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Baaristi Muuti “A Room Full of Doors”

Psichedelia con affinità prog, un certo gusto art rock nella gestione della voce effettata e nella cura dei dettagli

Ci sono dischi che ti spiegano cosa stanno facendo e altri che ti costringono a capirlo da sola. “A Room Full of Doors” dei Baaristi Muuti appartiene alla seconda specie. Disponibile in digitale da dicembre 2025, arriva dopo una gestazione lunga, segnata da cambi di formazione e da un lavoro di rifinitura che ha richiesto tempo, pazienza e una visione piuttosto nitida di ciò che si voleva ottenere. Nel comunicato stampa c’è la formula “Nu Prog / Art Rock” e l’ho presa per quello che è: un’indicazione di massima. Poi ho chiuso il comunicato e ho lasciato parlare i brani.

Partiamo subito nel dire che questo disco “non è per nulla italiano”: non c’è quella riconoscibilità domestica, quel calore un po’ narrativo che spesso accompagna il Progressive nostrano. Qui la scelta è un’altra: più internazionale, più controllata e meno legata a un immaginario territoriale. Non è snobismo esterofilo, non è rifiuto del “nostro”, è un’estetica precisa, coerente e perseguita fino in fondo. E questa coerenza si sente. “La Tavola di Smeraldo” infatti è il manifesto implicito. Tredici minuti che si prendono lo spazio necessario, senza fretta di arrivare al punto. La struttura si muove per sezioni, cambia assetto, si concede derive lisergiche e rientri più misurati, in queste suite non c’è l’ansia di dimostrare qualcosa a tutti i costi, si sente piuttosto la volontà di costruire, anzi di edificare.

Lungo l’album si attraversano zone diverse: Psichedelia, affinità prog, un certo gusto art rock nella gestione della voce effettata e nella cura dei dettagli. Eppure ogni tentativo di etichettare finisce per risultare riduttivo. “S8C1NDY” ne è la prova più evidente. Dentro ci sono scarti ritmici, cambi di atmosfera, inserti elettronici che dialogano con la sezione ritmica in modo organico. Mettere un cartellino sopra un brano così significa ignorarne le pieghe perché è musica che si trasforma mentre la ascolti. Questo non è un disco da consumo distratto. Non è nemmeno un oggetto da meditazione astratta. Ha una superficie accessibile, un suono curato e una coesione evidente. Poi, man mano che entri nelle stanze, ti accorgi che ogni brano ti pone una domanda mentre ti chiede di restare. In un momento storico in cui la produzione culturale tende all’anestesia, la scelta di realizzare un concept così articolato, completamente autoprodotto, assume un valore che va oltre la retorica dell’indipendenza. È un atto di fiducia nella complessità.

“The Purse Of Certain Things” rappresenta uno snodo decisivo. Fino a lì il disco si avvolgeva in dinamiche dense, quasi a esplorare tutte le possibilità interne alla propria grammatica. Qui qualcosa si apre. L’Elettronica diventa nervatura strutturale e la scrittura si fa più ariosa, meno circolare, non perde ambizione e guadagna respiro. È il momento in cui senti che l’album trova un equilibrio tra tensione e slancio. La title track arriva alla fine, come un approdo necessario. Funziona solo se la raggiungi passando dalle altre stanze. Immaginare questo disco come un escape room non è una forzatura: attraversi indizi, corridoi, deviazioni, fino a quando la porta si apre e capisci che l’uscita non è fuga ma una via verso la consapevolezza strutturale. Le atmosfere possono evocare un’area post Mogwai, con rimandi possibili a God Is An Astronaut o Son Lux, coordinate utili a orientare l’ascolto, a far capire una certa direzione, ma che non servono a certificare appartenenze.

Non siamo davanti a un oggetto rivoluzionario in senso assoluto, però siamo davanti a un disco che nel panorama italiano suona fuori asse, che sceglie la coerenza invece dell’adattamento e soprattutto che rifiuta la scorciatoia dell’immediatezza. Si percepisce il lavoro, si percepisce il tempo investito e si percepisce la cura, ma la cosa più importante è la contezza che chi l’ha scritto crede davvero in ciò che sta facendo. Proprio questa cura quasi chirurgica del suono, però, a tratti lascia intravedere un’altra possibilità. Una scelta più sporca, più inclinata verso una grana lo-fi, avrebbe potuto introdurre un attrito interessante con l’estetica prog dichiarata. Una frizione tra costruzione e imperfezione, tra progetto e materia. Forse un’increspatura in più avrebbe dato al disco una personalità ancora più riconoscibile. Alla fine non conta quante porte si aprono, ma quanto sei disposto a restare dentro. Questo è un disco che chiede permanenza. Non ti cattura con un colpo di scena, ti trattiene con la forma. E se decidi di fermarti, la stanza smette di essere architettura e diventa spazio reale.

Articolo di Silvia Ravenda

Track list A Room Full of Doors”

  1. Ezután
  2. 1793
  3. La Tavola Di Smeraldo
  4. S8C1NDY
  5. The Purse Of Certain Things
  6. Laser Game
  7. A Room Full Of Doors

Line up Baaristi Muuti: Moulay chitarra solista, synth/ Jim Hawkins tastiere, synth, chitarra, voci, percussioni/ Luca Mignano batteria, percussioni/ Francesco Galatro basso, contrabbasso

Baaristi Muuti online:
Instagram: https://www.instagram.com/baaristimuuti
Website: https://baaristimuuti.it
YouTube: https://www.youtube.com/@baaristimuuti

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