I Ritmo Tribale, con il loro Crossover ante litteram, a inizio anni Novanta hanno fatto da spartiacque per un’intera generazione di artisti giovani, ribelli e stanchi dei cliché che da sempre incatenavano la musica italiana. In occasione dell’imminente live a Parco Tittoni sabato 18 luglio, il cantante e chitarrista Andrea Scaglia si racconta in questa intervista, dimostrando come lo sguardo della band lombarda, pur dopo tanti anni, continui ad essere fieramente rivolto al futuro.
Il concerto dei Ritmo Tribale a Desio un evento importante, mette la ciliegina sulla torta al vostro ritorno discografico. Con quale spirito affronterete questo concerto?
Guarda, lo spirito con cui saliamo sul palco è lo stesso da sempre. È il momento esatto in cui convogliano tutte le nostre energie, sia creative che fisiche. Può suonare banale, ma per chi fa il nostro tipo di musica, per chi ha la nostra stessa attitudine, il contatto fisico con il pubblico è il fine ultimo di ogni sforzo, specialmente dopo un ritorno discografico: è sul palco che si ricrea quella magia che ci ha spinto a fare centinaia di concerti in tutti questi anni.
Questo appuntamento a Desio, però, avrà un sapore particolare: subito dopo l’estate, infatti, inizieremo a lavorare ufficialmente a dei pezzi nuovi. Spero davvero che si riesca a uscire con qualcosa di strutturato prima della fine dell’anno. Abbiamo preso questa data a Villa Tittoni quasi come un intervallo, una serata di puro divertimento, Rock ed emozioni. Ne approfitteremo anche per testare dal vivo alcuni brani inediti, perché è sempre bello vedere come funzionano sul palco. Magari chi viene a sentirci rimarrà spiazzato da queste novità, ma per noi è stimolante. Non arriverei al punto da definirla come una “prova aperta”, ma ci daremo la libertà di fare cose insolite rispetto ai nostri show standard: pezzi nuovi, brani che non abbiamo mai suonato live, insomma una scaletta speciale.
Quindi ci saranno sia brani inediti che chicche che potranno fare felice la fanbase storica?
Sì, esatto, ma non solo. Quando siamo usciti con il nostro ultimo album, “La rivoluzione del giorno prima”, ci siamo ritrovati, grazie alla leggendaria fortuna che ci contraddistingue, nel pieno della pandemia. Avevamo un sacco di date e progetti già fissati, ed è saltato tutto, con il risultato che quel disco ha avuto pochissimo spazio dal vivo. Per questo a Desio abbiamo intenzione di recuperare diversi brani di quell’album, unire gli inediti e, ovviamente, rispolverare qualche vecchio classico che ci fa sempre piacere rilucidare.
Hai menzionato “La rivoluzione del giorno prima”, album con il quale, nel 2020, siete tornati in attività, dopo circa vent’anni di silenzio. In questo lungo intermezzo, ognuno di voi ha continuato a portare avanti i propri progetti musicali?
Alcuni di noi sì. Io, Brigel e Alessandro – ovvero basso e batteria dei Ritmo Tribale – abbiamo dato vita a un progetto che ci ha entusiasmato tantissimo: i NoGuru. Era una sorta di crossover tra Punk e Jazz. Intorno al 2010 o 2011 abbiamo pubblicato un album intitolato “Milano Original Soundtrack”: abbiamo girato parecchio in quel periodo, facendo un sacco di date in Italia e realizzando due video bellissimi. In uno di questi cammino letteralmente sulle mani e, sullo sfondo, si vede tutta la Milano della nostra generazione: musicisti, agitatori culturali, amici storici. C’è un’intera mappa umana di chi ha costruito qualcosa in città.
Io poi ho continuato a fare le mie cose, ho fatto anche dei lavori in solitaria, ma la verità è che non ci siamo mai persi di vista. Prima ancora di essere una band che suona insieme, i Ritmo Tribale sono amici fraterni. Quindi, quando si è ricreata l’atmosfera giusta (non saprei nemmeno spiegarti come o perché) abbiamo sentito l’esigenza di rimetterci in gioco e registrare un disco insieme. E lo abbiamo fatto. Come dicevo prima, avremmo preferito di gran lunga farlo uscire in un momento storico più sereno, se non altro per poter andare in giro a suonare. Ma d’altronde, la storia dei Ritmo Tribale è sempre stata costellata di circostanze complicate. Ci siamo abituati.
Il 19 giugno siete usciti con un nuovo singolo, “Un giorno normale”. Ascoltandolo, il testo sembra una profonda riflessione su come la routine possa essere spazzata via all’improvviso.
Ci sono in realtà due diverse chiavi di lettura. La prima è che, con il passare degli anni, quando scrivi canzoni è inevitabile andare a toccare corde molto personali. “Un giorno normale” racconta proprio di come, a volte, finiamo per rimanere impigliati nella quotidianità senza nemmeno rendercene conto. Diventiamo prigionieri delle nostre stesse abitudini, di meccanismi invisibili che si cristallizzano e ci si appiccicano addosso. Ti svegli una mattina e ti accorgi di essere il classico criceto sulla ruota che corre all’impazzata senza sapere bene dove sta andando.
La seconda è che esiste sempre un momento, totalmente fuori dal nostro controllo, in cui tutto può cambiare. E quando succede, non è detto che cambi in meglio: cambia e basta. Questa canzone è la fotografia di ciò che è accaduto a me personalmente negli ultimi anni, ma è anche un auspicio. Siamo sempre stati dei fuggiaschi della routine. Sapere che una giornata qualunque può stravolgerti la vita da un lato spaventa, dall’altro è un bellissimo augurio.
Accennavi al fatto che questo singolo è l’apripista di una fase di scrittura più ampia.
Sì, “Un giorno normale” è stato pubblicato perché avevamo bisogno di testare il terreno. Pensa che quella attualmente in circolazione è una versione parziale, che verrà rivista e remixata all’interno del disco. Abbiamo già diversi brani pronti, alcuni parzialmente registrati. Dobbiamo solo rimettere in ordine le idee per chiudere l’album entro la fine dell’anno.
Per anni il vostro quartier generale è stato il mitico Jungle Sound. Oggi, quando entrate in studio, quanta di quell’attitudine artigianale, quasi sporca, è rimasta nel vostro DNA?
Quando sei abituato a lavorare in un certo modo, non puoi cambiare pelle. Noi abbiamo sempre suonato così. Oggi il Jungle Sound non esiste più, ma per queste nuove registrazioni siamo riusciti a trovare uno spazio nostro dove montare amplificatori e strumenti, ricreando esattamente quel modo fisico, quasi animalesco, di fare musica. Quell’attitudine è intatta perché è l’unico modo in cui abbiamo imparato a fare Rock. Non si cambia da un giorno all’altro. Quando lavoro da solo posso anche sfruttare le infinite possibilità della tecnologia moderna, ma quando si accende la scintilla del gruppo torniamo alle origini: chitarra, amplificatore a cannone e la pelle della cassa che ti vibra nello stomaco.
Si parla molto di una riscoperta del Rock, ci sono nuove band capaci di attirare fan di ogni età, senza limitarsi a essere cloni del passato. Tu come vedi la scena attuale? Cosa ascolti oggi?
Credo sia difficile parlare di una vera e propria “scena” oggi. Fino alla fine degli anni Novanta o ai primi Duemila, il Rock era un linguaggio che univa milioni di ragazzi in tutto il mondo; c’erano movimenti collettivi con caratteristiche simili che nascevano in contemporanea in diversi angoli del pianeta. Oggi parliamo piuttosto di episodi isolati, di anomalie che nascono spontaneamente in un panorama dove il Rock non è più, inevitabilmente, la musica di riferimento della massa. Per esempio i Fontaines D.C. mi piacciono molto. Ma il gruppo che mi ha letteralmente folgorato negli ultimi anni sono gli Idles. Hanno un’attitudine devastante, un tiro più lento e pesante, e sono riusciti a portare elementi freschi a livello di scrittura: quella ripetitività ipnotica, una voce rozza, ruvida, quasi sgraziata. Loro mi piacciono tantissimo. Per il resto sono molto aperto alle contaminazioni elettroniche, adoro le evoluzioni di Thom Yorke con gli Atoms for Peace o i suoi vari progetti paralleli che mischiano la matrice rock ad altri ingredienti. Diciamo che ogni volta che spunta una mosca bianca in grado di imporsi, desta subito il mio interesse.
E in Italia? C’è qualcuno che ritieni possa raccogliere l’eredità di quella gloriosa stagione del Rock alternativo anni Novanta di cui i Ritmo Tribale sono stati tra i pionieri?
È una domanda a cui fatico a rispondere. Ogni band ha la sua traiettoria e ogni epoca ha i suoi riferimenti. Negli anni passati c’è stato un gruppo che ha sicuramente raccolto e continuato il discorso dei Ritmo Tribale: i Ministri. Ma anche loro non possono più essere definiti una band emergente, hanno una storia alle spalle ormai ventennale. Se guardo alle ultimissime generazioni, faccio fatica. Ci sono stati i Maneskin, che hanno unito la musica ad altri tipi di linguaggi, ma di band che portano avanti quell’attitudine selvaggia e viscerale tipica degli anni Novanta e dei primi Duemila non ne vedo molte. Tu cosa ne pensi?
Dal mio punto di vista vedo un forte ritorno di una scena sotterranea molto attiva, quella dei piccoli club alternativi…
Sì, quel circuito è molto attivo. Devo confessarti, però, che non ho ancora sentito nulla che mi abbia fatto davvero sobbalzare sulla sedia. Conosco l’iniziativa di Manuel Agnelli a Milano, “Carne Fresca”, che sta dando spazio a gruppi giovani pieni di energia e ottime idee, ma sono convinto che molti di loro abbiano ancora bisogno di tempo per strutturarsi. Intendiamoci: il Rock non è un’accademia in cui serve una laurea, ci mancherebbe, però questi ragazzi hanno pochissime opportunità rispetto a quelle che avevamo noi alla loro età, ed è inevitabile che ci mettano più tempo a trovare un’identità artistica solida. Il fatto però che si stia tornando a imbracciare chitarra, basso e batteria è una notizia meravigliosa.
Questo discorso sulla gavetta e sui locali ci porta alle vostre origini. Siete cresciuti in spazi come il Leoncavallo, che all’epoca non erano semplici palchi ma veri laboratori di resistenza e controcultura. Oggi il clima politico reprime duramente queste realtà attraverso sgomberi e divieti. Pensi che eliminando questi luoghi fisici si riesca davvero a spegnere l’opposizione culturale? Esiste ancora un erede di quello spirito?
È un discorso enorme e molto complesso. Le epoche cambiano e di conseguenza muta l’impatto che certe realtà possono avere sulla società. Senza fare retorica, tra gli anni Ottanta e i primi Novanta gli spazi occupati e i centri sociali autogestiti catalizzavano le energie dell’intera città, erano poli che raccoglievano passioni, arte e dissenso per poi irradiarli ovunque. Oggi il clima è polarizzato in modo quasi sterile. O sei con me o sei mio nemico. Manca quel flusso culturale in grado di contaminare il tessuto urbano. Io rivendico fermamente l’importanza che gli spazi autogestiti hanno avuto per la formazione della coscienza collettiva della mia generazione, ma oggi siamo schierati in fazioni opposte. È diventato un tifo da stadio, ragioniamo per etichette.
Anni fa scrivemmo un pezzo intitolato “Bandiere”, che criticava proprio questo bisogno ossessivo di schierarsi sotto un simbolo solo per dimostrare di essere diversi dagli altri; oggi, invece, ognuno sventola la propria bandiera nel tentativo di oscurare quella altrui, e questo rende impossibile la nascita di un terreno comune. Un tempo, gli spazi autogestiti godevano della simpatia e del supporto anche di chi non li frequentava attivamente. Oggi quel dialogo si è interrotto. C’è solo scontro. Abbiamo un governo che vive di contrapposizione ideologica, ma dall’altra parte non vedo una reale disposizione all’ascolto. Inoltre, sono passati trent’anni. Anche alcune di quelle realtà autogestite hanno faticato a rinnovarsi, finendo per trasformarsi in tane in cui rifugiarsi per difendersi dall’esterno, piuttosto che in fari da cui irradiare cultura. Le occupazioni sono sempre meno tollerate dal potere perché, purtroppo, sono meno comprese e tollerate dalla gente comune. Un tempo c’era un movimento di massa talmente forte da renderne difficile lo sgombero. Oggi non è più così. Dobbiamo rassegnarci a trovare un nuovo alfabeto, un altro modo di comunicare.
E infine: cosa c’è nel futuro dei Ritmo Tribale?
Sicuramente, come dicevamo, un album. E poi l’ostinazione di continuare a essere noi stessi, cercando un modo per parlarci, prima di tutto tra di noi dentro la band, e poi per dialogare con chiunque abbia ancora voglia e tempo di ascoltarci. Lo spazio per farlo c’è. Gli obiettivi di una band come la nostra oggi sono diversi rispetto a trent’anni fa, ma quello principale non è mai cambiato: emozionarci e provare a emozionare. Quello rimane il nostro punto fermo.
Articolo di Alberto Pani
