La musica degli OvO non è facilmente classificabile. Non è Rock, non è Punk, non è Industrial, non è Metal, non è Elettronica, ma in qualche modo riesce a legare insieme le caratteristiche fondanti di ognuno di questi generi musicali, distillando un’esperienza sonora che risulta familiare e aliena allo stesso tempo. Non fa eccezione il loro ultimo lavoro, “Gemma”, pubblicato il 3 ottobre 2025 per l’etichetta canadese Artoffact Records, ciliegina sulla torta che festeggia i venticinque anni di attività della band.
Una sfida all’immobilità
La storia degli OvO risale alla fine degli anni Novanta, quando la chitarrista e cantante Stefania Pedretti e il batterista Bruno Dorella si ritrovano immersi nel fervore della scena dei centri sociali occupati di Milano, in un periodo in cui la capitale lombarda era un crocevia fondamentale per le sottoculture radicali e la musica di confine. Pedretti era già allora una figura centrale dell’underground meneghino grazie alla collaborazione con il collettivo Punk-Noise Allun, esperienza che le ha dato la possibilità di affinare la sua presenza scenica dirompente, legata a doppio filo al femminismo radicale e alla queer culture; i lavori delle Allun erano pubblicati da Bar La Muerte, etichetta discografica indipendente diventata in breve tempo un punto di riferimento per chiunque fosse interessato alle sonorità più estreme e d’avanguardia, gestita proprio da Bruno Dorella.
Ed è qui che scocca la scintilla tra i due: l’idea del power duo caratterizzato da una strumentazione minimale nasce con motivazioni soprattutto pratiche prima che filosofiche, per potersi permettere di suonare ovunque, dal centro sociale più claustrofobico al grande festival, caricando tutta l’attrezzatura in auto e riducendo il più possibile i problemi legati agli spostamenti. Non solo: la scelta di utilizzare un set di percussioni ridotto all’osso e di affidare l’intelaiatura armonica alla sola chitarra di Pedretti era anche coerente con lo spirito di “guerriglia sonora” che caratterizza l’estetica musicale degli OvO sin dagli albori, le cui radici sono da ricercare nelle fabbriche dismesse e nella rabbia di chi abitava i quartieri popolari, in netto contrasto con la “Milano da bere” glamour e commerciale degli yuppies.
Nel frattempo, i due si occupavano anche di organizzare concerti sfruttando il circuito dei centri sociali, rendendo possibili così i loro primi tour e quelli di band italiane e straniere a loro affini. Questo ha permesso di sviluppare una rete di contatti che avrebbe in seguito dato loro l’opportunità di essere notati all’estero: infatti, dopo i primi album autoprodotti grazie a Bar La Muerte, nel 2006 pubblicano “Miastenia” con la statunitense Load Records, una delle più influenti etichette nel panorama Noise internazionale, facendo passare gli OvO dallo status di band italiana d’esportazione a quello di leader globali della scena Noise e Sludge e proiettandoli verso tour internazionali sempre più estesi. In venticinque anni, infatti, gli OvO hanno suonato in Europa, Asia, USA, Messico, collezionando partecipazioni in alcuni dei più importanti festival al mondo, come Roadburn e Le Guess Who? nei Paesi Bassi, The Wire Festival a Chicago, Supersonic e Desertfest in Inghilterra, senza dimenticare i nostrani Krakatoa e Frantic e arrivando addirittura in Cina per il Tomorrow Festival.
Ogni chilometro percorso, ogni nota suonata, ogni esperienza masticata e digerita da Pedretti e Dorella in questo quarto di secolo ha portato così al loro undicesimo album in carriera, “Gemma”, lavoro che ci apprestiamo ad analizzare in questa recensione.
Gemma
Prendendo in prestito le parole del vocalist dei Khanate Alan Dubin, gli OvO con “Gemma” hanno evocato qualcosa di vivo e urlante dalla carne cruda dell’esistenza, definizione questa che, secondo chi scrive, racchiude perfettamente lo spirito algido ma allo stesso tempo passionale che permea le undici tracce di cui si compone l’album, sospese tra la freddezza robotica dei beat elettronici e il sound viscerale, profondamente umano degli strumenti analogici.
Spetta alla title track “Gemma” il compito di accompagnare chi ascolta nelle atmosfere ossessionanti del nuovo lavoro degli OvO: le note di tastiera che aprono il brano sono lame affilate che si conficcano nei padiglioni auricolari con chirurgica precisione, avvolgendo la pulsazione della drum machine mentre Stefania Pedretti è concentrata nel recitare il suo incantesimo, prima che le distorsioni squarcino il panorama sonoro sovrastate dalle grida da Lamia della voce.
I sedicesimi della grancassa introducono i 150 secondi di “Stagno” con la stessa grazia che avrebbe un martello pneumatico in azione su un elegante prato all’inglese, mentre nella successiva “Opale”, primo singolo tratto dall’album, la voce gutturale dell’ospite Lord Spikeheart si alterna al ringhio della vocalist lombarda, portando il mood del brano verso la ferocia caratteristica dell’Elettronica africana più oscura – di cui l’artista kenyota è uno dei più apprezzati interpreti – fino alla parte finale, in cui le due linee vocali smettono di inseguirsi per fondersi in un’unica, sconcertante mostruosità primordiale.
Un ronzio cibernetico insopportabile attraversa come una scarica elettrica “Iridio”: qui, il ritmo marziale imposto dalla batteria è essenziale nel sostenere il lamento lacerante di Pedretti, che incita le sue Sorelle a non arrendersi davanti al concetto di normalità imposto da una società retrograda, ancora oggi di stampo profondamente patriarcale, incapace di accettare tutto ciò che viene recepito come “diverso”; una resistenza inscalfibile e incorruttibile, proprio come il metallo da cui il brano prende il suo nome. In “Diamante”, invece, la furia delle composizioni precedenti sembra rallentare per un attimo, con lo scopo, forse, di raggiungere pieghe ancora più profonde del sentire umano; le linee di violoncello suonate dalla guest star Paige A. Flash sono frustate che aprono ferite sanguinolente nel tessuto sonoro, mentre l’ascoltatore viene risucchiato sempre di più dall’atmosfera da horror in bianco e nero costruita con cura dai synth asettici di Bruno Dorella.
La strofa di “Orocromo” ha una struttura ripetitiva, il cui cuore pulsante è il portamento meccanico della batteria a cui si sovrappone un’armonia elementare di due accordi: spetta soprattutto alla voce gestire i crescendo dinamici, alternando una melodia cantilenante con potenti ruggiti cavernosi che sembrano esplodere direttamente dall’anima della cantante; la successiva “Cobalto”, terzo e ultimo singolo tratto dal disco, è un gioiellino Dance Doom dal groove quasi Industrial, che colpisce allo stomaco l’ascoltatore con violenza quando la batteria inizia a galoppare come un bronco imbizzarrito, con gli zoccoli che stridono su texture sonore dalle agghiaccianti vibrazioni metalliche. Un rumore disturbante, come di lamiere che vengono accartocciate da una pressa idraulica, funge da riff principale per “Zolfo”, mentre la voce di Pedretti sembra venire posseduta da un demone ghignante uscito dalla filmografia di Sam Raimi, trasformandola nel gemito atroce di una qualche deformità soprannaturale assetata di sangue. “Neon” è invece caratterizzata dal pad atmosferico del sintetizzatore, responsabile del mood sospeso che contraddistingue il brano, almeno finché il blastbeat non cambia improvvisamente le carte in tavola, prendendo in contropiede l’ascoltatore.
La linea vocale spiritata di “Rame” si inserisce tra il battimani della batteria e lo strato sonoro ronzante dei synth, prima di esplodere nella folle risata che traccia una linea immaginaria tra la prima e la seconda parte del brano, nella quale il groove si spezza e l’atmosfera diventa ancora più soffocante. Ma è compito di “Fossile” quello di chiudere il lavoro: il canto magico della sciamana, ora sussurrato, ora scandito con forza, è il punto di ancoraggio che permette all’ascoltatore di non perdere la bussola nell’etereo, nebbioso landscape sonoro sapientemente tratteggiato dagli OvO, mentre il suono sordo, regolare delle percussioni sprigiona tutto il suo potere rituale.
La fine del viaggio
“Gemma” è uno di quegli album che non ci si può permettere di ascoltare a cuor leggero, con il semplice scopo di riempire il silenzio mentre scrolliamo annoiati i reels di mille influencer tutti uguali, o come anestetico per affrontare la routine della vita quotidiana: è un lavoro che, per essere metabolizzato in tutti i suoi aspetti, richiede un impegno notevole da parte dell’ascoltatore, il quale deve lasciarsi trasportare dalla musica senza opporre resistenza; come un naufrago su un guscio di noce mentre, intorno a sé, un oceano elettrico ribolle minaccioso. E improvvisamente, una lama di luce squarcerà il cielo plumbeo, mentre all’orizzonte le nubi inizieranno a diradarsi, ricompensandoci con la promessa mantenuta di toccare di nuovo terra, scossi ma, al contempo, consapevoli di essere usciti profondamente arricchiti da un’esperienza così estrema.
Articolo di Alberto Pani
Track list “Gemma”
- Gemma
- Stagno
- Opale (feat. Lord Spikeheart)
- Iridio
- Diamante (feat. Paige A. Flash)
- Orocromo
- Cobalto
- Zolfo
- Neon
- Rame
- Fossile
Line up OvO: Stefania Pedretti voce, chitarra / Bruno Dorella batteria, sample, synth / Lord Spikeheart voce in “Opale” / Paige A. Flash violoncello in “Diamante”
OvO online:
Instagram: https://www.instagram.com/ovochannel
