Fabrizio Tavernelli “Kalahari Blues” è uscito ad aprile 2026 per l’editore Transeuropa (10 euro). Si tratta di un breve reportage, ma non per questo poco interessante e pungente, del musicista, autore e sperimentatore Fabrizio Tavernelli, rappresentante di una musica che, oggi, non si piega a logiche commerciali e che continua con coerenza a muoversi sulla via della ricerca. In attesa del nuovo album, e poco dopo la pubblicazione dell’interessante “Energumeni” (la nostra recensione), Tavernelli ha ripreso in mano questo viaggio, che si è svolto a fine anni ’90, e con esso un album degli A.F.A. (Acid Folk Alleanza) “Manipolazioni (Estratti Audioalchemici)”. Il mix ha portato alla riscoperta di una parentesi creativa molto interessante nata in seno ai Dischi del Mulo. Procediamo però con ordine.
Il volume (poco meno di 80 pagine) è il resoconto – forse troppo breve per i miei gusti, ma non per questo poco incisivo – di un viaggio compiuto da Tavernelli in Namibia, a stretto contatto con i Boscimani. L’epoca è importante. In quel momento sono operativi il C.P.I., il Consorzio Produttori Indipendenti, e i Dischi del Mulo, cioè il laboratorio creativo legato a Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni e affini. Gli A.F.A. fanno parte di questa grande esperienza, ed escono alcuni lavori che oggi definiremmo sperimentali, ma che a quell’epoca erano pane quotidiano per una musica che voleva rinnovarsi e sperimentare strade nuove. Anzi, la ricerca – dalla Mongolia alla Namibia, appunto – pare essere in linea con un movimento più globale di world music. Però c’è una differenza fondamentale, che mi fa pendere più verso le esperienze nostrane: l’approccio musicale è diverso, meno improntato allo stupore, più all’interesse antropologico e alla scoperta di suoni.
Tavernelli lo accenna nel volume, nella parte finale. Qui si racconta delle richieste di Zamboni & Co. a proposito del nuovo disco e, dunque, del viaggio quale possibilità di trarre ispirazione. Certo, il modello è il viaggio dei viaggi, quello in Mongolia del duo Zamboni & Ferretti. Dall’esperienza in Africa di Tavernelli avrebbe dovuto arrivare del materiale per un nuovo lavoro o, quanto meno, carburante che possa spingere in una nuova direzione gli A.F.A., rei, si legge fra le righe, di essere troppo di nicchia nella nicchia.
Che epoca magica, per chi la ricorda. La musica italiana sperimentava e poteva permettersi anche di essere critica, pungente e stimolante verso chi, in un ambito minoritario, era ancor più minoritario. Eppure lo spazio c’era, ed è questa testimonianza che emerge fra le righe e che fa pensare a quanto le cose siano drasticamente cambiate. A questo aspetto, che però resta marginale – ma, d’altronde, Tavernelli non è uno storico: è un artista e, come tale, non è suo compito scrivere la storia di quell’epoca, pur dandone testimonianza – agli aspetti musicali, si diceva, si aggiungono quelli dello sguardo di un uomo colto che viaggia in Africa negli anni ’90. Questo elementare, cioè il contesto storico, non è da sottovalutare. Il reportage, infatti, nasce in un ecosistema che è quello del ricco Occidente post-caduta dell’URSS, l’epoca del trionfo della democrazia liberale che, Fukuyama docet, avrebbe fatto finire la storia. Tavernelli, però, citando Ferretti, è figlio di un’Emilia paranoica dove si è sviluppato il miglior Partito Comunista dell’Occidente. In sintesi – mi sia concesso e lo dico senza alcuna presunzione – un sistema politico, economico e culturale che ha creato un’economia, una politica e una cultura a misura d’essere umano. Realtà che ancora oggi salvano in corner queste terre da una decadenza ben più lunga della decade cantata dai Bluvertigo.
Leggere le parole di un musicista colto, mi riferisco appunto a Tavernelli, è come leggere quelle di Zamboni e Ferretti nel loro reportage sulla Mongolia. Tuttavia, la statura dei due ti porta ad attenderti determinate attenzioni e una certa qualità della scrittura, cosa non scontata nei satelliti, per di più minoritari, di quell’avventura culturale e musicale. Per chi segue e ascolta Tavernelli – e vi consiglio vivamente di recuperare i suoi lavori, scrivendo allo stesso autore – l’attesa c’era, ma non era scontato che ci fosse, già negli anni ’90, una chiara consapevolezza di quello che oggi si chiama sguardo postcoloniale. Tavernelli, pur se in modo breve, identifica in questo reportage molte delle contraddizioni che da oltre un decennio ispirano appunto gli studi postcoloniali, e cioè non solo la necessità di far parlare i soggetti interessati, ma anche la creazione di spazi perché quelle storie siano valide tanto quanto quelle dei dominatori. Non solo: nello sguardo di Tavernelli emerge come a quel tempo c’era il tentativo di trasformare l’Africa in una sorta di parco giochi per merci e prodotti che non servono più all’Occidente, ricco produttore di senso e di valore che, una volta spremuto, deve essere portato altrove per essere riterritorializzato.
Il risultato è una testimonianza e un reportage genuino che, da un lato, racconta l’Africa con disincanto, senza troppa fascinazione terzomondista, sguardo tipico dell’epoca, e con grande realismo; dall’altro prova a mettere mano a un mondo culturale – musica, rito e stili di vita – che possa essere non tanto oggetto di esotismo ed estetismo, quanto di vitalità creativa. L’unico difetto del volume, e lo dico con grande affetto per una bella lettura che non lascia indifferenti, è che è troppo, troppo breve.
Riporto di seguito la quarta di copertina, ad uso e consumo degli scettici: “Kalahari Blues” è un viaggio nella memoria culturale degli anni Novanta e, insieme, un’immersione in un’Africa interiore e reale, filtrata attraverso l’esperienza personale dell’autore, tra ricerca sonora, trance rituale, antropologia intuitiva ed echi della beat generation. Recuperando un diario scritto sul campo nel 1997 e arricchito oggi da nuove riflessioni, Fabrizio Tavernelli costruisce un racconto che oscilla tra reportage musicale, indagine esistenziale e speculazione simbolica: un flusso di visioni, ricordi e folgorazioni che intreccia i Boscimani, la perdita delle culture antiche, la tecnologia emergente di fine millennio e le trasformazioni della scena artistica italiana ed europea. Il risultato è un testo stratificato, magnetico, a tratti allucinato, in cui il viaggio diventa rito di passaggio, riflessione sullo sguardo occidentale e tentativo di afferrare ciò che resta — o ciò che svanisce — quando due mondi entrano in contatto. Un libro che parla di identità, di musica, di sparizioni e apparizioni, e di quel deserto mentale ed emotivo che continua a muoversi dentro di noi.
Articolo di Luca Cremonesi
