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AA.VV. “Rebetiko”

Il rebetiko non è un canto di protesta, non è musica politica come ci hanno insegnato i cantautori del Bel Paese

Il volume “Rebetiko – La canzone greca dei bassifondi” (Aiora, 16 euro) è uscito l’8 luglio del 2024, ma solo ora ho avuto il giusto tempo per leggerlo e godere dei preziosi tesori che contiene. Prima di addentrarci nelle 176 pagine di questa antologia, una premessa. Più ascolto musica, più credo che abbiano ragione Brian Eno e Michael Faber. Pur se da due punti di vista differenti, Eno e Faber hanno sostenuto infatti che la musica non è solo il Blues. Eno lo diceva ai tempi di Achtung Baby, quando con gli U2 erano alla ricerca di suoni nuovi. Faber lo ha ben articolato nel suo voluminoso libro “Ascolta. La musica, il suono e noi” (la nostra recensione). Al netto delle differenze, il succo del discorso è lo stesso: c’è tanta buona musica, anzi tantissima, senza che questa sia mutuata dal blues. Con gli U2 Eno lo ha ampiamente dimostrato, e il testo “Rebetiko” è la dimostrazione che anche Faber non ha torto.

Prima dell’avvento dell’album “Rebetiko Gymnastas”, il rebetiko era una parola legata al mondo greco e poco più. Poi Capossela portò in tour il genere rebetiko, con musicisti greci al seguito. Una serie di concerti magnifici, con una tappa storica anche al Vittoriale di Gardone Riviera. Il suo “Tefteri”, il diario scritto per spiegare la scoperta del genere che aveva ispirato il suo album, aveva poi fatto il resto. Da quel momento il rebetiko è entrato nella sfera di interesse dei miei ascolti. Allo stesso tempo ha preso corpo quanto Eno sosteneva, e cioè che la buona musica non è solo di derivazione statunitense, e tanto meno figlia del Blues.

A mettere in chiaro le cose ci pensa questo volume, agile e di eccellente fattura (carta spessa, ottima legatura, che resisterà nel tempo). Aiora ha il merito di portare nel nostro Paese la cultura greca contemporanea, che purtroppo soffre la sudditanza imposta dalla nobile cultura greca antica. Questa casa editrice, dunque, se amate il mondo greco, la dovete tenere d’occhio. Il volume “Rebetiko”, si diceva, è un’antologia, testo a fronte, di 54 canzoni rebetike. Un lavoro ben curato da Viviana Sebastio che permette di capire i tempi di questo genere nato a inizio ’900, ma che ha radici lontane nel tempo, e cioè nella cultura turco-bizantina, e nella geografia, dato che si mescola anche con sonorità nordiche. Ne deriva un racconto che si può apprezzare ancora di più se si segue la playlist che accompagna il libro. Ascoltare registrazioni antiche, alcune gracchianti, ma non per questo poco efficaci, e cariche di grande fascino, con in mano i testi, è il giusto atteggiamento per apprezzare bene il valore di questo saggio.

Il rebetiko non è un canto di protesta, non è musica politica come ci hanno insegnato i cantautori del Bel Paese. Questo genere, come scrive Capossela che firma la prefazione al volume, è onesto e parla di vita, di morte, di dolore e di spaesamento. La musica rebetika nasce con le migrazioni contemporanee dalle campagne alle città, con tutta quella sensazione di nausea esistenziale che ci si portava dietro. Era un genere che si eseguiva in due, o in solitario, al massimo in quattro, a farla larga. Gli strumenti sono quelli della tradizione popolare mediterranea, e cioè quei suoni che in Italia abbiamo imparato a conoscere grazie a Mauro Pagani e Fabrizio De André. Si canta, ora come allora, nelle taverne, fra la gente, senza un palco che eleva. Non vuole virtuosismi e non cerca gloria nel canto. Il risultato è una musica autonoma, autoctona, e che rimanda e richiama al blues per nascita popolare, ma che non è simile al mondo della musica statunitense. Nella parte finale del testo Sakis Papadimitriou, in poche pagine, prova a tessere un parallelismo, trovando anche punti di contatto, ma è chiaro che sono comunque mondi distanti anni luce e che non è detto che possano risuonare insieme.

Per i palati fini, il testo è corredato da 14 pagine tecniche, oltre a 10 pagine di spartiti. Nel testo di Markos Dragoumis vengono messi a confronto i pentagrammi, per mostrare la similitudine dei generi che hanno prodotto l’amalgama che è poi diventato il rebetiko. Pagine intense, di non facile lettura perché impongono una conoscenza di chiavi, battute, intervalli e altri elementi che fanno vivere la musica. Non ultimo, il libro è corredato anche di un glossario efficace. Insomma, non manca nulla per avvicinarci a un mondo musicale distante e inedito.

La questione, parafrasando Daniele Sepe, non è che la musica popolare in Italia sia tutta tarantella e gente con il tamburo in mano. I ritmi nostrani risentono del territorio nel quale sono nati. Stessa cosa avviene con il rebetiko. Lo spiega molto bene Capossela quando descrive i luoghi dell’incontro e della nascita della sua passione per questa musica: taverne, fumo, sudore, gente che ascolta, e che partecipa al canto che diventa così rito collettivo, e vuoto divertimento smodato. Il rebetiko unisce, ci rende parte di un tutto, e anche di un mondo dove il sentire comune è ancora importante. Un volume da tenere in libreria.

Articolo di Luca Cremonesi

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