Per l’album “In Fatti Ostili RMX” dei Delta V (la nostra recensione) Lezziero ha remixato “Panico”. Nell’intervista scopriamo come ha strutturato l’approccio, donando con vena acustica e intimista un taglio introspettivo che evidenzia il valore della scrittura del brano. Un dolce arpeggio ostinato di chitarra diventa l’eco del disagio cantato dal testo, svelando il lato più cantautorale dei Delta V. Autore e musicista, Luca Lezziero scrive canzoni, testi, racconti e poesie da molti anni. I suoi esordi musicali risalgono agli anni Novanta con la band Iride. Ha all’attivo due album solisti: “lezziero” (2017) e “naturæ” (2023), con la produzione di Cesare Malfatti. Per i La Crus e per Cesare Malfatti ha scritto numerosi testi, e ha realizzato il progetto autorale/elettronico “Due” in collaborazione con Stefano Giovannardi. Ha collaborato a diversi progetti sonori che hanno coinvolto musicisti come Alex Cremonesi (La Crus) e Ugo De Crescenzo. Ha pubblicato vari libri di poesie e nel 2025 con il racconto lungo “I due sogni” ha vinto il premio letterario “Guido Rossa” istituito da Spi Cgil e LiberEtà.
“Panico” è una canzone che analizza le nostre paure. Poco dopo l’inizio appare un arpeggio di chitarra che sembra sottolineare una calma apparente: da cosa è stata dettata questa scelta?
Più che dal testo, l’idea è venuta dall’atmosfera che quell’ inizio di archi minimale mi ha suggerito; volevo che un solo elemento, l’arpeggio di chitarra acustica, entrasse con delicatezza e iniziasse ad arricchire il brano quasi in punta di piedi. Per questo ho scelto poche note sospese, quasi un contrappunto alla voce di Marti. Poi confesso che il mio modo di scrivere parte sempre dalla chitarra acustica! Anche per capire “Panico” la prima cosa che ho fatto è stato imparare a suonarla tutta con la chitarra, quindi forse in qualche modo quella scelta era già nata prima, nei primi ascolti, nelle prime riflessioni.
Qual è stato il primo elemento che ti ha dato il “la” per iniziare del progetto e ti ha fatto dire “partiamo”?
Quando ho cominciato ad ascoltare le varie tracce del brano e quindi a scoprire i “mattoni sonori” da cui era composto, la primissima che ho sentito è stata proprio il semplicissimo groove di archi che apre il mio remix e di cui, nell’architettura sempre così ricca dei brani dei Delta, non mi ero accorto. Poi ho aperto la voce di Marti ed ecco la magia… la semplicità di quell’accostamento, quel vuoto mi hanno fatto dire ecco la mia chiave di lettura! Rarefazione, delicatezza, un crescendo controllato. Le prime impressioni di un progetto sono sempre magiche e vanno ascoltate.
Ci sono state paure nel realizzare questo remix?
Be’ innanzitutto la paura di una mia prima volta! Io non ho mai realizzato un remix in vita mia e per lungo tempo mi sono pensato soprattutto come un autore e un cantautore. Anche la mia tecnica nella registrazione è piuttosto elementare. È stata la fiducia di Carlo e dei Delta V a farmi superare quella paura iniziale. Intanto devo sottolineare, e spero di non sembrare presuntuoso, che hanno sempre espresso molta stima per il mio lavoro. Pensa che Carlo e Marti erano presenti al live di presentazione del mio primo disco solista! E poi ricordo una esortazione chiave di Carlo al telefono quando mi ha contattato: quello che è importante è il tuo gusto, la tua visione, poi la soluzione tecnica si trova. Questa frase mi ha sbloccato e da lì sono partito deciso a farlo. Fortunatamente è andata bene!
Raccontaci un po’ la scelta dei vari strumenti per realizzare la tua versione.
Fin da subito, ascoltando il brano, ho avuto in mente alcune linee guida. In primo luogo, fare emergere la bellezza della scrittura dei Delta V. Il loro suono è un marchio di fabbrica molto riconoscibile certo, ma io trovo che anche il songwriting sia molto bello, sia nelle strutture armonico/melodiche che nei testi (che in questo disco sono incredibili). Per farlo ho scelto di “spegnere” molte cose, per arrivare all’essenziale; la linea di basso, un groove ritmico molto semplice, gli archi, che non possono mancare, sono il DNA dei Delta V. Volevo poi valorizzare ancora di più la voce di Marti, che è bellissima, con un timbro particolare e un controllo assoluto. Per questo ho tolto tutte le seconde voci, i cori e tenuto in evidenza il suo cantato principale, molto intenso nella sua semplicità. Ultimo passaggio è stato ovviamente cercare di portarli nel mio mondo sonoro, che è un mondo acustico, autorale, quindi ho lavorato su arpeggi di chitarra acustica molto aperti, quelli che uso spesso nella mia scrittura. Poi semplici riff di elettrica pulita o ricca di echi e riverberi in contrappunto, per dare colori che variassero la dinamica e muovessero il brano verso il crescendo finale. Per ultimo il piano elettrico con vibrato, uno strumento vintage che amo molto e che ho pensato subito per il ritornello che aveva già una sua particolarità; contrariamente alle strutture classiche ferma il brano, lo svuota, come se invitasse a un momento di riflessione prima di ripartire. Ho semplicemente seguito questo carattere con degli accordi semplici e puliti. Il pezzo poi si chiude con il giro di archi dell’inizio; volevo dare un’idea di circolarità del brano, come se potesse ripartire e girare all’infinito.
Rotto il ghiaccio, farai altri remix?
Se dovessero richiedermelo certamente sì, è stato davvero un bel viaggio sonoro!
Articolo di Alessandro Casula
Foto Max Cardelli
