virale. Un album vero e proprio è stato messo in cantiere e attende solo di essere pubblicato, ma prima abbiamo un po’ di concerti da fare in giro per l’Europa.

Perché questo tour l’hai chiamato Tatanka?
Perché Tatanka è un bisonte, il bisonte della lingua sioux, immagina un bisonte che entra qua, adesso. Fa casino. È fracassone, è sgangherato, è dirompente.  È inopportuno, fa le cose così, disordinate, tipo l’Armata Brancaleone, fuori da ogni schema, regola e circoletto. Adesso che siamo ancora più outsider di prima stiamo però avendo anche delle grandi soddisfazioni e risultati inaspettati. Come ad esempio la nostra partecipazione al Primavera Sound di Barcellona.

Il Primavera Sound è un festival enorme, tanto importante!
Ed è un po’ un’anomalia per noi. Perché per suonare al Primavera Sound di solito si ha un’esposizione mediatica più ufficiale e conclamata. Invece nel nostro caso, grazie anche alla determinazione del nostro agente di booking Vincenzo De Francesco, la produzione del festival ci ha scelti sulla base di considerazioni puramente artistiche. E noi ne siamo felici ovviamente.

Dai su dicci cosa farete a Barcellona!
Allora come sai il primo pezzo è sempre improvvisato, quindi è diverso a ogni concerto; si tratta di un free style per creare un ponte col pubblico. A Barcellona lo farò in spagnolo e ci sarà da ridere, anche se conosco abbastanza bene la lingua avendola studiata.

I kuTso sono una band ma in verità sei te, il tuo progetto. Come scegli i vari collaboratori? Ovvero, cosa cerchi? La tecnica, l’attitudine, la sintonia, o un mix di tutto questo?
Innanzitutto per fortuna ora non cerco nessuno, visto che la line up è stabile da 8 anni, con Brian Riente alla chitarra, Luca Lepore al basso e Bernardino Ponzani alla batteria. In generale non voglio intorno a me rompicoglioni, perditempo, primedonne e cagasotto. Poi certo devi sapere suonare e pure bene.

Quali sono le tue influenze canore?
Le mie influenze vanno dagli Iron Maiden ai Beatles a Rino Gaetano, Stevie Wonder, dai Nirvana a Giorgio Gaber, Iggy Pop, ma anche le cantanti blues e jazz americane, Bessie Smith, Nina Simone, Sarah Vaughan, sulle quali ho cantato e studiato per tanto tempo. Sono poi un grande fan di Gegé Telesforo.

Oltre alle capacità vocali tu hai grandi capacità di improvvisare e di intrattenere… 
Mi piace tanto comunicare con le persone, cioè cercare una connessione, non voglio stare sul piedistallo con la gente che mi guarda. Io voglio che il concerto sia una festa in cui siamo tutti protagonisti, ma io un po’ di più.

Matteo quando scrivi i pezzi scrivi prima la musica o i testi?
Quasi sempre prima la musica e poi il testo, prima creo una linea melodica poi ci metto delle parole; però mi piace sperimentare e ad esempio gli ultimi singoli “Luce & Gas”, “è No è” ed “Eros mi segue” sono nate dalla parte testuale, o ancora “C’è già gente” per la quale sono addirittura partito dal titolo.

Matteo ma se io ti chiedo qual è il tuo disco della vita?
Quello che mi ha segnato esistenzialmente è “Nevermind”.  La musica e le parole di quel disco hanno influenzato gran parte della mia adolescenza e giovinezza. Poi ricordo che a 13 anni mi esaltava il video di “Lithium” dove loro spaccavano tutti gli strumenti e poi c’era quel ritornello che mi dava una sensazione di potenza, mi piaceva questa energia scomposta, in cui uno si lasciava andare completamente in maniera scomposta. Ho cominciato a suonare proprio seguendo i Nirvana.

Articolo di Francesca Cecconi

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