29/02/2024

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Any Other, Bologna

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Appino, Perugia

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Gaube intervista

Conosciamo l’autore di “Kulbars”, le sue radici e il rapporto con le tematiche dell’album

Il 10 marzo è uscito il primo album di Gaube, “Kulbars”, un’opera impegnata che tratta temi attuali e complessi come la povertà, le migrazioni e i conflitti sociali (la nostra recensione). Iniziamo a conoscere l’autore attraverso un’intervista che prova a comprenderne le radici culturali e artistiche e il rapporto con i temi trattati in “Kulbars”. Vedremo poi quali siano i progetti in cantiere e quale sarà il percorso di promozione dell’album.

Raccontaci delle tue radici: il tuo paese, la tua famiglia e di come sono stati importanti per formare la tua poetica e la tua passione per la musica.

Vengo da Roccastrada che è un piccolo paese del grossetano sulle colline metallifere, in Maremma, una zona meravigliosa. Crescere in un luogo del genere è molto bello, ma non ci sono molte possibilità in generale, infatti vivo a Bologna ormai da sei anni ma mi piace sempre tornare. Non so quanto la mia famiglia e il mio paese abbiano influenzato la mia poetica però posso dire che mi sono approcciato alla musica da molto piccolo dato che mio padre suonava sempre la chitarra e ascoltava molta musica in casa. Alle elementari ho iniziato a prendere lezioni di chitarra e in adolescenza a formare le prime band e a scrivere le mie prime canzoni, in quel periodo ho esplorato veramente molta musica.

Ascoltandoti mi hai ricordato la tradizione dei nostri migliori cantautori: a chi ti senti più vicino?

Il cantautorato italiano è stato ed è indubbiamente un punto di riferimento fondamentale per me, sia come fruitore di musica che come scrittore di canzoni. La potenza di certi testi provenienti da quella tradizione è disarmante, oggi è molto difficile trovare quella qualità nella musica nostrana. Alcuni dei miei cantautori preferiti sono sicuramente Fabrizio De André, Francesco De Gregori e Paolo Conte, da loro ho preso molto.

Qual è stata la tua formazione artistica e musicale?

Ho studiato veramente poco la musica, se devo dire la verità non sono un grande musicista e di teoria musicale non so molto. Collaborare con i miei amici nella formazione di band e vari progetti forse è stata certamente la cosa che mi ha formato di più sul piano sia artistico che musicale, le relazioni hanno giocato un ruolo fondamentale in questo.

Nel tuo album parli in maniera molto incisiva e con parole forti di migranti: hai avuto la possibilità di avere esperienze di prima mano?

Nel mio disco il tema della migrazione è sicuramente molto importante. Tra le questioni affrontate in “Kulbars” quella della disuguaglianza sociale e quindi della povertà è centrale: quando parliamo di migranti infatti ci riferiamo a persone povere che spendono quel poco che hanno per partire. È sempre bene ricordarsi che esiste un’enorme fetta di popolazione che a scappare dalla propria terra neanche ci riesce, in quanto ancora meno abbiente di quella parte di persone che riesce a partire. Ad ogni modo io non ho mai lavorato in centri d’accoglienza, ONG o simili ma è comunque una tematica che seguo e ho seguito molto attraverso articoli, podcast o documentari. La mia è ovviamente una visione molto parziale ma questa basta per sconvolgermi emotivamente e di conseguenza esprimermi attraverso la scrittura.

Nel tuo brano “La Crepa e il Declino” parli di crepe create dal sole sull’asfalto come possibili vie di fuga: quali sono queste crepe nella realtà? Dove possiamo leggere dei segni di speranza per una società più giusta?

I concetti di “crepe” e di “vie di fuga” sono strettamente legati al concetto di “declino”: è attraverso la crisi che le contraddizioni si palesano davanti ai nostri occhi, soltanto allora possiamo scorgere quel bivio che rende possibile la messa in discussione di quelle certezze considerate fino a quel momento categoriche. Questo bivio, almeno secondo il mio modo di vedere, non può che portare a due esiti possibili: alla rivoluzione intesa come cambiamento positivo oppure alla distruzione. Oggi viviamo in un contesto globale consumato da numerosissime crisi che sono tutte legate tra loro e aumentano in modo esponenziale, basti pensare all’emergenza climatica, la più grande spada di Damocle che l’essere umano si sia mai trovato sulla propria testa. Se da questo inesorabile declino riusciremo a trovare delle vie di fuga non lo so, cosa certa è che di crepe ce ne sono molte. Ad ogni modo penso che l’unico cambiamento positivo possibile possa arrivare soltanto dal basso e affinché ciò possa accadere è necessario sviluppare una coscienza collettiva diffusa, del come non ne ho assolutamente idea.

Il cambiamento è un fatto individuale o sociale, in altre parole, quanto è importante secondo te l’impegno personale e quanto è importante avere altri con cui fare fronte comune? Che linea d’azione possiamo percorrere?

Individuale e sociale sono intrinsecamente legati tra loro dal momento in cui ogni essere umano è sempre e comunque collocato socialmente, detto questo è chiaro che continuare sulla strada dell’individualismo non può che portare a un inasprirsi delle condizioni attuali. La linea d’azione da percorrere non posso certo indicarla io, l’unica cosa che so per certo è che abbiamo un disperato bisogno di comunità, ma questo è possibile solo attraverso cambiamenti radicali e un’inversione di paradigma. Oggi la nostra società è fortemente frammentata e questo è dovuto a cause strutturali.

Porterai il tuo album live? Quando e dove?

Molto presto uscirà qualcosa sui miei social, ci stiamo lavorando. Al momento sto preparando due formazioni diverse, una in trio con Davide Sorresina (pad e percussioni) e Lorenzo Chiarello (sintetizzatori) che vedrà quindi una versione del disco più elettronica, e l’altra in full band con Davide Sorresina (batteria/pad), Lorenzo Chiarello (sintetizzatori), Gaia Rampello (basso) e Emilio Valentino (chitarra elettrica).

Stai già lavorando ad altri progetti musicali?

Ho qualche cosa in cantiere, vedremo. Sono sempre proiettato alla scrittura di nuove canzoni dato che mi annoio velocemente di quello che faccio.

Articolo di Mario Molinari 

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