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Massimo Silverio “Hrudja”

L’artista ha deciso di seguire una strada sperimentale, tribale, barbarica, minoritaria

Partiamo da Massimo Silverio che il 21 novembre 2023 ha debuttato su Okum, dopo alcuni ep, con il suo primo full lenght dal titolo “Hrudja”. Partiamo per un viaggio che, se piacerà e troverà spazio, mi vedrà in veste di palombaro. È noto che il petrolio galleggia sopra il mare, togliendo ossigeno, e non facendo così respirare la vita presente al di sotto di quello strato, e cioè nell’acqua. Qui mi voglio immergere, e cioè superato il ricco strato oleoso della musica commerciale, per andare a scandagliare il fondo vivo delle produzioni minoritarie italiane.

Lo abbiamo già fatto, ad esempio, con Tanca Records; la nostra testata giornalistica, poi, si muove fra etichette indipendenti; siamo stati i primi a recensire, album e live, oltre ad intervistare, Vieri Cervelli Montel. Chi scrive detiene anche quattro primati con Daniela Pes: ha acquistato l’album poco dopo la prima messa in vendita, a scatola chiusa; ha redatto una delle prime recensioni; l’ha vista condividere per ultima, dopo sollecitazione al suo social media manager; ha ottenuto l’appuntamento per un’intervista di domenica mattina. Intervista mai fatta. Il telefono risultava staccato. Ma noi si procede, perché nella ricchezza di quello che c’è sotto lo strato oleoso, ci si crede. Ci sono belle scoperte, per chi vorrà seguirci. Con muta da palombaro, mi raccomando.

Che strada sta prendendo la musica italiana? È dura dare risposta a questa domanda. Silverio non agevola, anzi. Originario delle montagne della natìa Carnia, nel Nord-Est italiano, ha deciso di seguire una strada direi tribale, barbarica, minoritaria, senza dubbio. Per questo ricca, potente e generativa. Certo, è un incipit, e non può che essere così dopo che lo strato oleoso ha bruciato ogni forma di vita, dall’educazione musicale alla produzione in grande stile. Non resta che ripartire con quello che si ha. La propria lingua, come ha fatto anche Daniela Pes, o creandone una musicale, come insegna IOSONOUNCANE (e, prima ancora, Demetrio Stratos); la propria tradizione, e gli strumenti che si trovano facilmente per uso domestico.

Il suono della nave che parte, e che apre il disco nella prima delle dieci tracce, e cioè “Šchena”, fa capire che si va alla ricerca di qualcosa. A onore del vero quella traccia mi ha ricordato le atmosfere del film “The Lighthouse”. Un bianco nero funestato da brutto tempo, anime inquiete e pace da cercare. Quella pace che, nel finale, viene ri-trovata e diventa messaggio di speranza, come nel secondo cd del live di IOSONOUNCANE (la nostra recensione).

In quella (Grim), non a caso fra parentesi, c’è un abbozzo di rinascita della struttura di canzone tradizionale. Come se da tutto questo travaglio magmatico si debba comunque provare a partorire qualcosa di nuovo: che si torni a casa insomma. In modo nuovo però. Per certi versi Silverio ricorda Pes, ma sono convinto che quando lo ascolterete troverete qualcosa di meglio in questo lavoro.  C’è una potenza barbarica nei suoi pezzi. E con queste parole mi riferisco, ad esempio, a quello che afferma Baricco ne “I Barbari”: Il barbaro non perde l’anima per caso, o per leggerezza, o per un errore di calcolo, o per semplice miseria intellettuale: è che sta cercando di farne a meno. Allora via il bel canto, via l’amore che fa rima con cuore, via la struttura canzone, alla ricerca, viva, di una generatività che è propria del suono.

Il tribalismo di “Jevâ” è, da questo punto di vista, simbolico. Sembra davvero di essere alla fine di una tempesta. Non s’odono augelli far festa, ma c’è un silenzio dove il ritmo, quasi un cuore nella pancia di una donna, echeggia creativo con poche qualità: una voce e un battito. “Colâ” è la quiete dopo la tempesta, il brano che più porta Silverio verso quello che tutti ci siamo già resi conto sia il grande spettro che s’aggira per questo lavoro: Thom Yorke, e la sottrazione attuata con la sua band Radiohead, ma anche i suoi lavori da solista. “Nijò” ci rimette in cammino, come nel west raccontato da John Williams in “Butcher’s Crossing”. Il ritmo si fa più orecchiabile, meno disturbante, con suoni morbidi che, per certi versi, riportano ad atmosfere più pop, ma solo nella parte ritmica.

“Grusa” è un brano che, da solo, vale l’acquisto dell’album. Essenzialità pura, minimalismo dei grandi maestri padroni di questa arte. Sottrarre non è solo togliere, ma valorizzare al meglio ciò che resta. Silverio dimostra di avere arte e grande capacità di far emergere senso e suono, sottraendo tutto. Quando non resta nulla, non è vero che non c’è speranza. Ci sono spazi infiniti, se li si vuol cogliere. In altre parole, come già dimostrato da Cage, il problema non è il silenzio, perché questo è sempre pieno di suono. Stessa cosa accade nella pacatezza minimale di questo brano, quasi sussurrato, con strumenti appena toccati. Meraviglioso. Il viaggio a ritroso, dopo la partenza tormentata di “Šchena”, arriva alla meta con il trittico “Šcune”, “Piel”, “Algò”, suite nell’album, brani che meritano un ascolto senza interruzioni. Provate. Qui si capisce che dal magma, con lentezza, qualcosa sta uscendo. Quel qualcosa che, a momento debito, sarà il nuovo che si trova, in nuce, in (Grim).

I margini della sperimentazione, in questo settore, sono ampi. Serve non perdersi d’animo, e proseguire su questa strada. In molti lo stanno facendo, vedremo dove porterà, ma è certo che è una delle vie da seguire per rigenerare un ambiente musicale ormai completamente soffocato da ripetizioni sonore senza identità. Qui, in Silverio, c’è una musica che vuole dire ed essere qualcosa di diverso.
Andate su Bandcamp per sostenere il progetto, e acquistare le copie fisiche in vendita.

Articolo di Luca Cremonesi

Track list “Hrudjia”

  1. Šchena
  2. Criure
  3. Jevâ
  4. Colâ
  5. Nijò
  6. Grusa
  7. Šcune
  8. Piel
  9. Algò
  10. (Grim)


Massimo Silverio online:
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Youtube https://www.youtube.com/@massimosilverio/featured

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