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GRÓA “Drop P”

Sin dai primi istanti di ascolto si ha la sensazione di trovarsi travolti da un fiume in piena di creatività priva di censure

Dissonante. Caotico. Creativo. Aggressivo. Enigmatico. Inquietante. Gioioso. Si potrebbero riempire paragrafi interi di aggettivi apparentemente privi di legame tra loro nel tentativo di descrivere, senza successo peraltro, il nuovo lavoro dell’eclettico trio islandese GRÓA, “Drop P”, uscito il 6 giugno su etichetta One Little Independent Records.

Potremmo definire GRÓA un piccolo progetto a conduzione familiare, formato a Reykjavik dalle sorelle Karólína e Hrafnhildur Einars Maríudóttir, a cui si aggiunge l’amica di infanzia Fríða Björg Pétursdóttir: unite da un approccio decisamente sperimentale, quasi giocoso verso la composizione, le tre artiste debuttano nel 2018 con l’omonimo album “GRÓA”, seguito da “I Grimmerhelmi” nel 2019 e da “What I Like To Do” due anni più tardi, lavori il cui successo nell’ambito della musica d’avanguardia le porterà ad aprire i concerti di nomi del calibro di Wilco, Pussy Riot e Bjork, oltre a collaborare con numerosi artisti della scena islandese come Sideproject e Joey Christ. Inoltre, Karólína, Hrafnhildur e Fríða sono tra le fondatrici del collettivo Post-Dreifing, il cui obiettivo è di creare una piattaforma che permetta ai giovani artisti di instaurare legami e collaborazioni, favorendo il flusso creativo e la nascita spontanea di idee fuori dagli schemi.

Ascoltare “Drop P” per la prima volta è un’esperienza disorientante: sin dai primi istanti si ha la sensazione di trovarsi travolti da un fiume in piena di creatività priva di censure, in cui i generi musicali si rincorrono, si sfiorano, si abbracciano, per poi fondersi e infine trasformarsi in qualcosa di nuovo, incomprensibile e alieno al primo ascolto quanto una creatura uscita dalla mente di David Cronenberg; probabilmente il termine che può riassumere questo insieme di emozioni nella maniera più efficace è “snouge”, neologismo creato proprio dal terzetto islandese per descrivere il loro lavoro e la cui definizione è una sensazione di fluidità artistica e uno stato d’animo che accoglie l’insolito.

La prima traccia “Birdshit” ci introduce a questo concetto nel migliore dei modi: su un groove saltellante di basso e batteria, la voce si agita come una mosca intrappolata nella tela del ragno, mentre racconta una storiella zen su quanto la natura sia vendicativa con chi non la rispetta; durante la sezione centrale il tempo rallenta di colpo, colorando il brano di sfumature quasi Doom, leggiadre come un elefante in una cristalleria.

Anche “Ugh” sembra rifarsi in qualche modo al mondo del Metal, con un riff di chitarra slabbrato, distortissimo, che sembra inciampare sul pavimento traballante costruito dalle percussioni. L’atmosfera è malata e oscura, e gli ottoni quasi circensi protagonisti dell’intro enfatizzano la sensazione di oppressione che serra la gola in una morsa gelida. La band qui gioca a sovrapporre il maggior numero di strumenti possibili per creare la cacofonia controllata che caratterizza il pezzo: sono infatti presenti otto chitarre, otto flauti dolci, quattro pianoforti, oltre a sassofoni, trombe, campane e glockenspiel!

Se “Screwdriver” è un divertessment dal riff vagamente arabeggiante, con un surreale testo no-sense e un sassofono sgraziato a farla da padrone, “Beauty Tips!” fa sentire l’ascoltatore come Alice al tavolo del Cappellaio: in questa folle festa di non-compleanno, il suono distorto degli archi è un seghetto arrugginito che squarcia il cranio per far entrare direttamente nella materia cerebrale il ritornello ossessionante del brano. Da segnalare, nei panni della Lepre Marzolina, i componenti della band Rock sperimentale brasiliana Blanco Teta, qui in veste di guest stars.

Nella successiva “Cranberry”, la melodia della voce è un mantra cantato da una variante cibernetica di Bjork, moltiplicato dalle armonizzazioni e prigioniero del ritmo tribale della batteria, finché un coro angelico si affaccia negli ultimi secondi del brano per farci dubitare ancora una volta della nostra sanità mentale; “Eldingar í prag” è invece quasi un omaggio sotto acido a Dick Dale, dove una sfiatata sezione ottoni accenta sul due e sul quattro il groove furioso della sezione ritmica e lo scratch della chitarra è la tavola da surf con cui affrontare questo tsunami elettrico.

“Allt sem er gott er gott” sembra essere, per quanto possibile, la versione GRÓA di un brano Jazz, nonché il primo vero momento di respiro dell’album: un ostinato semplice ma efficace del sassofono naviga tra i cambi di tonalità come una navicella in mezzo a una cintura di asteroidi, mentre il cantato recitato e pesantemente filtrato si insinua lentamente ma inesorabilmente sottopelle, congelando chi ascolta in un’atmosfera sospesa, a metà tra il sound confortevole del passato e presagi di una futura, fredda distopia sonora.

Chiudono il lavoro la filastrocca inquietante di “Drekk ekki kekki”, un’ode al sedersi nelle pozzanghere e lasciarsi andare, e “Kim”, primo brano scritto per il disco, che su una linea di basso scatenata esplora i temi della frustrazione e della disperazione, tra stop and go della batteria e accelerazioni punk improvvise che renderebbero fiera la Patti Smith di “Horses”.

“Drop P” è un album complesso, che richiede un ascolto attento per riuscire a farsi strada in mezzo all’apparente cacofonia prodotta dalla band islandese e poterne apprezzare i molteplici strati sonori. Ma con un po’ di pazienza, si scopre un mondo in realtà ben più infantile e colorato di ciò che può sembrare a prima vista: quello di tre amiche che vivono l’arte come un gioco, e che ci invitano con la loro musica a giocare a nostra volta. È un invito che vale la pena accettare.

Articolo di Alberto Pani

Track list “Drop P”

  1. Birdshit
  2. Ugh
  3. Screwdriver
  4. Beauty Tips!
  5. Cranberry
  6. Eldingar í prag
  7. Allt sem er gott er gott
  8. Drekk ekki kekki
  9. Kim

GRÓA online:

Instagram: https://www.instagram.com/groamusic
Youtube: https://youtube.com/@groa551?si=FWvSgyvZCIYaCk3-

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