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24 Grana – “Bidonville”: Rock e dialetto ai margini del presente

Tra cronaca e dimensione privata, Napoli diventa il punto d’osservazione sulle crepe della società contemporanea

Le periferie sono luoghi in cui le contraddizioni di una società diventano esperienze quotidiane: si manifestano negli spazi abbandonati, nella precarietà del lavoro, nelle relazioni che si consumano e nelle possibilità che sembrano restringersi. Con “Bidonville”, disponibile dal 16 ottobre 2026 per La Canzonetta Record, i 24 Grana attraversano questi territori, reali ed emotivi, per raccontare una contemporaneità segnata da disuguaglianze e solitudini, ma ancora attraversata dal desiderio di immaginare alternative. Undici brani compongono un percorso che intreccia denuncia sociale e dimensione intima, facendo dialogare la durezza delle condizioni esterne con il bisogno di preservare uno spazio per la vita e per le relazioni.

Una periferia fatta di persone

Il titolo diventa la metafora che tiene insieme questo universo. La bidonville è il luogo dell’abbandono, ma anche quello in cui si recuperano materiali e si cerca di costruire qualcosa a partire da ciò che resta. Una condizione che, nelle canzoni, supera lo spazio fisico e investe le relazioni, il lavoro e il rapporto con il futuro. È un’immagine che restituisce la precarietà senza trasformarla necessariamente in una condizione immutabile: anche nelle crepe di un sistema che sembra escludere, qualcosa continua a crescere.

Ad aprire questo percorso è “Stadera”, primo singolo e ritratto di una periferia che prende forma attraverso i volti dei suoi abitanti. La scrittura di Francesco Di Bella procede per immagini quotidiane: una signora davanti alle vetrine, Totore alle prese con la fine della mesata, Ciro rimasto solo dopo la separazione. Sono esistenze apparentemente marginali, raccontate senza enfasi, che restituiscono al quartiere una dimensione umana anziché ridurlo a uno scenario di degrado. La voce, pulita, melodica e immediatamente riconoscibile, mantiene un andamento narrativo, mentre il dialetto napoletano conferisce naturalezza al racconto. Le chitarre, prevalentemente pulite e talvolta più ruvide, sostengono il ritmo senza appesantire il brano, accompagnandone la malinconia. Ne emerge una fotografia corale in cui la solitudine individuale diventa il riflesso di una condizione condivisa.

La politica entra nelle canzoni

La dimensione politica dell’album si sviluppa su piani differenti. In “Gaza”, la denuncia si fa esplicita: la distruzione del territorio si contrappone alla persistenza di un popolo che continua a esistere e a cantare. Il testo nomina le responsabilità internazionali e l’assenza di un intervento capace di fermare la devastazione, mentre il richiamo finale trasforma la canzone in una voce che sopravvive alla distruzione. Qui la marginalità diventa una questione globale: non più soltanto uno spazio lasciato ai margini, ma una realtà in cui la perdita delle case, delle infrastrutture e delle condizioni necessarie alla vita mette in discussione la stessa possibilità di riconoscere l’umanità delle persone coinvolte. La scrittura sceglie la ripetizione e la dichiarazione diretta, affidando la propria forza alla necessità di non lasciare che la tragedia venga dimenticata.

Con “Sotto San Gennaro”, lo sguardo torna a Napoli e si concentra sui rapporti di potere che attraversano la città. La figura a cui si rivolge il testo, capace di esercitare il proprio dominio nel luogo che gli altri abitano, incarna un’autorità che pretende di imporsi attraverso la paura e la violenza. A questa pretesa si oppone l’immagine di una comunità che, sotto lo stesso santo, dovrebbe riconoscersi uguale. Il riferimento religioso e popolare non cancella le disuguaglianze, ma diventa il terreno simbolico su cui contestarle. Il brano si inserisce così nel discorso politico del disco, collegando la violenza quotidiana a una struttura di rapporti che trasforma lo spazio comune in un territorio di sopraffazione.

Se “Gaza” e “Sotto San Gennaro” affrontano direttamente la violenza e le responsabilità del potere, “Overdose” ne indaga un’altra dimensione, più legata ai modelli di vita della società contemporanea. La critica al consumismo si concentra sul paradosso di una società che promette soddisfazione attraverso il possesso, finendo per impoverire la capacità di desiderare altro. Il brano sposta il discorso da ciò che si possiede alla possibilità di immaginare alternative: l’accumulo non garantisce la felicità e rischia, al contrario, di restringere l’orizzonte del desiderio. La ruvidità accompagna questa visione senza attenuarne il carattere polemico. La competizione per avere di più si rivela un gioco che rischia di lasciare l’individuo sempre più isolato, incapace di riconoscere nel possesso una risposta alla propria insoddisfazione.

Il tempo del lavoro e quello delle relazioni

Il disco trova una parte importante della propria identità anche nei brani meno esplicitamente politici, dove le contraddizioni collettive si riflettono nelle esperienze individuali. “Nino”, dall’andamento calmo e ritmato, introduce una dimensione più distesa e affettiva. Il dialogo con la figura a cui è dedicata la canzone assume il tono di un consiglio trasmesso con familiarità: attraversare le difficoltà, non sentirsi padroni della propria verità e ricordare che gli altri non sono necessariamente come li immaginiamo. È un momento in cui la scrittura abbandona la denuncia frontale per affidarsi all’esperienza e alla possibilità di trasmetterla. La malinconia non diventa rassegnazione, ma uno spazio da cui guardare la vita con maggiore consapevolezza.

Anche “L’ora ‘e turna’ a fatica’” lega il racconto personale a una condizione sociale più ampia. Il ritorno al lavoro interrompe una parentesi in cui l’ansia sembra allentarsi e il mondo, per un momento, scomparire. Il movimento circolare evocato dal testo restituisce l’impressione di una quotidianità dalla quale è difficile sottrarsi: si attraversa la città, si cerca un equilibrio, poi arriva nuovamente l’ora di tornare a lavorare. Le aperture elettroniche e l’andamento ritmico contribuiscono ad ampliare il paesaggio sonoro del disco, mentre il testo riporta al centro una domanda concreta: quanto spazio rimane per vivere quando il lavoro finisce per organizzare quasi interamente il nostro tempo? La precarietà emerge qui non soltanto come mancanza economica, ma come difficoltà di disporre della propria esistenza.

 “Nisciuno parla cchiu’” e “Je songo comme so’” richiamano una sensibilità vicina ai 24 Grana di un tempo. La prima si muove in una dimensione più dolce, nella ricerca di un contatto che permetta di attraversare il silenzio e raggiungere lo spazio intimo dell’altro. La seconda esprime invece il desiderio di trovare un luogo in cui fermarsi senza chiedere il permesso, sottraendosi alle aspettative e ai ritmi imposti dall’esterno. In “Buono a se fa piglia’”, dolcezza e malinconia convivono con l’idea che la rabbia possa diventare una risorsa per non spegnersi. Sono canzoni nelle quali la dimensione emotiva non rappresenta una parentesi rispetto al discorso sociale, ma ne costituisce un’altra forma: la possibilità di essere ascoltati, accolti e riconosciuti è parte integrante della possibilità di vivere dignitosamente.

Tra coerenza e limiti espressivi

Sul piano musicale, “Bidonville” alterna momenti più ruvidi ad aperture melodiche ed elettroniche, mantenendo una scrittura vocale riconoscibile e narrativa. Le chitarre sostengono il movimento dei brani senza ricorrere necessariamente alla distorsione, mentre la voce di Di Bella resta il principale punto di riferimento, anche grazie alla naturalezza del dialetto. Il risultato è un paesaggio sonoro capace di passare dalla durezza di “Overdose” alla malinconia di “Stadera”, fino ai momenti più distesi di “Nino”.

Non tutti i brani, tuttavia, raggiungono la stessa efficacia: in alcuni passaggi, soprattutto in “Dimme come fai” e “Sotto San Gennaro”, l’insistenza di determinate soluzioni finisce per attenuare l’incisività della scrittura. Una riserva circoscritta, che non compromette la coerenza del progetto, ma ne evidenzia alcuni momenti meno riusciti.

“Bidonville” trova il proprio centro nella tensione tra precarietà e possibilità, disumanizzazione e legami, rabbia e desiderio di cambiamento. Il disco non si limita a raccontare chi vive ai margini: suggerisce che quei margini possano diventare una lente attraverso cui osservare le contraddizioni di un mondo che troppo spesso trasforma le persone in numeri e le città in luoghi di sopravvivenza. La scelta di alternare la denuncia politica a storie intime impedisce, almeno nei momenti più riusciti, che il racconto si esaurisca in una dichiarazione di principio.

La metafora del titolo lascia però aperta una domanda: che cosa resta della possibilità di immaginare, quando la precarietà diventa la condizione ordinaria dell’esistenza? La capacità di ricostruire qualcosa a partire dalle macerie non cancella la responsabilità di chi quelle macerie le produce. Eppure, proprio nelle crepe del cemento continuano a emergere storie, desideri e relazioni che resistono alla disumanizzazione. È in questa tensione che “Bidonville” trova la propria ragione più profonda: nel tentativo di custodire la possibilità di immaginare altro, anche quando la realtà sembra restringere continuamente lo spazio in cui farlo.

Articolo di Benedetta De Rosa

Track list “Bidonville”

  1. Nino
  2. Stadera
  3. Bidonville
  4. Nisciuno parla cchiu’
  5. Je songo comme so’
  6. Gaza (ce chiamma ancora)
  7. Dimme come fai
  8. Buono a se fa piglia’
  9. Sotto San Gennaro
  10. Overdose
  11. L’ora ‘e turna’ a fatica’

Line up 24 Grana: Armando Cotugno basso/ Francesco Di Bella voce, chitarre, cori/ Giuseppe Fontanella chitarre/ Renato Minale batteria, percussioni, drum programming

24 Grana online:
YouTube: https://www.youtube.com/@24granaTube
Instagram: https://www.instagram.com/24granaofficial/
Video “Stadera”: https://www.youtube.com/watch?v=VX0YXDcRurs

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