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BEAT live Gardone Riviera

Belew, Levin, Vai e Carey reinventano il repertorio crimsoniano con rigore, energia e una sorprendente umanità sonora

Secondo appuntamento a Gardone Riviera (BS) all’Anfiteatro del Vittoriale per il Festival Tener-A-Mente con il concerto dei BEAT, uno degli show più attesi di questa nuova edizione della manifestazione. Sul palco il super gruppo formato da Adrian Belew, Tony Levin, Steve Vai e Danny Carey. In scaletta, un omaggio ai King Crimson degli anni ’80, in particolare modo a tre album iconici: “Discipline” (1981), “Beat” (1982, lavoro che dà il nome al gruppo), e “Three of a Perfect Pair” del 1984, e in scaletta anche un brano di “Red” del 1974).

Partiamo così: per il filosofo tedesco Immanuel Kant, il sublime – sintetizzo alla bene e meglio – è ciò che provoca nell’uomo un sentimento misto di attrazione e turbamento, perché supera la capacità dell’immaginazione di comprenderlo pienamente, ma allo stesso tempo rivela la superiorità della ragione. Ecco, il nostro racconto potrebbe finire qua. Invece ci sono alcune altre cose da dire.

In primis, che i quattro musicisti fanno rivivere un repertorio non facile, anzi. Tre album che hanno saputo mescolare con sapienza sperimentazione, musica colta e contemporanea, new wave, ritmi afro-funky e la tradizione prog, il tutto poi rimaneggiato con il mood degli anni ’80. Insomma, tre lavori che non sono facili da ascoltare, e tanto meno da fruire a pezzi. Si tratta di dischi che richiedono un ascolto complessivo, unitario e non diviso.

L’apporto di Steve Vai, sciamano delle sei corde, sacerdote che balla sulla chitarra, e del suo insegnamento appreso direttamente da Frank Zappa, aggiunge valore a una band che vede in line up due ex King Crimson – Adrian Belew e Tony Levin – e Danny Carey, batterista dei Tool e di estrazione heavy metal. Il tutto per mettere in scena uno show che è tutto fuorché virtuosismo fine a se stesso (e il rischio, ma solo sulla carta, c’era). Sì, perché Vai concede il suo virtuosismo solo nella posa, nel modo di stare sul palco e di vivere quella musica.

Le sue trame rispettano quella che è la costruzione dei brani originali: e cioè due chitarre che non sono affatto chiamate a completarsi, come nel caso, ad esempio, di Richards e Wood, ma che hanno due storie e approcci diversi. Si compensano, certo, ma per sovrapposizione, non per prolungamento. Ed è questa stratificazione che emerge chiara, subito, nel primo dei due set, dove domina “Beat”, album complesso, ricco e stimolante.

I quattro musicisti si avventurano – lo dichiarano – in brani non facili, né da suonare né da ascoltare. Il pubblico viene subito preso in contropiede dalla rumorosa e dissonante “Neurotica”, che crea il clima giusto, e cioè fa capire che qui nessuno sventolerà accendini. A seguire “Neil and Jack and Me”, che ci porta nel mondo magico della New Wave, con echi dei Talking Heads, molto meno evidenti in questa versione live, ma con una complessità che mette in gioco subito 5 strumenti per 4 musicisti. Levin, infatti, ne gestisce due – oltre alla sua macchina fotografica, che usa durante tutto lo show – e questo dimostra ancora una volta la grandiosità di un musicista più unico che raro.

Con “Heartbeat” parte lo show nello show, e cioè l’esibizione di Steve Vai che, appunto, intratterrà tutta sera un rapporto erotico con la sua chitarra – arrivando anche a tirarle i capelli, pardon, le corde – fino a farla letteralmente volare attorno a sé, mentre genera suoni. Vai danza, segue le sue trame con il corpo, si muove dentro una dimensione sciamanica di estasi che arricchisce il suono, senza stravolgerlo e senza disattenderlo. La parte finale del primo set vede l’esecuzione di brani tosti, che vedono coinvolti i musicisti e che devono far vivere i loro strumenti al di fuori della loro comfort zone.

“Satori in Tangier” ha una base ritmica esaltata da Levin, che alterna il basso a 4 corde al suo Stick Bass. Affascina vederlo suonare, soprattutto per chi non ne conosce uso e modalità, ma è certo un fatto: da quello strumento a dieci corde escono suoni unici. Il set si chiude con cinque brani presi da “Three of a Perfect Pair”, musica per intenditori, ma il pubblico in sala è dei migliori e solo pochi non sono a conoscenza della difficoltà di fruizione di questi brani che, però, nella rivalorizzazione messa in atto dai quattro tornano a vivere con un sound più attuale e meno freddo e meccanico del suono originale.

In sostanza, i Beat regalano più umanità a una musica che era nata per non essere legata al lavoro umano. Ricerca, sovrapposizioni, stratificazioni, erano il mantra da seguire, a discapito di un ascolto lineare che, negli anni ’80, sembrava destinato a trionfare (e così sarà).

Nel secondo set, dopo una pausa anche troppo lunga, tutto procede come nella prima parte, con l’arrivo però di brani più malleabili e immediati, perché entra in gioco “Discipline”, soprattutto con “Frame by Frame”, che arriva dopo una dissonante e spaesante “Sleepless”, che ha messo a dura prova anche i fan più accaniti. Da quel momento la strada è in discesa, e c’è spazio anche per qualche virtuosismo libero di Vai, soprattutto sul dittico di “Matte Kudasai” e “Elephant Talk”.

Nel primo caso, Vai sembra quasi accompagnare, ma in realtà segue trame sonore che sono sempre sostenute da un’interpretazione corporea della musica emessa dalle sei corde. La chiusa è affidata a “Thela Hun Ginjeet”, che libera le briglie, e la band si lascia andare a qualche eccesso di stile, ma a questo punto ci sta, il proprio dovere – e che dovere – è stato fatto.

Come fu per la super band di Nick Mason, formazione con la quale il batterista dei Pink Floyd portò in giro un repertorio ben circoscritto della sua band, così Levin & Co. si sono uniti non tanto per omaggiare, e neppure per rinfrescare canzoni che, nonostante tutto, restano ostiche da ascoltare anche su vinile. La band ha fatto sua questa musica, esattamente come accade nella musica classica. Non si tratta di mere cover, ma di far rivivere questa musica, facendola propria e dandole nuova vita nell’interpretazione.

Ecco perché questo è un concerto da vedere e ascoltare, dal vivo. Per seguire le evoluzioni di Vai, le note di Levin, i colpi e le percussioni di Carey, una buona voce (forse, a ben vedere, l’unica piccola critica che si può fare al tutto, ma davvero ci vuole coraggio) con una chitarra magnifica di Belew. I Beat sono davvero una super band, e la loro è una musica che pochi potranno mettere in scena in questo modo. Un evento, vero e proprio, quasi impossibile da raccontare.

Articolo di Luca Cremonesi, foto di Francesca Cecconi

Set list BEAT 30 giugno 2026 Gardone Riviera

  1. Neurotica
  2. Neil and Jack and me
  3. Heartbeat
  4. Satori in Tangier
  5. Model man
  6. Dig me
  7. Man with open heart
  8. Industry
  9. Larks tounges (part III)
  10. Waiting Man
  11. The sheltering sky
  12. Sleepless
  13. Frame by frame
  14. Matte Kudasai
  15. Elephant Talk
  16. Three of a perfect pair
  17. Indiscipline
  18. Red
  19. Thela Hun Ginjeet

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