Lucia Vitale, meglio conosciuta con il nome d’arte di Gioia Lucia, è una delle artiste più interessanti della nuova scena indipendente, caratterizzata da un approccio alla musica coinvolgente e spensierato che sta conquistando gli appassionati. Ci racconta di lei in questa chiacchierata.
Parlaci un po’ di te e del tuo percorso artistico …
Guarda, il mio percorso è iniziato praticamente durante il periodo del Covid. Eravamo tutti chiusi in casa e, senza troppe aspettative, decisi di pubblicare una canzone su Instagram; era un modo come un altro per ingannare il tempo. Da lì, grazie a una serie di ricondivisioni, sono entrata in contatto con il mio attuale produttore, e non appena è finita la fase di lockdown, sono potuta andare in studio per la prima volta e abbiamo iniziato insieme a lavorare seriamente ai pezzi. Inizialmente il progetto aveva un altro nome, mi chiamavo LU, ma per un’artista emergente era un nome difficilissimo da trovare sui motori di ricerca: abbiamo quindi cambiato rotta, ho iniziato a fare i primi concerti e a pubblicare i brani, finché non ho firmato con il mio attuale management, Nuda. In quel momento è iniziato un percorso più completo, abbiamo scelto il nome Gioia Lucia e abbiamo lavorato al mio primo album effettivo, un disco che avesse finalmente un senso nella sua interezza, e che è infatti diventato “Forse un giorno”. Adesso siamo qui: ho fatto tanti concerti, sto lavorando a nuova musica e sono davvero grata per come sta evolvendo questo viaggio.
“Forse un giorno” è un disco pieno di suggestioni legate a generi musicali diversi, dall’ R&B al pop, dal Funk alla Disco, senza dimenticare un approccio ai testi che nasconde tra le righe tutte le incertezze e le difficoltà di chi si sta affacciando alla vita adulta: qual è stato il processo compositivo e produttivo che ha portato all’album?
È stato un percorso lungo; anzi, quando si è concluso quasi non mi sono accorta che fosse finito, forse perché non mi ero nemmeno resa conto di quando fosse iniziato davvero! Io, tendenzialmente, quando vivo dei momenti di difficoltà cerco sempre sfogo nella musica, e queste canzoni sono nate proprio così, come una specie di diario che racconta momenti diversi della mia vita: la prima è stata probabilmente “Vento in faccia”, scritta addirittura nel 2023. L’album per me è una sorta di fotografia di ciò che ho vissuto; quando provavo un certo sentimento o sentivo il bisogno di parlare di un tema specifico, mi mettevo lì e scrivevo. Poi, piano piano, anche la produzione è cambiata: ho iniziato a suonare con la mia band e questo ha influito tantissimo, e devo dire che avere vicino dei musicisti così bravi, così preparati, mi ha aiutata a dare una forma vera ai pezzi anche in studio. È stato un processo naturale, non mi sono data troppi paletti o limiti, mi sono presa il mio tempo e quello che è uscito è il risultato di questa libertà e della voglia di sperimentare tra i vari generi.
Quindi la band che ti accompagna nei live è la stessa che ha registrato i pezzi in studio?
Esatto, la base è la stessa. Poi, chiaramente, per alcuni pezzi abbiamo coinvolto altri musicisti per aggiungere tromba o sax, ma il nucleo rimane quello.
Parlando della realizzazione del disco: c’è stato qualche artista o qualche ascolto particolare che ti ha ispirata mentre scrivevi?
Ce ne sono stati tanti in realtà, non credo di aver avuto un’unica fonte d’ispirazione perché ascolto tantissima musica diversa. Però, se devo farti un nome, un grande classico che mi accompagna sempre è Pino Daniele: è ovvio che sia difficilissimo arrivare a quel livello lì, ma sento che molto di quello che scrivo e produco è influenzato da lui.
“Morta d’amore” è diventata un trend su TikTok, e credo che questo abbia contribuito al lancio definitivo della tua carriera: in quale misura i social stanno influenzando il mercato discografico?
Per me quello che è successo su TikTok è stato quasi un miracolo: mi ha permesso di farmi conoscere da tantissime persone, molte di più di quante ne avrei raggiunte senza quella spinta, e mi ha dato la possibilità di suonare in giro. Di questo sono assolutamente contenta. Però c’è l’altra faccia della medaglia: a volte ho l’impressione che, quando si esplode così velocemente sui social, manchi un po’ la base, magari hai realizzato un bellissimo video, ma poi, quando si sale su un palco a fare il mestiere del musicista, si sente che manca la gavetta; manca tutto quel percorso a contatto con le persone che credo sia la cosa più importante. Questa tendenza a prendere gli artisti e “sbatterli” ovunque senza lasciargli il tempo di sperimentare e capire cosa vogliono fare davvero è un po’ un rischio. Anche io ho questa paura costante: magari un TikTok va bene, ma se poi la gente non viene ai concerti o non ascolta davvero la tua musica, allora tutto quel rumore non ha avuto molto senso. I social sono importanti per farci conoscere come “personaggi”, ma poi la sfida è mantenere vivo l’interesse per la musica.
Lo scorso novembre ero al tuo live all’Off Topic di Torino (il nostro report) e mi è rimasta impressa una tua confessione: eri emozionata nel renderti conto che, dopo tanti live da esordiente passati nell’indifferenza, stavolta le persone erano lì proprio per te e per la tua musica. Come stai vivendo questa evoluzione del rapporto con il pubblico, ora che senti finalmente questo forte legame durante i tuoi live?
Quello di Torino è stato uno dei live più emozionanti del tour. In quel momento ho realizzato davvero cosa stesse succedendo e avevo quasi le lacrime agli occhi. Ho fatto circa trenta date, e all’inizio capitava spesso di essere solo un sottofondo, di suonare senza essere calcolati da nessuno; vedere adesso che chi viene ai concerti paga un biglietto apposta per me è un’emozione incredibile. Dopo i concerti cerco sempre di parlare con tutti: mi impegno a ricordarmi i nomi, rivedo persone che tornano in più città e questo legame umano è, alla fine, la cosa più bella di questo lavoro. Dico sempre che l’80% di un concerto lo fa il pubblico: se la gente è gasata, noi sul palco ci gasiamo il triplo.
Mi ha molto colpito come, rispetto alle versioni da studio, i brani vengano reinterpretati in modo da assumere una veste ancora più energica, sottolineando le sonorità disco e funky. Come lavorate, insieme alla tua band, agli arrangiamenti per i live?
Ci chiudiamo in sala prove e sperimentiamo, semplicemente: siccome alcuni brani nel disco hanno una produzione più elettronica, cerchiamo di dargli una veste nuova, più “suonata”, proprio perché non usiamo sequenze dal vivo. Mi trovo benissimo con la mia band: hanno sempre idee fighissime per riarrangiare i pezzi e dare un feeling diverso dal disco che però renda al massimo; tra l’altro, dall’ultimo tour abbiamo inserito anche il percussionista, che secondo me ha dato una svolta totale al suono: il duello tra percussioni e batteria è uno dei momenti più alti dei concerti, non credo lo toglieremo mai!
Il brano “Parole vuote” affronta il tema della terapia. Ti andrebbe di approfondire?
L’ho scritta effettivamente dopo un percorso di terapia, sì, ma devo dire che in realtà riguarda più nello specifico il rapporto con mia madre: in quel periodo, con la mia psicologa stavamo ragionando molto sul legame con la figura materna, che nel mio caso è fatto di alti e bassi; io e mia mamma siamo amiche e ci vogliamo bene, ma spesso non ci capiamo. Da questi ragionamenti è nata la canzone: non dico di avergliela “dedicata”, anche perché lei poi si arrabbia, ma sicuramente mi ha ispirata. Ho ricevuto molti messaggi da persone che si sono riviste nel testo e questo è successo perché, credo, il rapporto con i propri genitori è un argomento universale, questo legame, a volte così complesso, è qualcosa che riguarda tutti.
Hai concluso il tour promozionale di “Forse un giorno” il 21 dicembre a Roma: quali piani hai per l’immediato futuro?
Sto scrivendo nuova musica proprio ora e spero che possa uscire presto. Mi sto prendendo i miei tempi perché, avendo suonato tutto l’anno, è stato difficile scrivere con costanza in quel periodo, quindi mi godo questa pausa creativa, ma dall’estate ricominceremo sicuramente con i concerti.
Articolo di Alberto Pani
