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Dirty Honey live Milano 2024

Se le nuove leve del Rock classico sono queste, lo spettacolo è garantito per il resto del secolo

Ecco i Dirty Honey all’Alcatraz a Milano l’8 marzo nella Giornata della Donna. Dopo il tour del primo album (il nostro report a Milano e Pistoia), tornano nella loro amata Italia (come dichiarato nella nostra intervista), in una Milano di sciopero e manifestazioni purtroppo non sempre generosa, e chi scrive è arrivato dopo una tournée in coda in circonvallazione fra Polizia, autobus vuoti, automobili e scooter, come a volermi far vivere un’esperienza completa di città californiana alla Starsky & Hutch prima di arrivare al locale.

Pillheads

Aprono la serata gli italo – inglesi  Pillheads, gruppo rock alternativo attivo dal 2017, che sono stati i primi in Italia a pubblicare, il 7 luglio 2023,  un brano creato in parte dall’ intelligenza artificiale, sia per testi che per musica,  intitolato ” Sei Una Mente Creativa?” , dove appunto ci si chiede se, e ,quando, l’ intelligenza artificiale potrà mai sorpassare l’ essere umano.

Pillheads

Irriverenti ed ironici, e dai testi aperti ed espliciti, sono pienamente consapevoli che il pubblico sta scalpitando compostamente per i Dirty Honey, ma faranno comunque il loro meglio, con simpatia e divertendosi  molto sul palco, sul quale saltano e sono molto dinamici, per tenere alti i già roventi animi che non hanno nessun bisogno di essere riscaldati.

Per introdurre i Dirty Honey, l’esibizione di questa band di Los Angeles si inquadra in un momento storico topico per il Rock. La definizione che mi viene in mente è conservazione dei beni culturali. Loro e altre band della loro generazione sono curatori di un’arte estinta? Siamo arrivati a un punto in cui il Rock si avvia a diventare come il Jazz, un genere codificato all’interno del quale muoversi in canoni stabiliti, che in qualche modo è scollegato dal mainstream a parte qualche incursione episodica? Visto con distacco, forse sì, ma se entriamo nella tenda del circo dei Dirty Honey, qui tutto è più vivo che mai. Giovani della Generazione Z che ballano e gridano cantando i testi delle canzoni. Una band sotto i quaranta che mette in scena sul palco tutti i gesti scenici e l’armamentario delle rock band, ma tutto questo è vivo e sincero, accade adesso, e il legame con il pubblico è tangibile.

Ma torniamo al palco. In un Alcatraz ridotto, con il palco principale nascosto da un tendone e lo stage su un lato, decorato dalla grafica del nuovo album, il pubblico è numeroso, segno che il seguito di questa band è aumentato, visto che nel tour precedente si erano esibiti ai Magazzini Generali, location nominalmente più piccola. Dopo le note degli AC/DC, dichiarazione forse programmatica verso il Rock classico che percepisco nell’ultimo album rispetto ai richiami più Sleaze del precedente, sale sul palco la band.

Marc Labelle chiama Milano nel suo buon italiano, imparato dopo anni a Firenze come ci ricorderà più tardi, accendendo il pubblico con la eponima “Can’t Find The Brakes” (la nostra recensione). Tutto è perfetto nella celebrazione degli stilemi Rock, sombreri, foulard, pelle, velluto e occhiali neri per tutti, compresi il riccio bassista Justin Smolian e il guitar hero John Notto; unica eccezione l’ormai consolidato batterista Jaydon Bean che ormai tradizionalmente suona a occhi scoperti.

Ci saluta a dovere Marc dopo il primo brano e lancia “California Dreamin’”, brano dal primo album (la nostra recensione), eseguito come sempre con perizia quasi assoluta da questa band che dal vivo suona come in studio, anche se con la grinta richiesta. Il batterista è a suo perfetto agio con i brani, il chitarrista presentato subito come John Fucking Notto ci investe con cascate di note e shred fra il Blues classico e i modi tonali post-vanhaleniani. Marc fa intonare il ritornello “So Easy” e il pubblico canta. Vedo fedelissimi cantare le canzoni a memoria, meno fedeli ma entusiasti godersi il genere, vedo giovani, non giovani e anziani, credo di aver visto persone sopra i sessanta.

Anche una quantità di donne a cui, in questa giornata particolare, viene richiesto di farsi sentire per poi vedersi dedicata la seguente “Heartbreaker”. Sul palco sono presenti operatori video che stanno documentando tutto, e Marc ci rivela che da questo tour verrà tratto un album dal vivo; se saremo bravi finiremo nell’album, e a questo annuncio il pubblico esplode in un boato.

Non sono sicuro che però ci finirà lui nell’album, almeno stasera, perché la voce solitamente perfetta di Marc, anche se impeccabile come sempre nella precisione e nell’impegno, si fa impercettibilmente più stanca man mano che si va avanti e sento un po’ di debolezza che solo la tecnica notevole di questo artista nasconde al pubblico meno attento, comunque molto partecipe. “Get A Little High” dal nuovo album, dall’andamento corvineriano, vede il batterista Bean supportare nelle seconde voci durante le strofe. Forse la recente data svizzera è stata un po’ troppo vicina e lo strumento di Labelle ne risente.

Un’introduzione musicale in cui il cantante voltando le spalle al pubblico suona i piatti della batteria lancia “Scars”, un po’ la stella autostradale di questo gruppo per quanto riguarda gli assoli, e noi arriviamo a battere le mani in un intermezzo musicale con rullate e in cui Notto arriva a citare lick arabi con il pedale wha wha.

Il pezzo successivo è “Dirty Mind”, ed è inutile, questa musica prende, e la stanno suonando davvero qui e ora, non ti stupisce dal punto di vista dell’originalità compositiva se non per la capacità di produrre brani e riff originali senza richiami diretti, ma ammiri la perizia e la passione con cui viene eseguita. Il mistero del suono che nasce dal legno, dall’acciaio e dall’elettricità, sempre nuovo e sempre diverso anche se abbiamo sentito suonare milioni di chitarre Les Paul collegate ad amplificatori Marshall, si ripete anche stasera.

Introduciamo noi “Tied Up” battendo le mani e noto in questo brano come il lavoro del bassista Smolian sia sempre di grande supporto ma presente, con incursioni sulle note alte che non interferiscono con il lavoro della chitarra. Il tuo lavoro se sei un bassista in una band a quattro elementi è molto difficile, perché in questa formazione durante un assolo il “pieno orchestrale” è costituito da… te e dal batterista.

Arrivano gli strumenti acustici che annunciano l’esecuzione di due brani, il primo, prevedibilmente, è “Coming Home (Ballad Of The Shire)” (il video) che parla di casa, che per Marc è Los Angeles, ma stasera ruffianamente ma forse sinceramente dedica alla sua seconda casa, l’Italia, dove ha vissuto e dove torna appena può e quando non è in tour.

Anche il mancino Smolian imbraccia una chitarra acustica che arpeggia con destrezza, non schitarrando da bassista, e, sorpresa, non ha più gli occhiali! Il batterista accompagna questa ballad impugnando le spazzole e Notto usa un bottleneck per le parti soliste. L’esecuzione è davvero sentita ma la voce è stanca, detto più come preoccupazione empatica che come critica perché la perizia esecutiva è sempre intatta.

Ma la vera sorpresa è il secondo brano di questo set acustico, perché l’arpeggio di Smolian diventa fingerpicking, quello vero, non quello della Michielin, mentre Notto si dà al flatpicking con il plettro, e i quattro si lanciano in una versione bluegrass di “Honky Tonk Women” dei Rolling Stones.

Il bassista è ormai in camicia e le luci virano al rosso per raccontare le disavventure di un addio in “Don’t Put Out The Fire”. Notto ha tolto gli occhiali e Marc resta in minoranza con gli occhiali scuri, protende il microfono e il pubblico canta con lui. Un siparietto fra John Notto che accenna le note di “Sweet Child Of Mine” ma poi fa di no con la testa e il vocalist che viene disturbato dai suoi fraseggi mentre annuncia “Satisfied”.

Per “The Wire”, Marc non ha più gli occhiali e il conto degli occhi visibili sale finalmente a otto, mentre aumenta anche il numero dei centimetri quadrati di pelle visibili perché le camicie sono ormai aperte per il caldo e dopo l’introduzione di stampo hendrixiano il cantante si lancia in una esecuzione intensa della lirica “Another Last Time”, lasciando il palco, attraversando il locale in mezzo al pubblico per salire sul banco del mixer e finire poi sul bancone del bar immerso nel suo pubblico a cantare insieme il ritornello.

Luci solo su John Notto che attacca il riff vanhaleniano di “Mean Street” per lanciarsi in un lungo assolo in cui sfodera tutto il suo repertorio non povero di funambolismi come lo sweep picking, movimento rotatorio del plettro che consente ai chitarristi post vanhaleniani di eseguire scale velocissime, ma orgogliosamente e dichiaratamente legato al linguaggio rock delle scale di origine blues.

Questo consente a Marc di ritornare con calma verso il palco dove, dopo aver fatto un po’ di gossip apparentemente con Smolian mentre il collega spaziava per il palco facendo botta e risposta fra il pubblico e la sua chitarra, eseguono il loro classico e maggiormente streammato “When I’m Gone” ed escono.

Rispetto alla scaletta prevista sembrano mancare uno o due brani e forse è segno che Marc non è veramente in perfetta forma, ma chiamati dal pubblico che non si è mai mosso i quattro ritornano per dedicare all’Italia che ha visto i loro inizi in strada e li vede ora tornare in tour bus da rockstar “You Make It Alright”, quasi eaglesiana ballata dal nuovo album su cui la chitarra di Notto esprime sincera poesia su una base quasi vuota, prima di far cantare il pubblico e lanciarsi poi in un altro assolo stavolta sostenuto da un lavoro maggiore del bassista che tocca le note acute.

L’outro di accordi ci prepara allo stomper “Won’t Take Me Alive” che introduciamo battendo le mani prima che il concerto si concluda con il classico shuffle sincopato di “Rolling 7s” su cui è presentata tutta la band, e su cui Notto si diverte a suonare la chitarra dietro la schiena come ultima concessione scenica al classico immaginario del Rock e Smolian si prende un po’ di palco e di attenzione sempre carente per i bassisti.

Dopo il finale in cui Labelle raggiunge una nota a cui non arriva nessuno, mettendo in dubbio la mia diagnosi di difficoltà vocali o confermando il mio giudizio di enorme tecnica e professionalità, il vocalist si unisce agli altri per un inchino di gruppo prima di lasciare il palco e l’Italia dove, se non ho capito male, tornerà fra una settimana ma stavolta per relax.

Articolo di Nicola Rovetta, note sugli opener e foto di Simona Isonni

Set list Dirty Honey Milano 8 marzo 2024

  1. Can’t Find The Brakes
  2. California Dreamin’
  3. Heartbreaker
  4. Get A Little High
  5. Scars
  6. Dirty Mind
  7. Tied Up
  8. Coming Home (Ballad Of The Shire)
  9. Honky Tonk Women
  10. Don’t Put Out The Fire
  11. Satisfied
  12. The Wire
  13. Another Last Time
  14. When I’m Gone
  15. You Make It Alright
  16. You Make It All Right (bis)
  17. Won’t Take Me Alive
  18. Rolling 7s
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