Il 5 febbraio del 2026 è uscito ufficialmente il volume di Fabrizio Pagni dal titolo “Musica e vita di Andrea Chimenti – Rinascere farfalla d’inverno” (Odoya, 25 euro). Un volume inatteso. O meglio, sulla carta si presentava come una monografia ragionata, testo del quale ci sarebbe bisogno per raccontare la storia, l’arte e l’evoluzione di un raffinato artista come Andrea Chimenti, al giro di boa dei suoi 40 anni di attività. Invece Pagni ha scelto di raccontare l’artista grazie a una lunga intervista di oltre 200 pagine, nella quale si ripercorre, guidati dunque dal cantautore, tutta la carriera di quest’ultimo, dagli esordi all’avventura con i Moda, fino all’ultimo album di inediti, “Il deserto, la notte, il mare” del 2021, senza dimenticare il recente progetto “Nomadic” e le colonne sonore. Resta escluso, per evidenti limiti temporali, solo il recente “Del mio cuore in fondo Collection vol.1” (la nostra recensione).
Il pregio del volume è l’essere redatto in presa diretta. Gli interventi di Pagni sono minimali, e forse pure troppo, ma quanto meno non risultano mai fuori luogo e tanto meno invasivi. La linea cronologica viene svolta in modo classico. Dall’infanzia, con la vita nella Bassa, fra Reggio e Mantova, fino all’arrivo in Toscana. Le amicizie, i viaggi, le trasferte e gli spostamenti. Chimenti rievoca senza nostalgia quegli anni. Allo stesso modo racconta gli esordi nel mondo della musica. I primi approcci fino all’esperienza dei Moda. Anni intensi, fatti di soddisfazioni – la produzione e collaborazione con Mick Ronson, raccontata pari pari come avviene durante i live – fino allo scioglimento della band per scelte che Chimenti non sente sue. C’era la volontà di trasformare i Moda in un gruppo pop, cosa che forse avrebbe decretato una storia diversa. Chimenti, però, fedele a se stesso, ha scelto un altro percorso, che lo ha portato a produrre album da solista.
Qui la prima riflessione è d’obbligo. Emerge chiara, infatti, quella che è una caratteristica ben evidente e conosciuta da chi ascolta e ha seguito fin qui il percorso del cantautore. Chimenti non è mai stato banale né ripetitivo, né è mai stato schiavo del suo passato. La sua arte e, dunque, la sua musica, hanno sempre avuto bisogno di evolvere, di andare avanti, di non restare ferme. Dalla New Wave al Cantautorato, dalla poesia alla musica impegnata, dall’impegno all’introspezione, Chimenti, insomma, non ci ha mai dato un album uguale all’altro. Non si è mai adagiato in uno stile e ha sempre cercato una progressione. Questo lo avvicina a personaggi come Dylan e Bowie, autore quest’ultimo al quale ha dedicato un disco-concerto semplicemente magnifico, artisti che hanno fatto dell’evoluzione la stessa ragion d’essere. In questo modo la proposta di diventare pop, per sfornare album commerciali, non era nel DNA di questo artista. Non si capisce, dunque, come questa proposta possa essere stata formulata. Qui sarebbe stato il caso di eseguire un primo carotaggio nell’intervista, ma Pagni ha lasciato che fosse Chimenti a condurre il tutto, senza scendere dunque in profondità.
Allo stesso tempo Pagni sceglie di descrivere i singoli album facendo raccontare il tutto all’autore. È una scelta legittima, ma non troppo condivisibile, frutto forse più dell’amore per l’artista, e dunque dell’aspetto dell’esserne anche fan, più che del rigore che sarebbe stato necessario applicare. Riportare i testi, chiedere spiegazioni all’autore, che fortunatamente ne racconta più la genesi che il senso, vuol dire eseguire bene i compiti, senza però contribuire a capire a fondo il senso dell’opera. Non è un male, per carità, ma solo un’occasione non colta fino in fondo.
Il libro è comunque una buona lettura, che avvicina il lettore in modo pacato a un artista raffinato che si è tenuto lontano dal tritatutto mediatico, dal vortice della celebrità e dal mondo chiassoso dei talent. Entra in punta di piedi, lascia parlare e raccontare l’autore che, giustamente, senza una precisa guida, espone il suo punto di vista senza aggiungere troppo a quanto già si sapeva. Eppure di elementi da approfondire ce ne sono molti: dal rapporto fra i Moda e la scena toscana dell’epoca, alla relazione privilegiato con Gianni Maroccolo; dalla scelta della poesia (forse l’unico aspetto sul quale si è andati appena sotto la superficie), alle scelte di stare ai margini di un sistema-musica dominante, fino alle grandi kermesse (da Sanremo al Tenco) e alle collaborazioni – con artisti di grande respiro internazionale – fino alla genesi dell’ultimo disco, al rapporto con i musicisti con i quali si è collaborato in questi anni.
Insomma, il volume regala una conversazione con Chimenti che di fatto racconta questi 40 anni di carriera come fosse al tavolo con amici. Leggere le pagine del volume è come essere alla presenza dell’autore, al quale si è chiesto, durante una cena conviviale, di dirci com’è stata la sua particolare vita d’artista. Un buon modo per entrare in contatto con un mondo musicale molto particolare, non di facile accesso, ma allo stesso tempo signorile, senza mai essere altezzoso. Tuttavia, si esce da questa conversazione esattamente come si è entrati, e cioè con tante conferme, poche novità e quasi senza quel peso specifico che ci si aspettava dalla monografia di un artista di questo calibro. Non è un male, lo ripeto: sono scelte, che possono anche non essere condivise, ma che di certo non rendono questo testo un brutto libro. Un volume per entrare in contatto con un mondo musicale unico e speciale, senza però scossoni e senza turbamenti. Il testo è arricchito dalla prefazione di Gianni Maroccolo, da una post fazione sotto forma di intervista a Fernando Maraghini e, in chiusura, dalla discografia dell’opera di Chimenti.
Articolo di Luca Cremonesi
