A Place To Bury Strangers live London

Il muro di suono generato da Oliver è destinato a stupire, APTBS è di sicuro una band live

APTBS

Si è tenuto il 4 aprile al La Fayette a Londra l’attesissimo, soprattutto da me, live degli APTBS. Piccola introspettiva: trio di New York che spazia fra la Noise e lo Shoegaze frutto della mente illuminata, distruttore di chitarre Jaguar e mastro del muro di suono: Oliver Ackerman. Gli APTBS hanno rilasciato il 4 febbraio il loro ottavo album “See Through You” (qui la nostra recensione) e dopo una video-intervista esclusiva, ci troviamo fra una calca ipnotizzata che sorride nel vedere quel palco che il trio domina come se fosse il salotto di casa.

Ma facciamo un leggero passo indietro. Arrivato a La Fayette fra una discreta accoglienza della security e una più che decente birra alla mano faccio un giro rapido nella platea mentre “Lunacy” si esibisce, artista della Dedstrange e nessuna nota di quale sia il suo vero nome. Uno stage completamente vuoto, si intravede la figura dal viso coperto da una balaclava che non lascia spazio agli occhi o al naso. Un viso vuoto che si aggira mentre il suo equipaggiamento composto da loop station varie, delay e varie drum-machine fanno da compare alla sua voce onirica e completamente dilaniata fra delay e reverberi. Per quanto si possa giudicare violento l’approccio acustico, che a mio avviso era molto più incline all’ambient non posso che non rilassarmi a quella che sembra una lullaby sussurrata. Il discreto e riservato “thank you” alla fine della performance di Lunacy lo congeda da un pubblico timido e ancora scosso dallo strobo e i fumi della performance.

Promossimi sul set gli Air Formation, gruppo storico Indie, Shoegaze della fine degli anni ’90. Realizzano il loro quinto album in studio “Near Miss” nel 2018 prima di uno hiatus prepandemico. Performance estremamente pulita e contenuta, James Harrison alla batteria è di una lucidità e di un’eleganza unica e riesce a creare un’atmosfera rotonda e articolata in quel tappeto di suono constante, palpabile e solidissimo del resto dell’act. Voce timidissima e introverta quella di Matt Bartram, sfortutamente poco pervenuta durante il live e poco assimilata da un pubblico che richiedeva una differente presenza vocale.

Senti che il momento dell’headliner si avvicina quando l’auditorium si riempie, anche sorridendo a quelle che erano le restrizioni pre e post pandemia e quei ridotti gruppi da sei a una riservata distanza di due metri.

Non manca molto a capire che il muro di suono generato da Oliver è destinato a stupire. Animale da palco, proattivo, rapido e veloce. Assolutamente indisciplinato se si guardano ai Fedowitz al basso e batteria, complici nel bellissimo duo Nu-Noise “Ceremony East Coast”, che decisamente più pacati ma non del tutto immobili fanno il loro lavoro.

APTBS è di sicuro una band live. Per quanto si possa provare a ricreare in inciso quello a cui ho assistito è una missione abbastanza lunga e difficile, magari a tratti incauta. Serve pochissimo tempo a Oliver a sacrificare una delle sue Jaguar. Questa viene completamente distrutta solo al secondo pezzo. Si vede da lontano Ackermann portarla ad altezza della testa e distruggerla in due tocchi di palco, continua a suonarla, cerca i pickup fra le corde penzolanti e un disturbatissimo fuzz dilaniato continua ad invadere il lavoro solidissimo di Sandra alla batteria, che non solo dimostra una stamina da invidiare ma di sicuro una precisione millimetrica.

Mi lascio completamente perdere in “Let’s See Each Other” che è eseguita con una violenza e una dolcezza estrema, di sicuro uno dei momenti più alti del live. Altro momento degno di menzione l’angolo tribale dove il trio suona fra la folla in uno strumentale Noise-Tribal fino a riportarsi di nuovo sul palco per la fine del live act, dove Ackermann scherza con lo strobo, li abbassa completamente, ruba il timpano e il rullante e fa sì che uno strobo sia ancora completamente attivo fra le pelli dei fusti. Altro momento intenso: il ritorno sul palco e i tre a cercare il modo migliore di finire il live, l’atmosfera diventa rarefatta fra la macchina del ghiaccio e la luce accecante che viene da quella che una volta era un set completo di fusti.

Fine. Il tempo di un bis e tutti fuori scortati. Mi rimane il silenzio e i commenti di Dave e il fatto di aver assistito ad uno dei live più indisciplinati, coerenti e perfezionati dai venti anni e passa di attività di una band che dialoga nel suono e supera le barriere conformiste della visione musicale, anche in quella che è la Noise.

Articolo di Alex Marano, foto di Dave Wortrich

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