Il 9 ottobre è uscito “La macchia mongolica” (Universal), il nuovo lavoro di Massimo Zamboni, storico chitarrista e fondatore dei CCCP e dei C.S.I. Un disco che, a tutti gli effetti, è la riedizione dell’album del 2020, progetto funestato dalla pandemia, evento che non ha permesso a quest’opera di ricevere la giusta attenzione che merita.
Massimo Zamboni, dopo il viaggio in Mongolia con Giovanni Lindo Ferretti negli anni ’90, occasione dalla quale nacque “Tabula Rasa Elettrificata”, lavoro che segnò l’apice e la fine dei C.S.I., decide di tornare in quelle terre. Da quel nuovo viaggio nasce il progetto del 2020: un docufilm, un libro (scritto con la figlia Caterina) e un disco, oltre a un mini tour che doveva essere realizzato in una tradizionale tenda mongola. Il tutto era stato presentato a Carpi pochi giorni prima dell’esplodere della pandemia. Come è facile intuire, di quel progetto non se ne fece nulla. Il disco, uscito in vinile e CD, rimase sospeso. Chi, come chi scrive, se lo era macinato durante la pandemia come momento di sospensione dalla tragedia che stavamo vivendo, aveva avuto modo di apprezzare quel lavoro che, ora, dopo le reunion dei CCCP e dei C.S.I., torna sul mercato con una nuova veste grafica che scaramanticamente gli deve regalare una seconda fortunata (speriamo) vita. I brani restano gli stessi, ma si aggiunge una canzone, “Forme perfette”, accompagnata da un video, mostrato in anteprima a Gualtieri (RE) in occasione della presentazione del disco e scritta da Luca Frezzotti e Federico Paolinelli. Allo stesso tempo, Zamboni ha potuto portare in scena lo spettacolo sempre a Gualtieri, nel mese di ottobre (si vedrà poi se ci saranno altre repliche).
“La macchia mongolica” ha due meriti. Il primo è che ci regala uno Zamboni compositore, dato che l’album, a parte due canzoni nella nuova edizione, è di fatto un lavoro strumentale che raccoglie e utilizza materiale arrivato dalla Mongolia. I vari viaggi infatti, come nel caso del primo, sono serviti anche per raccogliere materiale sonoro. Molto è confluito in “Tabula Rasa Elettrificata”, altro in questo “La macchia mongolica” e altro ancora nel lavoro “In Mongolia in retromarcia”, album digitale (Bandcamp)che ha lo stesso titolo del libro del 1996. Questo album, dunque, è la testimonianza di suggestioni, sentimenti, visioni ed emozioni che Zamboni ha riportato da quei viaggi.
Non è un disco di world music, tanto meno un lavoro etnico: è un progetto di contaminazioni, come Zamboni sa fare da sempre. Tuttavia, a differenza dei suoi lavori cantautoriali, questo lavoro è ricco di suggestioni stratificate, che necessitano di diversi ascolti per emergere. È il caso di “Casco in volo”, una delle tracce più interessanti, e di “Shu”, brani nei quali risuona sì la Mongolia, ma anche l’influenza di un lavoro che Zamboni apprezza, e cioè “Alles in Allem” degli Einstürzende Neubauten, lavoro del 2020 che fa capire come spesso gli artisti siano in sintonia anche se lavorano a distanza e nello stesso periodo.
Proprio questo aspetto, la contaminazione, già evidente in “Sorella Sconfitta”, primo album solista del Nostro (tornato disponibile in una bella edizione in vinile), si esalta in “La macchia mongolica” perché Zamboni, in modo molto evidente, lascia da parte la chitarra grattugiata che, ormai, è un marchio che gli viene appioppato qualsiasi cosa faccia e produca. Davvero, ed è incredibile, ogni lavoro del Nostro viene ridotto a una definizione legata al suo modo di suonare in gioventù. Come se Zamboni non fosse mai evoluto, non fosse mai passato attraverso esperienze musicali di natura diversa. Per molti resta il grattugiatore di chitarra, per sempre. Qui, invece, dimostra tutta la sua bravura anche in sonorità e mondi sonori morbidi. Gli esempi pregiati sono “Huu” e “Lunghe d’ombre”, oltre a “La macchia mongolica” e “Heavy desert”, due tracce che da sole valgono l’acquisto di questo bell’album. Diciamola così: se è vero che alcune opere di Zamboni sono per i fan più accaniti, questo “La macchia mongolica” ci consegna un autore maturo, che ha lavorato con dedizione a un progetto legato a una parte della sua vita che questo universo sonoro rappresenta e descrive in pieno. Un disco della maggiore età, raggiunta e messa in campo con un’opera stratificata, ricca di senso e significato.
Le due canzoni, “Forme perfette” e “Lunghe d’ombre”, fanno infine chiaramente capire lo stile di Zamboni, per sottrazione. “Forme perfette” è un testo che Zamboni canta, ma è stato scritto da altri. “Lunghe d’ombre” è espressione della poetica di Zamboni: un testo che rimanda a “Sorella Sconfitta”, ma che fa capire quanto la sua scrittura sia legata a Giovanni Lindo Ferretti. Insomma, se in casa volete avere due buoni dischi, il consiglio è di acquistare “Sorella Sconfitta” e questo “La macchia mongolica”, testimonianza sonora di un viaggio e di un’esperienza di vita.
Articolo di Luca Cremonesi
Track list “La macchia mongolica”
- Ome Ewe
- La macchia mongolica
- Heavy desert
- Sugli Altaj
- Djin
- Altopiano ruota
- Forme perfette
- Casco in volo
- Shu
- Huu
- Lunghe d’ombre
- Khovd
- I cammelli di Bactriana
- Mongolia interna
Line up: Massimo Zamboni chitarra, basso, voce, programmazione / Cristiano Roversi tastiere, basso, fretless, sampless / Simone Benedetti percussioni / Federico Paolinelli tastiere in “Forme perfette” / Erik Montanari chitarra sotterranea in “Forme perfette” / Byambaa voce narrante in “Ome Ewe”
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