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St. Paul & the Broken Bones “St. Paul & the Broken Bones”

Mollate i computer dunque e cercate i ragazzi in tour: il Soul ha bisogno di tangibilità

Il 10 ottobre ha visto tra le sue interessanti uscite anche quella dei St. Paul & The Broken Bones con l’omonimo album, fuori per la Oasis Pizza Records con Thirty Tigers.

  • I St. Paul chi?
  • Il soul ai tempi dell’algoritmo
  • St. Peter & The Broken Bones: l’album

I St. Paul chi?

Seguo la band da un po’ di tempo, nello specifico dal 2016, quando uscì il meraviglioso “Sea of Noise”. Come mi sono giunti alle orecchie? All’epoca impazzavano le prime avvisaglie da algoritmo e io ascoltavo diverse cose soul così ecco che un player mi sottopose questo album e questa band. Fermi tutti ora mi segno il nome per esperimenti interessanti; questa roba può essere utile nel momento giusto mi sono detto. Un momento giusto come un festino privato. Metto su il disco durante una festa piena di sconosciuti: o la va o la spacca. “Sea of Noise” fa muovere le persone che mi chiedono successivamente e questi chi sono?

Wow, prova festino superata, esperimento riuscito. Segno nel taccuino dei miei esperimenti sociali: le cavie hanno ballato improvvisando pose cool. Il groove ha attecchito tutti, quel disco è piaciuto al primo ascolto. Da allora la band di Birmingham ha prodotto altri lp come “Young Sick Camellia”, “The Alien Coast” e “Angels in Science Fiction” mantenendo un timbro non troppo differente tra i vari lavori e partecipando intanto a svariati format “consacranti” come Tiny Desk. Insomma, eccoci del soul moderno in un’epoca in cui canali come Top of The Pops o Rolling Stones sono stati tradotti in Tiny Desk e Spotify.

Il soul ai tempi dell’algoritmo

Algoritimi: criticati o meno a qualcosina ogni tanto sono utili (quando non scade nel cameratismo), come scoprire band interessanti per “puro caso” – o “per puro calcolo”, dovrei dire. Ma come se la passa il Soul in quest’epoca algoritmica, piena di leoni da tastiera, fredda e digitale, fatta di finzioni AI e presidenti che postano video con avatar di dubbio gusto, un periodo che potremmo definire, nei libri di storia, “La vendetta dei Nerd”? Molto bene; i St. Paul & The Broken Bones si collocano in questa ondata new soul degli ultimi 10 di anni di fianco ad artisti come Curtis Harding e Fantastic Negrito: il primo album dei St. Paul “Half the City” e il primo singolo di Negrito, “Fever” sono del 2014, mentre quello di Harding, “Soul Power” poco più in là, nel 2015. Nel 2014 doveva rinascere in qualche modo il soul.

Ce n’era bisogno? Sì, ce n’era bisogno, necessità di musica da mettere in auto la sera o in momenti intimi da scaldare. Qualcuno doveva rompere il ghiaccio per metterlo in un brandy o in qualcosa da sorseggiare con calma, doveva ridisegnare una giusta atmosfera in cui sentire la propria intimità e alitare la propria umanità. Il Soul dunque è vivo – anzi è live – al di là delle algoritmate. Sul palco questi artisti dimostrano di essere nel loro habitat dando il meglio, più on stage che in video clip. Il cuore è caldo e analogico, altro che algoritmico, è umano e ha il pentimento di un peccatore che canta straziato quel che ormai ha fatto. L’animo va pestato per farlo cantare sinceramente. Queste vibrazioni salgono dal basso verso l’alto: abbassate le luci quando ascoltate questa roba, dunque, e attenti a cosa ordinate da bere intanto: che sia il bicchiere giusto per la giusta atmosfera.

St. Paul & the broken bones: il disco

Com’è quest’ultima uscita? Meno ruvida rispetto al su citato “Sea of Noise” da cui sono partito: più plastica, lineare, limpida e che rincorre un senso di spensieratezza e di gioia. Manca forse di quella leggera ombrosità sottobanco che ho sentito in loro precedenti produzioni – a eccezione di “Change a Life” e “Going Back”, alla fine dell’album. Il ritornello di “Going Back” lo immagino cantato dall’Elton John di “The One”: lo so, come disco post Taupin c’è chi l’ha amato e chi no, ma ho trovato una poeticità simile, un che di 1992. Ascoltando tutto il lavoro vi verrà in mente, invece, che c’è una spezia che avete già ampiamente sentita in questi ultimi anni: è la mano del il produttore Eg White che ha già messo la firma su Adele, Florence + The Machine e Sam Smith, una persona dunque che sa come tirar fuori delle hit dai suoi artisti e questo disco dei St. Paul non ha intenzione di restare fuori dalle radio.

I fiati sono ben presenti: il trombettista Allen Branstetter, il sassofonista Amari Ansari e il trombonista Chad Fisher sono spesso protagonisti nei tappeti sonori che reggono la voce di Paul Janeway, marchio di fabbrica indiscusso della band: ha un timbro sempre particolare, passa dall’essere leggermente roco a dei falsetti rabbiosi e ruggenti. Se dovessero girare un seguito dei “The Commitments” suggerirei lui. Il soul dei St. Paul arriva alla sua massima espressione, per quanto riguarda questo disco, con “Stars Above” e la successiva “Seagulls”.  In generale è un album con un animo più “leggero” rispetto ai precedenti e come detto più cristallino come produzione. Sono sicuro che questi brani sono stati studiati per esplodere dal vivo.

Mollate i computer dunque e cercate i ragazzi in tour: il Soul ha bisogno di tangibilità. I ragazzi saranno in Europa ma non c’è al momento in vista una data italiana: tuttavia nulla vi vieta di far capatina a Londra, Parigi o nella loro stessa Birmingham alla ricerca di un buon soul.

Articolo di Mirko Di Francescantonio

Track list “St. Peter & the Broken Bones

  1. Sushi and Coca-Cola
  2. Fall Moon
  3. Ooo-Wee
  4. Sitting In The Corner
  5. I Think You Should Know
  6. Nothing More Lonely
  7. Stars Above
  8. Seagulls
  9. Change a Life
  10. Going Back

Line up St. Peter & the Broken Bones: Paul Janeway: voce / Jesse Phillips: basso / Browan Lollar: chitarre / Kevin Leon: batteria / Al Gamble: tastiere / Allen Branstetter: tromba / Amari Ansari: sax / Chad Fisher: trombone

St. Peter & the Broken Bones online:
Website: https://stpaulandthebrokenbones.com/
Instagram: https://www.instagram.com/stpaulandthebrokenbones/

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