È uscito il 27 marzo “Comfort in the Silence”, ultimo album dei Pinhdar, confermando lo stato di grazia compositiva del duo milanese che ad ogni uscita sorprende per originalità, cura del suono e qualità degli arrangiamenti. La produzione del chitarrista Max Tarenzi e il missaggio di Ian Caple sono perfettamente a fuoco, la magnifica voce di Cecilia Miradoli resta il fulcro intorno a cui danzano i campionamenti, i riff e le architetture sonore, e la collaborazione con Lee Pomeroy al basso dona ulteriore profondità alla proposta.
In “After the Fall” la linea vocale sembra voler entrare in punta di piedi, appoggiandosi e pian piano impadronendosi di un brano che non ha il classico appeal da opener; e l’obiettivo dei Pinhdar risulta subito chiaro: niente strizzatine d’occhio, niente scorciatoie, solo una richiesta di reale ascolto, che permetta di seguirli in un percorso non semplice, spesso oscuro. Il messaggio delle liriche in questo caso è prezioso (e, a dire il vero, lo sarà in ogni traccia): la differenza la farà il modo in cui resteremo accanto a chi cade; sarà ciò che, nel dolore della condivisione, alla fine ci arricchirà, facendoci restare umani.
Sul pattern ritmico di “Neon Light” si appoggia una bella chitarra riverberata, e fra echi che rimandano ai Depeche Mode anche questa canzone si sofferma su dinamiche umane universali, in particolare sulla fragilità di chi, anche fra le mura di casa, non riesce a brillare, ed è costretto ad abbassare la testa fino a spegnersi. In “Mute” risiede il cuore dell’album e del suo messaggio più profondo, e non a caso è il brano in cui viene usato il titolo del disco: il silenzio non è solo rifugio dal caos urlato di questa vita forsennata, ma può diventare anche un’arma tanto minimale quanto potente, che incarna appieno l’essenza della resilienza.
Nel bellissimo videoclip diretto dall’artista messicana Telavaya Reynolds (già collaboratrice della band nel precedente lavoro) il silenzio è rappresentato dal bianco imperante, quel colore che potrebbe apparentemente rappresentare il vuoto, ma in realtà è la somma di tutti i colori dello spettro visibile. Ed è in quel silenzio così ricco che noi possiamo trovare conforto e rinnovata forza, anche quando sembriamo lasciarci vivere passivamente (ed ecco che entrano in campo le mani senza corpo che obbligano la protagonista nei suoi movimenti).
“Fade”, con la sua dualità nelle linee vocali, si fa manifesto contro la guerra e la sua futilità, e in questo periodo storico risuona fin troppo moderna e calzante, circondati come siamo da barbarie che alcune gerarchie tentano di camuffare sotto altre forme. Negli arpeggi cristallini di Max Tarenzi si narra la storia di “Neiko”, donna realmente esistita nel III secolo a.C. e personaggio simbolo dell’altro da sé non compreso e osteggiato, allontanato per via della sua stessa essenza e, infine, colpevolmente obliato. Così come viene facilmente dimenticata ogni creatura fragile e diversa: attraverso l’ignoranza che genera paura.
Le derive oscure e ipnotiche di “We Float” sono fra i momenti più affascinanti del disco, laddove la splendida voce di Cecilia Miradoli cerca di seguire passaggi melodici ostici e mutevoli, che sembrano quasi venir fuori da una versione alternativa di “Abnormally Attracted To Sin”, di Tori Amos. Stavolta è la forma di violenza più meschina che esista ad essere al centro dei testi: l’indifferenza. Una maschera che indossiamo con estrema facilità e che, senza far rumore, genera danni terribili e cicatrici indelebili.
La rotondità più classica, unita all’umanità che trasuda “Old Kind”, è toccante; forse perché sento molto, personalmente, quel bisogno salvifico di ritorno al passato che è al centro della narrazione.
“Into the Mirror” è un invito alla presa di coscienza diretto a ciascuno di noi, colpevoli del decadimento cui sta andando incontro la nostra Madre Terra, in quanto siamo conniventi anche attraverso la non-azione, il non voler vedere.
Dal bianco di “Nude” al rosso, per concludere: il colore del sangue, della rabbia, dello scontro, splendidamente raffigurato nel videoclip di “Red”, nel quale due uomini si contengono l’ultima pozza d’acqua in uno sconfinato deserto. Lo scontro porta alla fine di entrambi, esseri umani miopi, rimasti ben lontani dal comprendere che, forse, sarebbe bastato condividere quel poco di cui potevano usufruire. È come se tutte le tematiche dell’album confluissero in quest’ultima canzone: la violenza che sottende la maggior parte delle azioni umane, la corsa spasmodica e individualista che non permette di ascoltare davvero l’altro, l’incapacità di comunicare correttamente che conduce, goccia dopo goccia, alla catastrofe.
“Confort in the Silence” non è un lavoro semplice e ordinario, e le melodie cantate dalla Miradoli non mirano all’effetto Pop, al ritornello spendibile. La voce, gli arrangiamenti, le liriche, persino i videoclip estratti sono una mappa inquietante e realistica del mondo in cui viviamo. Un avvertimento che faremmo bene a tenere in considerazione se non vogliamo disgregarci e allontanarci, definitivamente cristallizzati nei nostri bozzoli asettici. Soli.
Articolo di Simone Ignagni
Track list “Comfort in the Silence”
1. After the Fall
2. Neon Light
3. Mute
4. Fade
5. Neiko
6. We Float
7. Old Kind
8. Into the Mirror
9. Red
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