Gli Spleen ci hanno finalmente tirato addosso tutto quello che avevano dentro. Dopo cinque anni di elaborazione musicale vissuta come un coitus interruptus, il geyser dei freschi fegati fiorentini ustiona la pelle con dodici tracce. Il primo LP del quartetto si intitola “Gush”, è uscito il 22 maggio su Contempo Records: una miscellanea di disagio adolescenziale e nichilismo dei primi vent’anni, sonorità grunge, accenni stoner, alternative rock melodico e amichevole ibridato a scatti furibondi, discese cromatiche distorte, come gli spiriti degli anni del pizzetto comandano.
“Affected Kid” la prima, il pezzo con cui parte ogni concerto, quello che scalda la platea, seguito da “Reload”, anche questo già uscito sotto forma di singolo. Il tono si raffredda con “What’s behind the Sun”, il preferito del frontman e autore Samuele Riccucci. Smorza l’atmosfera bollente dei primi due, un tema che ritroviamo per tutto l’album, alta e bassa marea che si alternano in un movimento ondoso. Tocca a “All My Good Seeds” per recuperare l’attenzione col tipico saliscendi.
Nel corso di questi anni gli Spleen hanno piantato dei semi, hanno raccolto ciò che hanno seminato, sono pronti a piantarne di nuovi. Il brano sintetizza la disaffezione verso l’umanità, l’impossibilità di piantare il seme della speranza, di fronte al crollo non resta che sprecare i propri liquidi in un fazzoletto di carta. “Kill the Prig”, un anthem sui generis, forse il pezzo più scenico da godersi dal vivo, l’unico suonato con una sola chitarra, con il vocalist che più volte si è visto lanciarsi in mezzo alla folla a sgomitare. Si ricasca nel letto esausti con “Still in Bed”, una ballata, difficile da registrare, solo dopo molti tentativi la band è riuscita a dare quella dinamica carezzevole. Segue “Lazy People”, accordi del panico, palmo che muta le corde, inno alla pigrizia, una scazzottatura che addormenta e l’esigenza di scuotersi dalla propria accidia.
Le tracce otto e nove, “Would You Ever Die For Me” e “Crown”, sono già note al pubblico più rodato, meritano un secondo ascolto. “Pea Pod”, il baccello arrabbiato, ancora a richiamare il ciclo riproduttivo, ma sotto la forma delle leguminose, cui segue “Humean”, l’ultimo brano a essere stato scritto, effettivamente il più adulto, con richiami ai primi anni del secondo millennio. Un conato di disillusione verso la malvagità dell’essere umano, un grido privo di speranza. Chiude “Sugar Loaf”, come dal vivo a placare la folla, sigilla anni passati insieme e altri a venire, facendo un passo in avanti.
La verità è che quest’album è una raccolta, e per chi ha il privilegio di conoscerli da vicino, con un singhiozzo commosso, ci si rende conto che si tratta di una lastra biografica. Una storia non lineare che riprende i primi lavori, quando ancora la banda era solo un duo, e si faceva chiamare “Big Breast on Fat Boys”, fino all’altro ieri, o poco prima, con tracce più mature, ma non per questo meno sincere. Chi si aspettava di trovare una dozzina di pezzi nuovi di zecca potrebbe trovarsi deluso. Questo album rappresenta la fine di un capitolo e l’apertura di uno nuovo. Una panoramica che non può che inorgoglire i fan e pensare guarda dove sono arrivati. Da un duo nucleare al raddoppio, il supporto dell’etichetta Contempo a produrre, serata sudate sotto i palchi di Firenze, e poi le avventure in giro per l’Italia, la traversata della manica per approdare in Gran Bretagna. L’estate sarà un’opportunità per promuoversi, ma anche per riprendere a scrivere, fare un passo in avanti, collettivo. Sentirli dal vivo, fidatevi, è meglio che leggere un articolo, è meglio che sentirseli in cuffia. E se la scena di Rock alternativo a Firenze sta rinascendo, è anche merito loro.
Articolo di Gabriele Tocchio
Track list “Gush”
- Affected Kid
- Reload
- What’s Behind The Sun
- All My Good Seeds
- Kill The Prig
- Still In Bed
- Lazy People
- W.Y.E.D.F.M.
- Crown
- Peapod
- Humean
- Sugar Loaf
Line up Spleen: Samuele Riccucci voce e chitarra / Matteo Innocenti batteria / Olmo Fantini chitarra e seconde voci / Alberto Sanna basso
